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The Plant #8

– Prima di tutto c’è un articolo ben fatto e illustrato sui giardini che i rifugiati siriani allestiscono nei centri di accoglienza in Giordania.

Un’intervista a Gilles Clément a proposito del giardino che ha creato a Melle, un piccolo paese a ovest della Francia, fra Nantes e Bordeaux: il Giardino d’Acqua e Ortica. Mi piace perché su The Plant le interviste sono lunghe e approfondite e spesso vertono sugli ultimi lavori o addirittura quello che verrà fatto nel prossimo futuro, non si limitano a ripercorrere la carriera di un paesaggista, ma lo incalzano sul presente.
Sul progetto e su G. Clément ho opinioni contrastanti e rimango irrisolta, però questo giardino lo vorrei vedere.

– Un articolo su un designer che non mi piace. Ma al momento ho grossi problemi ad accettare qualsiasi oggetto che abbia la pretesa di non deperire a breve – tutta roba che ci rimane tra i piedi per troppo, troppo tempo.

– Un approfondimento sul lavoro di Camilla Goddard, apicoltrice urbana a Londra.

– Un articolo davvero molto interessante sulla cura degli alberi nei giardini tradizionali del Giappone e la spiegazione dello stretto legame fra natura e cultura nel dispiegamento della bellezza di un giardino.

– Una visita a Chernobyl.

Georgia O’Keeffe.

– Un approfondimento sulla coltivazione del Ficus lyrata.

E molte altre cose, immagini, disegni – un po’ di materiale lo trovate qui.

la cura dei piccoli spazi

Si diceva ieri del giardino della Sutton House a Londra; trovate notizie complete qui, in quest’altra pagina pdf ci sono informazioni puntuali sul progetto: la comunità che l’ha portato avanti, il coinvolgimento dei locali, il progetto ufficiale sottoposto al giudizio e alla fine interamente finanziato dal fondo per i Pocket Parks istituito dal sindaco di Londra.
Il Pocket Parks Programme fa parte di un impegno di più ampio respiro preso a partire dal 2009 da Boris Johnson: il London’s Great Outdoors (pdf), un programma di miglioramento delle strade, delle piazze, dei parchi, dei canali e delle banchine della città – sono solo sedici agili pagine e si leggono con piacere, viene spiegato perché e come un progetto di riqualificazione di questo tipo è considerato strategico su più fronti, dalla sicurezza, al piacere di vivere il proprio quartiere, alla salute pubblica.
Al momento ci sono cento pocket parks, e da questa cartina si può vedere dove sono e qual è lo stato di avanzamento dei lavori.

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L’ultima meta alternativa è il Ditchling Museum of Art + Craft nell’East Sussex, vicino a Brighton, un piccolo museo (un pocket museum?) di arte e artigianato restaurato e ampliato l’anno scorso.

how to make your life with the natural world around you (dal video introduttivo)

mete alternative

Vidi il giardino di Gertrude Jekyll presso il castello di Lindisfarne per la prima volta sul numero due (ottobre 2005) della rivista Rosanova – a tutt’oggi, secondo me, uno dei migliori e con la copertina più bella (al momento è esaurito, ma meriterebbe di essere ripubblicato).

È un giardino molto piccolo, quattro muri in pietra grigia e una porta in legno dilavato lo delimitano facendolo diventare un concentrato di vita terrestre colorata in mezzo a un mare verde punteggiato di pecore, con il mare vero lì vicino.
Ha molto più a che fare con l’arte contemporanea che con l’arte dei giardini, soprattutto perché lo fa suo malgrado, senza volontà e senza sforzo, con la potenza assoluta di un richiamo a cui non si resiste. Non per niente Roman Polanski girò qui “Cul-de-sac”.

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Il giardino di Piet Oudolf presso il centro artistico di Hauser & Wirth nel Somerset perché è fresco d’impianto, appena uscito dalle carte del progettista e dai vasetti dei vivai.

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Il pocket park della Sutton House di Londra, una casa di epoca Tudor il cui cortile è stato bonificato e riprogettato di recente.

Ma di questo (e un altro bel progetto) vi parlo domani perché merita un approfondimento e una riflessione che ora non ho tempo di fare.


(Sembra ci si diverta parecchio a Sutton House!)

Meanwhile, not in Italy…

Due notizie recenti hanno colpito la mia attenzione, per vari motivi. Essenzialmente si tratta del riutilizzo di pezzi di città, ed è una cosa sempre interessante: di permettere al XXI secolo di impadronirsi di vecchia roba che sta lì da troppo tempo, quasi un intralcio, per renderla viva di nuovo, utile e ganza. Perché le infrastrutture hanno un senso in quanto offrono un servizio, quando questa capacità viene meno – e cambiano tutti i parametri che muovevano cose e persone, presto si trasformano in un’occupazione indebita di spazio. E noi stessi siamo molto diversi, ci piace andare in bicicletta, stare all’aperto, sederci sotto agli alberi, coltivare i pomodori – o forse piace solo a me?! La pianificazione del territorio tiene le redini di un animale in continuo movimento; alcune gestioni reagiscono meglio di altre, forse sanno ascoltare con più attenzione i messaggi di cambiamento e indirizzano prima le energie dove c’è bisogno.

