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mazzolini e Fox Fodder Farm

Avevo già parlato di Saipua e di Worlds End Farm. Soprattutto ero molto stupita di essermi appassionata a un modo di gestire i fiori che di solito mi lascia indifferente quando non contrariata: la composizione di fiori recisi è una pratica spesso così artificiosa da diventare molesta. Ma quando si sa fare, che gioia! È un po’ come dell’aria fresca che entra in casa in una giornata opprimente.

A luglio mi è capitato di fare dei mazzolini per un’amica sposa, due bambine e quello che ho chiamato bouquet virile – sì, perché ho pensato fosse giusto addobbare anche le mani del povero sposo e siccome si tratta di persone spiritose la mia idea è stata accolta. Ho fatto molte prove, soprattutto per testare la resistenza dei fiori, delle foglie e delle spighe: coglievo e mettevo nell’acqua e verificavo che tutto rimanesse bello fresco almeno un giorno e una notte (questa lunga estate calda ha fatto lo stesso con noi, molte prove di resistenza fisica). Il giorno del matrimonio però ho voluto fare tutto in fretta, non ho composto niente in anticipo perché volevo che tutto fosse molto naturale, poco pensato, estemporaneo e veloce. Alla fine ero abbastanza soddisfatta – non ho immagini, per il momento.

Tutto questo per dire che ho scoperto le composizioni di fiori di Fox Fodder Farm e sono bellissime! Guardate anche le foto su Instagram, si impara un sacco e si educa il gusto ad accostamenti imprevisti ma molto spontanei, proprio come in natura.

The Plant #5

Prima di tutto ci sono solo tre pagine di pubblicità su centoquarantatré; lo dico per quelli che si scandalizzano per la quantità di pubblicità che contengono le riviste – a me quella esplicita non dà fastidio, mi dice chiaramente: sono una rivista e ho bisogno di pubblicità per campare. Discorso completamente diverso sono quelle camuffate (le marchette), che acchiappano la nostra buona fede e la maltrattano, mandandoci in confusione; ma siamo tutti adulti nell’anno 2013 e farci fessi non è così facile. (Che poi è paradossale: quante meno pubblicità troviamo, tanto più le ricorderemo. Quando siamo di fronte a un muro di rimandi è difficile che qualcosa faccia presa, rimane una sensazione di rumore di fondo più sgradevole che efficace.)
Un’altra cosa piccola e piacevole è la carta: bianca e opaca, tipo libro; si può sottolineare, non luccica troppo ed è discretamente spessa al tatto.
Riguardo al contenuto, dico che ci sono almeno un paio di articoli che rimangono. La lunga intervista ad Alys Fowler, con foto originali. Le risposte di Alys sono quanto di più contemporaneo si possa leggere a proposito della pratica in giardino e dell’idea generale che abbiamo di esso – il dominio che siamo abituati ad avere con le cose che ci circondano fallisce miseramente nel confronto con il verde, che per sua stessa natura impone un altro passo tutto da imparare.

Gardening works on a different scale. I look out and there are things I don’t like about the garden this year. I have to wait a whole year before I can change that. So being on a totally different cycle to society is quite nice. It doesn’t matter how much I want a tomato right now – I can’t have one! […] once you learn how to garden, you see that control is actually quite useless. It doesn’t work. The garden will do its own thing.

Se state attenti alle parole vi accorgete che non è il solito linguaggio, ma ha il sapore croccante della presa diretta dal suo orto. Fowler è molto qui e oggi, tanto quanto Clément può suonare a volte accademico. Ci insegna addirittura a misurare il ph del terreno con il cavolo rosso! semplicemente si affetta il cavolo, si fa bollire in poca acqua, si filtra il succo così ottenuto e poi lo si fa reagire con diversi tipi di terreno: se è acido il liquido diventa rosso, viola se è neutro e giallognolo se è alcalino.
C’è poi un articolo sui parchi progettati da Isamu Noguchi che sinceramente non ho capito. Se conoscete un po’ sua biografia e le sue opere forse la difficoltà ad avvicinarsi a lui risulta più chiara, è un artista complesso e se non si va a fondo il rischio è di rimbalzare sulla superficie e alla fine non dire niente. È quello che mi pare succeda spesso parlando di Giappone, ne subiamo il fascino ma non andiamo oltre, mentre la differenza culturale ci fa spettatori un po’ vuoti. Dan Pearson in Spirit dice che bisogna andare outside the comfort of your own culture, e forse è vero.
Una frase che mi ha fatto ridere:

To learn to witness nature as it happens without always wanting to influence it, hinder it, orchestrate it, craft an experience out of it, blog it – or for Christ sake – Instagram it.

Sarah Ryhanen di Worlds End Farm la dice alla fine dell’articolo sulla fattoria nella quale coltiva i fiori per il suo negozio. La più aperta e comica delle contraddizioni per una che di mestiere, appunto, orchestra, ammaestra, blogga e instagramma fiori e lo fa bene. (Se andate alla pagina della scuola in cui Sarah Ryhanen e Nicolette Owen insegnano l’arte di sistemare i fiori, nel blog il 23 settembre c’è una gallery dei lavori degli studenti che lascia proprio senza fiato, composizioni di una freschezza e un’inventiva notevoli – forse che gli studenti, liberi dall’idea di soddisfare qualcuno, riescano a produrre meglio delle maestre?)

E alla fine, Borgen Island in Svezia, solo foto. E per fortuna non se ne trovano su internet – sospetto perché difficili da infiocchettare: pura, meravigliosa roccia liscia che affiora su orizzonte piatto.
Da ultimo, la foresta di Fukushima, anche qui solo foto e una sola bella didascalia.

Mi ritengo soddisfatta dell’acquisto, avevo il terrore si trattasse di una di quelle riviste fighette tutto fumo e niente arrosto, invece per ora c’è sostanza.