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Pascale, agricoltura

Sull’inserto della domenica del Corriere della Sera di un paio di settimane fa – La Lettura #92, 25 agosto – c’era un articolo interessante di Antonio Pascale: Perché l’agricoltura è sparita dai romanzi, che (incredibile! l’ho cercato sicura che non ci fosse, e invece c’è) trovate per intero online.

Gli articoli di Pascale sono spesso interessanti perché cercano di stanarci dalle nostre abitudini di pensiero e dalla convenienza sociale di riflettere tutti allo stesso modo, godendoci la nostra superficialità e gustando la pubblica approvazione. Non dico di essere sempre d’accordo con quel che scrive, ma gli riconosco il merito di sollevare argomenti che mettono allo scoperto e ci portano su strade poco battute.

In questo caso prende il mito del ruralismo che vede nella civiltà contadina la sola riserva di valori non contaminati dalla civiltà moderna, industriale e cittadina e ci fa notare che, apparentemente efficace su piccola scala, appena si estende la visione, perde di verità e cozza con la realtà della vita sia passata che presente. In sostanza, per credere davvero che i vecchi tempi (prima della “rivoluzione verde”) siano da rimpiangere, occorre rimuovere molte variabili scomode, ad esempio il miglioramento di tutti gli indicatori del benessere fisico dovuto ai cambiamenti nella composizione della dieta: oggi siamo più forti e meno soggetti alle malattie, che vogliamo ammetterlo o no. È come se tutti, su questo argomento, avessimo un immaginario falsato e dovessimo reintegrare parecchie nozioni fondamentali.
Per farlo cita e consiglia diverse letture che riporto qui:

Spero che l’argomento interessi anche a voi – a me molto – e grazie a Pascale per l’indicazione dei libri.

Tra l’altro mi chiedo quando ne uscirà uno suo (è uno scrittore bravissimo).

latino e immediatezza

Leggo sull’inserto del Corriere La Lettura di domenica 15 gennaio un trafiletto di Giovanni Caprara:

Il latino non avvolgerà più con il suo fascino del passato le nuove piante scoperte. Da questo mese le descrizioni botaniche saranno in inglese. L’accettazione è ufficiale anche se l’aulica scrittura da tempo sfuggiva. Linneo certo non sarebbe felice ma termini di difficile traduzione e l’immediatezza di Internet lo impongono. Galileo, comunque, per l’astronomia, il latino lo aveva già abbandonato quattro secoli fa.

Cerco approfondimenti in rete e non ne trovo; poi, il lampo: Meristemi! E infatti