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Henk Gerritsen, Essay on gardening – (prima parte) –

Ho letto il saggio di H.G. e mi è molto piaciuto, spero di fare cosa gradita riportandone alcuni argomenti che ritengo interessanti e utili a chi si occupa di piante e giardini, sia in maniera professionale che come frequentatore più o meno entusiasta.
(Divido le considerazioni in due parti perché è un testo un po’ lunghino. Domani arriva il resto.)

HENK GERRITSEN
Essay on gardening
Architectura & Natura Press, Amsterdam

Non credo occorra dire chi è stato – e ancora è, negli scritti – Henk Gerritsen (1948/2008). Ha progettato alcuni giardini in Olanda e in Gran Bretagna ed è l’artefice dei Priona Gardens. Viene principalmente nominato quando si parla di Piet Oudolf, che infatti ha scritto una nota iniziale al libro, molto sentita, di schietta amicizia e grande vicinanza umana e professionale. Oudolf tributa a Gerritsen molte delle sue scelte, soprattutto la visione complessiva di un’idea nuova di giardino che è arrivato a elaborare grazie alle conversazioni avute insieme al manipolo di artisti e giardinieri che dagli anni ’80 gravitavano attorno al piccolo mondo di Hummelo e Schuinesloot.

Al momento non si trova moltissimo su web, a meno che siate fluent in olandese:
Priona Gardens
Priona
Priona su Instagram
Priona restaurant
(gli ultimi due sono i profili Instagram del ristorante di Priona).

Perennial Meadows
Garden Visit
qui trovate notizie recenti in lingua inglese.

Prima di tutto si tratta di un libro molto corposo: lungo, denso di scrittura e concetti, in un inglese ben leggibile anche per i non madrelingua, ma ugualmente, a tratti, complesso. Si sente che è un libro nato da una lunga esperienza, maturo, che porta concetti elaborati in anni di vera esperienza sia sul campo che speculativa.
Nonostante questo, riesce a mantenere con il lettore un tono interlocutorio che, letteralmente, fa entrare e accomodare nella discussione, non chiude la visione ma è aperto. Paradossalmente: dà molte risposte, ma non esclude percorsi alternativi.
Oltre allo scritto, le immagini sono molto belle, riescono a spiegare senza essere scolastiche, sono di qualità, ma non estetizzanti, sono legate al testo, ma danno suggestioni di ampio respiro.

Nell’introduzione H.G. mette subito in chiaro che avere a che fare con la natura non è un gioco ad armi pari, la natura è considerevolmente più potente

Even though nature is a reliable and transparent adversary, it sometimes makes moves that are beyond a human being’s comprehension.

È solo accettando questo assunto che possiamo agire in natura, con indomita arrendevolezza e imparando umilmente a carpirne i segreti e acquisire pratica. Consapevoli di avere a che fare con una materia che, pur affidabile e cristallina nelle sue regole, ci scappa un po’ da tutte le parti. Alla fine

Winning is not an option, and cheating is altogether useles.

E devo ammettere che sapere la natura sempre maestra e sempre corretta è anche piuttosto rilassante. So che giocheremo insieme, imparerò e ci potremo divertire; lascio a casa le sovrastrutture e vado fiduciosa incontro a una sconfitta costellata di tante piccole vittorie.

La parte successiva parla dell’ispirazione e la lega a paesaggi naturali e giardini costruiti. Parla di piante, ambienti e animali e ci trasmette la sua concezione secondo la quale

I began to understand that the function of plant communities in nature is lost when you imitate them in the restricted space of a garden.

La natura ha ampi spazi, grande capacità di ricucire, ricostruire, plasmare, eliminare, accogliere. Le campiture di fiori sono tanto belle quanto sfuggenti, mutevoli, illusorie, capricciose. Come i mazzolini di fiori di campo che abbiamo raccolto in una passeggiata: tanto freschi, giovani e pimpanti erano in terra, quanto sfiniti, mollicci, lessi risultano nelle nostre mani. Se non vogliamo votarci alla delusione sarà bene studiare un rimedio.

