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The Planthunter

Sto leggendo il libro di Georgina Reid (foto di Daniel Shipp), The Planthunter, Timber Press. Come dicevo su Instagram, è una lettura quasi per parole chiave: verità, bellezza, caos e piante; ma soprattutto all’interno, più in piccolo, ci sono parole che risuonano meglio e chiariscono alcuni concetti del nostro rapporto con le piante, la natura, il giardino e la cura di esso.

Al momento mi sono fermata a quel che dice David Whitworth:

“In a way, gardeners are always building to a point that never arrives. I often think I’ll fix something and then just sit back, have a cup of tea and enjoy it, but it doesn’t happen. I’ve realized I prefer the rearranging, the tending, the watering. I think “to tend” is my favorite verb. It implies that you are creative, or nurturing, but almost invisibly so. It’s also aspirational. To tend is to sustain a state of caring.”

Per certi versi, essere giardinieri è costruire senza arrivare mai alla fine. Penso spesso che ultimerò un lavoro e poi mi siederò tranquillo a godermi una tazza di tè, ma non succede mai. Mi sono reso conto di preferire il riordino, la cura, il dare l’acqua. Credo che “prendersi cura” sia il mio verbo preferito. Chiama in causa la creatività, il nutrimento, ma in maniera quasi invisibile. È un’ispirazione. “To tend” è sostenere nel tempo la cura.
Mia libera, discutibile traduzione.

To tend in inglese può essere anche detto condurre e servire, nella doppia accezione che ci vede al comando – per così dire – ma anche assoggettati a quel che comandiamo. Che con le piante è una condizione comune e imprescindibile.

Cabin Porn

Cabin Porn Book Trailer from Cabin Porn on Vimeo.

Capanni nella natura più o meno selvaggia.

The Living Landscape

Se non sapete cosa regalarmi a Natale:

È un libro di Rick Darke (che conosco e apprezzo per un libro sulle graminacee che spesso consulto) e Doug Tallamy, di cui non ho mai letto niente, ma che mi incuriosisce. Su Amazon potete avere un’idea dei contenuti, dando un’occhiata mi sembra interessante e poi è nuovissimo: luglio 2014.

Nota: potete farmi regali anche se non ci conosciamo di persona, non mi crea nessun imbarazzo. Grazie :)

Planting: a new perspective

Il libro cui accennavo l’altro giorno è
Piet Oudolf and Noel Kingsbury, Planting: a new perspective, Timber Press, 2013

e se cliccate sulla foto potete leggerne qualche stralcio; anche se, secondo me, è da avere. Perché è un libro difficile, lento e laborioso nella lettura – non per l’inglese che, anzi, è piuttosto semplice – che obbliga a pause, a ricerche ulteriori. Perché è un libro profondamente moderno, di domani, quasi più che oggi. Parla di ciò che oggi è ancora in nuce e che sarà; come potrà/potrebbe essere il mondo. Ma non pensiate sia un libro fumoso, new age, teorico, per niente: è preciso, sul campo, angolato, dritto, lucido e informatissimo (con tantissime indicazioni sulle singole piante). Ho l’impressione sia la summa del lavoro che Oudolf (e altri, in realtà; vengono nominate molte personalità del giardinaggio contemporaneo, con grande generosità) sta portando avanti da anni e che da solo non sarebbe mai stato capace di esprimere a parole – nello stanarlo Noel Kingsbury è magistrale.
Non un instant book che si scrive e si legge in un attimo, ma una scrittura sedimentata che chiede tempo. Chissà, magari quando lo finisco – confesso, l’ho già finito, ma voglio capire anche la singola virgola – ne riparliamo.

il paesaggio e le persone

Sto leggendo “Canale Mussolini” di Antonio Pennacchi e vorrei consigliarlo perché è proprio un bel libro.
Non mi dilungo nella descrizione dei contenuti – li trovate un po’ ovunque, dal momento che ha vinto il premio Strega – ma mi riallaccio ad un articolo di Guido Giubbini sull’ultimo numero (il 22) di ROSANOVA, “Il paesaggio come opera d’arte, luogo sacro, sedimento di storia e di memoria”; non è tra i migliori articoli di Guido il quale, a mio parere, dà il meglio di sé quando può metterci qualcosa di personale, arguto e irriverente, ma dice cose molto sensate e condivisibili. E’ da tempo, infatti, che mi interessa, più che l’intervento puntuale e pregevole del privato, l’opera per la collettività, pubblica, la città, il paesaggio, lo snodo delle strade; la capacità di leggere le intenzioni e le necessità di tutti piuttosto che di uno. In soldoni: mi appassionano moltissimo le opere pubbliche, grandi, e meno il giardino privato. Intendiamoci, mi perdo nel singolo fiore, ma tendo a essere più disincantata, avendo visto che negli anni arrivano e ripartono mode, si hanno passioni, pallini, manie, ci si straccia le vesti e poi ci si ricompone; ora la vera intenzione con ruga verticale in fronte la metto nel pubblico.

Per questo forse mi piace così tanto la storia della famiglia Peruzzi che dal Veneto parte alla bonifica delle Paludi Pontine, in una storia d’Italia attraverso il territorio. E per lo stesso motivo non vedo l’ora di andare alla Biennale di Architettura a Venezia, che ha un titolo così evocativo People meet in architecture e una direttrice piccina ma forte come un bambù.

Nota: lascio i commenti aperti su cortese insistenza di Paolo Tasini di attraverso giardini, spero di resistere e che sia utile.