L’esperienza della High Line a New York ha segnato – e siamo solo all’inizio – un punto importante nella risposta alle nuove necessità urbane; e ora ci riprovano con la QueensWay. Nel 2011, un gruppo di residenti del Queens (un distretto della città di New York) che vive in prossimità della LIRR Rockaway Beach Branch – un servizio ferroviario urbano in disuso dal 1962 – ha formato un comitato per studiare e proporre la costruzione di un parco simile alla High Line. Al momento sono stati incaricati due studi di architettura, urban design e pianificazione territoriale per studiare e valutare la fattibilità del progetto; i residenti si riuniscono regolarmente per discutere le proposte, e l’idea procede cercando di acquisire forza e concretezza.

La seconda notizia riguarda Londra e probabilmente ha un livello di fattibilità superiore; i giornali italiani la danno come una cosa certa, ma il Guardian, in un articolo lungo e interessante, parla dell’intero progetto e poi lo ridimensiona riportandolo a un percorso iniziale di 6,5 km.
Il Sole 24 Ore ha tradotto a grandi linee l’articolo:

Partono a Londra i lavori per la realizzazione della prima pista ciblabile sopraelevata, una SkyCycle che dovrebbe coprire tutti i punti principali della città, collegandosi alle principali stazioni metropolitane. SkyCycle permetterà ai ciclisti di “volare” su tre livelli con numerosi accessi alla pista, senza intralciare il traffico dei mezzi urbani.
Il progetto è quello di un percorso di oltre 210 chilometri che si aggancerà alle infrastrutture ferroviarie a zero consumo di suolo. Strutture tubolari in vetro, prive di copertura, avvolgono una gabbia elicoidale la cui forma crea percorsi fluidi e dinamici che popolano tetti di edifici e vecchie linee ferroviarie. Il progetto, sarà curato dagli studi di Exterior Architecture, Foster and Partners e Space Syntax e una volta realizzato permetterà ad oltre 6 milioni di londinesi di recarsi al lavoro in bicicletta. Il pedaggio sarà a pagamento, ma il prezzo sarà inferiore alla metà del costo del biglietto metro o bus. Il sindaco Boris Johnson ha già dato il via ai lavori per la prima tratta, che collegherebbe Liverpool Street con l’East London.

Il progetto è giustamente molto ambizioso, Sam Martin di Exterior Architecture dice che il sogno è quello di potersi svegliare a Parigi, andare in bicicletta alla Gare du Nord, prendere il treno per Stratford per poi proseguire in bici verso il centro di Londra in pochi minuti – abbastanza esaltante anche solo pensarci. E tutto nasce dal progetto di quando era ancora studente di un impiegato, Oli Clark, sviluppato a pezzi successivi quasi come un passatempo all’interno di Exterior Architecture.
D’ora in poi potrò fantasticare di arrivare a Londra col mio ferrovecchio!

Serpentine Gallery 2011

Mi spiace di non avere il tempo di tradurre e approfondire questa notizia, per me strabiliante, ma ora ho vagamente il tempo di fare niente a parte il dovere.
Si tratta del padiglione temporaneo che ogni anno la Serpentine Gallery di Londra fa allestire a un architetto, quest’anno il mio idolo Peter Zumthor in collaborazione con l’altro (mio idolo) Piet Oudolf. Non uso mezzi termini perché non ho tempo di trovarli e anche perché quando si intravede la materia vera occorre celebrarla come si deve.
Si tratta, a vederlo bene, di una serie di luoghi uno dentro l’altro: la grande città, Londra, con dentro il grande parco, Hyde Park, con una porzione, i Kensington Gardens, e un’architettura scura e muta che fa da scrigno a una striscia fiorita preziosa sotto un’unica fetta di cielo. Qui trovate notizie e immagini; qui c’è un articolo più incentrato su Oudolf. Su quest’altro sito c’è un bel video

Interview: Serpentine Gallery Pavilion 2011 by Peter Zumthor from Dezeen on Vimeo.

con il testo interamente trascritto qui:

My name is Peter Zumthor, Zumthor meaning “by the gate,” a nice name for an architect I think. I started out in my father’s shop as a cabinetmaker, and slowly slowly … now I’m an architect. I’m a passionate architect, and I think it’s a beautiful profession. I do not work for money. I don’t go for commercial projects, I go for projects where I can put my heart into it, and which I think are worthwhile doing.

Gardens have become more and more important for me, working as an architect. When I was young I enjoyed them but not really consciously. The older I get, the interest becomes more keen and I want to be close to gardens, and I want to be into the gardens, so my work reflects this kind of desire to know more about it, and to integrate the garden or maybe even make the garden as a centrepiece and the architecture just a frame.

I make a building which acts as a stage. The garden is in the centre, and not you, not me, and not anybody else, we are around the garden, not in the garden. I think everybody understands right away what this would mean, and many of know, have some vague knowledge that an enclosed garden — there is something beautiful about it.