Riguardo all’ispirazione data dai giardini che si trova a visitare, H.G. lamenta la mancanza di “sense of place”: la sensazione che ogni cosa sia nel posto giusto e in armonia con ciò che la circonda, in poche parole la percezione che abbiamo sempre quando siamo in un paesaggio naturale – e la distingue dal genius loci che è più legato alla storia e allo spirito di un luogo sedimentato nel tempo. Ha a che fare con l’atmosfera, la luce, la congruità delle scelte, perché il giardino è un’entità ecologica di cui l’uomo è parte inestricabile; il delicato, difficile equilibrio che si crea tra esseri senzienti e piante

Gardens are by definition dynamic environments. Because there are constant interventions, the natural succession – or in other words nature’s attempt to establish equilibrium – is repeatedly interrupted.
Nevertheless, you sometimes encounter breathtakingly beautiful gardens that are the result of their guardians’ unremitting diligence.

E non esistono risposte facili che risolvano la questione una volta per tutte. Per quanto possiamo trarre ispirazione dal paesaggio, mai potremo ricavare lo stesso piacere con la pedissequa imitazione delle consociazioni vegetali spontanee

A wild plant community, however, cannot be imitated in the limited space of a garden without punishment. At best, it summons a feeling of alienation and at worst an inclination to laugh. An imitation prairie stripped of the vastness of its landscape setting is as ludicrious as an imitation rock in a flat Dutch back garden.

È ben diverso godere della vista di una prateria negli spazi immensi che la accolgono e le danno senso, rispetto agli spazi angusti di un giardino che ne comprimono la visione e l’ampio respiro.
Naturalmente è possibile prendere ispirazione dalle praterie, ricrearne l’atmosfera, imitarne le tessiture, costruire soprattutto dei rimandi con la realtà della natura che sperimentiamo nel quotidiano; insomma, non è mai facile.

to be continued…

 

ancora Biennale

Ancora un paio di righe sulla Biennale.

Vi consiglio di chiedere informazioni ai ragazzi di ASK ME! – ce l’hanno scritto sulla maglietta, li individuate facilmente. Evitate “dov’è il bagno”, loro sono il cosiddetto catalogo attivo della mostra, sono preparatissimi sui progetti esposti, pluri-laureati, conoscono le lingue e sono molto disponibili a spiegarvi le opere e vi racconteranno anche qualche aneddoto sull’allestimento.

Il Giardino delle Vergini di Piet Oudolf è da vedere – all’uscita del padiglione Italia (Arsenale). Temevo una manutenzione mannara, invece sono rimasta piacevolmente stupita di come tutto sia ben gestito. Che bravi!

Biennale Architettura 2018

Per chi andrà alla Biennale a Venezia – come già scrissi qui – passate al Giardino delle Vergini:

Il Giardino delle Vergini che si estende sull’area dell’ex monastero Santa Maria Vergine, demolito alla fine dell’Ottocento, è oggi un’ampia area verde di circa 14.000 metri quadri, circondata dalle alte mura dell’Arsenale. Prima degli interventi di recupero attuati dalla Biennale a partire dal 2000, l’area versava in uno stato di totale abbandono con la vegetazione infestante che ricopriva gli alberi esistenti e tutta la lunga facciata sud-est delle Tese delle Vergini. Oggi, dopo un impegnativo intervento di bonifica, il giardino non solo è diventato un suggestivo spazio verde, ma anche un luogo espositivo di grande ispirazione per gli artisti e architetti partecipanti alle esposizioni, che qui hanno creato suggestive installazioni paesaggistiche: 2008: Gustafson Porter LTD and Gustafson Guthrie Nichol LTD “Towards Paradise Garden”; 2009: Lara Favaretto “Monumentary Monument (Swamp)”; 2010: Piet Oudolf “Giardino delle Vergini”.

Con la realizzazione nel 2009 del Ponte dei Pensieri e l’ampliamento del Padiglione Italia, il Giardino costituisce il nuovo asse del percorso espositivo dell’Arsenale.

(dal sito ufficiale).

a casa di Noel

Ho già manifestato stima nei confronti di Noel Kingsbury, che leggo sempre volentieri, soprattutto quando riesce a stanare Piet Oudolf. Ora ho scoperto (grazie a The Garden di aprile) che accanto alla sua casa nell’Herefordshire – con un grande giardino nel quale Noel coltiva, sperimenta e studia la coesistenza/competizione delle erbacee perenni sia spontanee che create per il giardino – gestisce un b&b: The Pavillion.
Mi raccomando, se andate a trovarlo portategli i miei saluti!

mete alternative

Vidi il giardino di Gertrude Jekyll presso il castello di Lindisfarne per la prima volta sul numero due (ottobre 2005) della rivista Rosanova – a tutt’oggi, secondo me, uno dei migliori e con la copertina più bella (al momento è esaurito, ma meriterebbe di essere ripubblicato).

È un giardino molto piccolo, quattro muri in pietra grigia e una porta in legno dilavato lo delimitano facendolo diventare un concentrato di vita terrestre colorata in mezzo a un mare verde punteggiato di pecore, con il mare vero lì vicino.
Ha molto più a che fare con l’arte contemporanea che con l’arte dei giardini, soprattutto perché lo fa suo malgrado, senza volontà e senza sforzo, con la potenza assoluta di un richiamo a cui non si resiste. Non per niente Roman Polanski girò qui “Cul-de-sac”.

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Il giardino di Piet Oudolf presso il centro artistico di Hauser & Wirth nel Somerset perché è fresco d’impianto, appena uscito dalle carte del progettista e dai vasetti dei vivai.

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Il pocket park della Sutton House di Londra, una casa di epoca Tudor il cui cortile è stato bonificato e riprogettato di recente.

Ma di questo (e un altro bel progetto) vi parlo domani perché merita un approfondimento e una riflessione che ora non ho tempo di fare.


(Sembra ci si diverta parecchio a Sutton House!)

il film su Piet Oudolf

A proposito di quel breve video su Vimeo “Fall, Winter, Spring, Summer, Fall”: in sostanza si tratta di un documentario che Thomas Piper girerà durante cinque stagioni (inizia e finisce in autunno) al seguito di Piet Oudolf nei suoi giardini.
Le informazioni più precise e chiare le trovate sul tumblr di Adam Woodruff, un “garden artisan” americano, come lui si definisce.

This feature documentary will follow Piet and a number of his most important gardens across five seasons, capturing, in beautiful high-definition cinematography, all the aspects that make his designs so unique and revolutionary: painterly compositions featuring forgotten or unheralded plants; the celebration of a plant’s full life cycle including death; and the orchestration of these elements in gardens that evoke the emotional responses of being in the wild – and are, in fact, fantastically bio-diverse – but done so by meticulous design.

Vale proprio la pena di leggerlo con attenzione. E se avete fatto caso a ciò che Oudolf dice nel video

These are the drawings for Durslade. This is a meadow of one and a half acre. It’s a complex of farmhouses that’s going to renovate and become a gallery and also a place where the artists can stay. It’s meant to get lost in, so it’s quite big. I feel very much connected with Durslade and the people that asked me to do the garden.

non potete che essere come me che guardo questa pagina e non vedo l’ora che arrivi il 14 settembre!