I made this frame and asked the landscape architect Piet Oudolf to do this, and he did a marvellous job. So there was no concept discussion of “what are you going to do” and “I want to see this” and so on. I trusted him. He surprised me with this wonderful wild garden with a lot of beautiful flowers you would find on the edge of a field or the edge of woods and so on. So there’s a statement I think, or maybe there’s no statement. It depends.

This garden is a typological piece; it’s a type. It’s not a context piece. So in a way this kind of garden, this kind of viewing, this device, can be anywhere. Somebody buys this and puts it up somewhere else, so it cannot be a piece of the place. So this piece is sort of a more eternal piece, it comes from afar. And if you put it up somewhere else, it would have other plans, other sky, and another climate. So let’s see what happens. I think chances are good it will be put up again, and I will see then what’s in it.

Per finire, volevo solo far notare quella cosa sublime delle due rampe di accesso al blocco nero: inizialmente sono a livello del terreno, poi man mano avvicinandosi alle porte, le stradine si alzano e arrivano all’edificio con una quota appena superiore. Brividi!

semi di girasole

Dal 12 ottobre 2010 al 2 maggio 2011, alla Turbine Hall, presso la galleria d’arte moderna e contemporanea Tate Modern di Londra, l’artista cinese Ai Weiwei espone l’opera Sunflower Seeds 2010.

Il video è un piccolo documentario che spiega come è stata concepita e realizzata l’opera; mi rendo conto che quando si legge la durata – 14 minuti e 42 – si perda all’istante la voglia di vederlo, ma in questo caso si sbaglia: è un documento bellissimo, interessante e a tratti quasi commovente – non di quella commozione becera e insincera di cui è pieno il mondo, ma un sentimento empatico che ci fa comprendere realtà anche molto lontane dal nostro quotidiano.

Sono stati riprodotti in porcellana milioni di semi di girasole ancora nei gusci, ciascuno affinato, dipinto e cotto nella città di Jingdezhen. Non si è trattato di un lavoro industriale, ma è il frutto del mestiere di centinaia di mani operose. Questi cento milioni (100.000.000.000) di semi sono stati riversati nella grande Turbine Hall, creando un paesaggio infinito. Sunflower Seeds ci invita a guardare più da vicino al fenomeno del “Made in China” e alla geopolitica dello scambio culturale ed economico odierno.

A questa pagina trovate un breve testo che spiega l’opera in maniera semplice e chiara, qui sono citate alcune frasi dell’artista.

Ai associa i semi di girasole – la merenda più comune tra i ragazzi – alla brutale Rivoluzione Culturale (1966/76) di Mao Zedong. Mentre gli individui venivano privati della libertà, l’immagine di propaganda raffigurava il presidente come un sole e i cittadini come una massa di girasoli rivolti verso di lui. Nonostante tutto, Ai ricorda la condivisione dei semi di girasole come un gesto di compassione umana, che rendeva possibili spazi di piacere, amicizia e gentilezza durante un periodo di povertà estrema, repressione e incertezza.

giusti provvedimenti

Il 13 novembre sentii alla radio la lieta notizia che a Londra, entro un anno e mezzo, verrà vietato l’uso dei sacchetti di plastica.

Dal Corriere della Sera del 14 novembre 2007:

Londra – Una capitale senza buste di plastica
In nome del rispetto per l’ambiente, i responsabili dei consigli municipali di Londra sono decisi a proibire in modo assoluto l’utilizzo delle buste di plastica. Una scelta condivisa dal 90% delle persone e delle organizzazioni consultate. L’alternativa è quella di stabilire una tassa particolarmente gravosa sul loro utilizzo. Ma poiché il Tesoro non darà  il suo benestare all’introduzione di una tassa (10-15 penny a busta, circa 20-30 centesimi) – spiega il quotidiano “The Guardian” – con tutta probabilità  i municipi si accorderanno per il divieto. E così, entro 18 mesi, Londra potrebbe diventare la “prima metropoli libera dai sacchetti di plastica”.
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I NUMERI – Nei supermercati britannici vengono distribuiti circa 17 miliardi di buste di plastica ogni anno. Finora, le autorità  avevano preferito seguire la strada dell’impegno volontario dei supermercati per ridurre del 25% la distribuzione delle buste di plastica entro il 2008. Ma ormai l’orientamento di molti Paesi (anche in virtù delle norme comunitarie in materia, in particolare della direttiva EN13432) è quello del divieto assoluto.
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I PRECEDENTI – L’iniziativa di Londra si aggiunge infatti a scelte simili già adottate da altre città, come Parigi e San Francisco (anche se non si tratta di misure applicate al 100%). E in Italia? La Finanziaria 2007 prevede, «ai fini della riduzione delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera, del rafforzamento della protezione ambientale e del sostegno alle filiere agro-industriali nel campo dei biomateriali, un programma sperimentale per la progressiva riduzione della commercializzazione di sacchi per l’asporto delle merci che non risultino biodegradabilià». L’obiettivo è quello di arrivare «al definitivo divieto» entro il 1° gennaio 2010.

Sul sito di Legambiente, ulteriori notizie che allargano il discorso anche al nostro paese e riportano alcuni dati che ci riguardano.