Oudolf Durslade

Fall, Winter, Spring, Summer, Fall

a breve un post, rimanete nei paraggi…

Planting: a new perspective

Il libro cui accennavo l’altro giorno è
Piet Oudolf and Noel Kingsbury, Planting: a new perspective, Timber Press, 2013

e se cliccate sulla foto potete leggerne qualche stralcio; anche se, secondo me, è da avere. Perché è un libro difficile, lento e laborioso nella lettura – non per l’inglese che, anzi, è piuttosto semplice – che obbliga a pause, a ricerche ulteriori. Perché è un libro profondamente moderno, di domani, quasi più che oggi. Parla di ciò che oggi è ancora in nuce e che sarà; come potrà/potrebbe essere il mondo. Ma non pensiate sia un libro fumoso, new age, teorico, per niente: è preciso, sul campo, angolato, dritto, lucido e informatissimo (con tantissime indicazioni sulle singole piante). Ho l’impressione sia la summa del lavoro che Oudolf (e altri, in realtà; vengono nominate molte personalità del giardinaggio contemporaneo, con grande generosità) sta portando avanti da anni e che da solo non sarebbe mai stato capace di esprimere a parole – nello stanarlo Noel Kingsbury è magistrale.
Non un instant book che si scrive e si legge in un attimo, ma una scrittura sedimentata che chiede tempo. Chissà, magari quando lo finisco – confesso, l’ho già finito, ma voglio capire anche la singola virgola – ne riparliamo.

Venezia

Ho fatto alcune foto

Oudolf Vergini 1

Oudolf e Siza

al Giardino delle Vergini

Oudolf Vergini 2

Oudolf - Giardino delle Vergini

che Piet Oudolf progettò nel 2010 per la Biennale di Architettura.
È stata una sorpresa vederlo curato e ben tenuto a tre anni dall’impianto; veniamo da un inverno e una primavera particolarmente piovosi e forse questo ha aiutato, ma l’irrigazione funziona bene, come pure il diserbo manuale, il taglio del prato tutt’intorno e la pulizia dei bordi. Si diceva, la primavera è stata fresca e protratta nel tempo, e di sicuro ha il merito di aver prolungato e diluito le fioriture; in effetti c’era pochissimo fiorito (metà giugno): qualche Geranium, la Kalimeris, qualche Echinacea, una Achillea, almeno un paio di varietà di Echinops. Gli Eupatorium sono pronti, le graminacee belle pimpanti.

Oudolf Vergini 4

Oudolf a Venezia

Dal punto di vista dell’impianto niente da dire, è tutto ben equilibrato. Il giardino è più grande di quanto pensassi e le masse sono solide e proporzionate, le graminacee danno leggerezza e le fioriture sono piccole e aggraziate. È tutto molto giusto, anche un filo monotono, ma credo che in origine ci fossero più piante verticali (i temibilissimi anemoni del Giappone sono pronti a mangiarsi tutto lo spazio, nella competizione vincono sempre loro), manca infatti un po’ di slancio in alto, qualche punto esclamativo, qualche Verbascum, qualche Inula, qualcosa che squaderni la compattezza delle masse.
C’è da dire che il contesto è meraviglioso, la consistenza liquida e rosa di Venezia

Oudolf 5

Arsenale - Venezia

che alle Corderie diventa tangibile nei passaggi tra luce forte e ombra forte e poi ombra più leggera degli alberi – appena usciti dal padiglione Italia (opere molto belle, lo consiglio), buio, si va in un giardino di ciliegi a chioma aperta, frondosi, sanissimi ed enormi e poi ci si incammina per le Vergini, che arriva dopo una piccola strozzatura. Le alberature sono preesistenti e importanti, come pure le architetture antiche, chiare, di mattoni a vista, con finestroni aperti sul cielo.

Oudolf Vergini 6

Piet Oudolf + Alvaro Siza

C’è il padiglione che nel 2012 progettò Alvaro Siza (lo vedete anche nella prima foto in alto) e che spero non venga mai rimosso – di solito le installazioni sono temporanee, è abbastanza curioso (e fortunato!) che questa sia rimasta – perché dialoga alla perfezione con il giardino di Oudolf, tanto da chiedermi se fosse altrettanto riuscito prima dell’inserimento dei grossi muri scialbati opachi e poi tinti di bordeaux scuro che racchiudono un vecchio platano enorme e chiarissimo, come la piccola ghiaia tutta intorno.

No, decisamente non saprei dire se il giardino di Oudolf mi convince del tutto. La sensazione è che sia Oudolf che fa Oudolf, e nella scelta di mettere in scena le sue piante preferite, dimentichi (volutamente?) che il teatro è piuttosto ingombrante e insidioso, che a duecento metri c’è il mare. Non c’è niente di neutro nel paesaggio architettonico e lagunare di Venezia, c’è sempre un po’ di Mediterraneo e un po’ di oriente, un po’ di contemplazione bizantina che forse vibra corde difficili da trovare. Le parti più riuscite sono le strisce di graminacee che restituiscono un diaframma che ci avvicina alla luce e al riverbero del nostro sole e mare.

Oudolf Vergini 3

graminacee al Giardino delle Vergini

Serpentine Gallery 2011

Mi spiace di non avere il tempo di tradurre e approfondire questa notizia, per me strabiliante, ma ora ho vagamente il tempo di fare niente a parte il dovere.
Si tratta del padiglione temporaneo che ogni anno la Serpentine Gallery di Londra fa allestire a un architetto, quest’anno il mio idolo Peter Zumthor in collaborazione con l’altro (mio idolo) Piet Oudolf. Non uso mezzi termini perché non ho tempo di trovarli e anche perché quando si intravede la materia vera occorre celebrarla come si deve.
Si tratta, a vederlo bene, di una serie di luoghi uno dentro l’altro: la grande città, Londra, con dentro il grande parco, Hyde Park, con una porzione, i Kensington Gardens, e un’architettura scura e muta che fa da scrigno a una striscia fiorita preziosa sotto un’unica fetta di cielo. Qui trovate notizie e immagini; qui c’è un articolo più incentrato su Oudolf. Su quest’altro sito c’è un bel video

Interview: Serpentine Gallery Pavilion 2011 by Peter Zumthor from Dezeen on Vimeo.

con il testo interamente trascritto qui:

My name is Peter Zumthor, Zumthor meaning “by the gate,” a nice name for an architect I think. I started out in my father’s shop as a cabinetmaker, and slowly slowly … now I’m an architect. I’m a passionate architect, and I think it’s a beautiful profession. I do not work for money. I don’t go for commercial projects, I go for projects where I can put my heart into it, and which I think are worthwhile doing.

Gardens have become more and more important for me, working as an architect. When I was young I enjoyed them but not really consciously. The older I get, the interest becomes more keen and I want to be close to gardens, and I want to be into the gardens, so my work reflects this kind of desire to know more about it, and to integrate the garden or maybe even make the garden as a centrepiece and the architecture just a frame.

I make a building which acts as a stage. The garden is in the centre, and not you, not me, and not anybody else, we are around the garden, not in the garden. I think everybody understands right away what this would mean, and many of know, have some vague knowledge that an enclosed garden — there is something beautiful about it.

I made this frame and asked the landscape architect Piet Oudolf to do this, and he did a marvellous job. So there was no concept discussion of “what are you going to do” and “I want to see this” and so on. I trusted him. He surprised me with this wonderful wild garden with a lot of beautiful flowers you would find on the edge of a field or the edge of woods and so on. So there’s a statement I think, or maybe there’s no statement. It depends.

This garden is a typological piece; it’s a type. It’s not a context piece. So in a way this kind of garden, this kind of viewing, this device, can be anywhere. Somebody buys this and puts it up somewhere else, so it cannot be a piece of the place. So this piece is sort of a more eternal piece, it comes from afar. And if you put it up somewhere else, it would have other plans, other sky, and another climate. So let’s see what happens. I think chances are good it will be put up again, and I will see then what’s in it.

Per finire, volevo solo far notare quella cosa sublime delle due rampe di accesso al blocco nero: inizialmente sono a livello del terreno, poi man mano avvicinandosi alle porte, le stradine si alzano e arrivano all’edificio con una quota appena superiore. Brividi!