Tag Archive for 'Giappone'

The Plant #8

– Prima di tutto c’è un articolo ben fatto e illustrato sui giardini che i rifugiati siriani allestiscono nei centri di accoglienza in Giordania.

Un’intervista a Gilles Clément a proposito del giardino che ha creato a Melle, un piccolo paese a ovest della Francia, fra Nantes e Bordeaux: il Giardino d’Acqua e Ortica. Mi piace perché su The Plant le interviste sono lunghe e approfondite e spesso vertono sugli ultimi lavori o addirittura quello che verrà fatto nel prossimo futuro, non si limitano a ripercorrere la carriera di un paesaggista, ma lo incalzano sul presente.
Sul progetto e su G. Clément ho opinioni contrastanti e rimango irrisolta, però questo giardino lo vorrei vedere.

– Un articolo su un designer che non mi piace. Ma al momento ho grossi problemi ad accettare qualsiasi oggetto che abbia la pretesa di non deperire a breve – tutta roba che ci rimane tra i piedi per troppo, troppo tempo.

– Un approfondimento sul lavoro di Camilla Goddard, apicoltrice urbana a Londra.

– Un articolo davvero molto interessante sulla cura degli alberi nei giardini tradizionali del Giappone e la spiegazione dello stretto legame fra natura e cultura nel dispiegamento della bellezza di un giardino.

– Una visita a Chernobyl.

Georgia O’Keeffe.

– Un approfondimento sulla coltivazione del Ficus lyrata.

E molte altre cose, immagini, disegni – un po’ di materiale lo trovate qui.

furoshiki

Dal sito FUROSHIKI, un modo ganzo di portare i fiori:

Sul sito trovate anche molte tecniche per fare delle borse e dei portaoggetti con un semplice pezzo di stoffa quadrato. Pensateci quando venite alle mostre!

Tokyo Green Space

Tokyo Green Space è un sito che si occupa di piante e di persone che portano la natura all’interno delle grandi città, nella fattispecie Tokyo, ma non solo.

DAILY STYLE #1 JARED BRAITERMAN from BELL STREET FILM on Vimeo.

Dan Pearson

Venerdì sono stata a Roma a seguire la presentazione del libro “Spirit – Garden Inspiration” di Dan Pearson, da parte dello stesso autore, invitato da Gabriella Recrosio, autrice di un bell’articolo pubblicato su Rosanova di aprile.

(immagine presa da Federal Twist)

L’avevo già letto e mi aveva colpita perché si parla di ispirazione nel senso più ampio del termine, quindi non solo giardini, ma architettura, scultura, forma; di come la sensibilità di una persona possa soffermarsi in maniera sinestetica su tutto ciò che la circonda e rendere l’esperienza uditiva, tattile, visiva e olfattiva un’unica realtà che pervade istantaneamente tutto. E di come la realtà che colpisce i sensi, tutti e ciascuno, rimanga nel nostro vissuto e torni fuori ad aiutarci quando ci troviamo a risolvere un compito, a svolgere una funzione, ad elaborare un progetto. Semplificando, non sono più capace di un altro di sviluppare un’idea creativa se ho studiato, se ho capito, se sono stato diligente, ma se sono capace di rendere le mie capacità abbastanza sottili e duttili da immagazzinare ciò che mi circonda e averne trovato le connessioni con la mia vita interiore e poi le so rielaborare in chiave pratica a fini concreti e operativi. Sostanzialmente qualcosa di innato. Certo, poi esiste il lavoro, la cosiddetta “traspirazione”, ma l’ascolto e la risonanza giusta dell’istante sono cose che già devono stare lì, il seme.

E’ interessante il libro di Dan Pearson perché assolutamente inutile, nel senso migliore del termine. Inutile ai fini della progettazione: non contiene progetti, non dà suggerimenti. Inutile come auto-promozione: non è un libro critico, non si scaglia contro nessuno, non innesca polemiche. Inutile come illustrazione: le fotografie sono piuttosto piccole e poco luminose, di qualità media – ho quasi il sospetto che siano appositamente scure per imporre uno sguardo più attento. E i luoghi di cui parla sono abbastanza alla portata di tutti – a parte alcuni posti più remoti -, non dico da turismo di massa, ma molte mete europee, Roma, l’Andalusia. Alla fine, è un libro da leggere con una certa attenzione perché non offre appigli né scorciatoie sentimentali, anzi, è piuttosto rigoroso e profondo nelle riflessioni, e in alcuni punti richiede una rilettura per cogliere tutti i concetti e le sfumature.
E’ ancor più interessante perché Pearson non è solo un teorico, un filosofo, un illustratore, ma lavora concretamente sul paesaggio, quindi forza, incanala e asseconda la natura all’interno di un progetto, dà forma visibile alle idee.

Ci sono alcune parole che ricorrono e che forse tirano il filo che ci conduce. Elusive (elusivo, sfuggente); I might be able to capture the appropriateness of things in their place if I learned to read what was around me (imparare a leggere ciò che abbiamo attorno); I knew I wanted to translate the freedom found in a natural landscape and work something of it into a garden setting (tradurre la libertà della natura).
Parla di Rousham, nell’Oxfordshire, restituendone il silenzio e la monumentale ma domestica bellezza (illustrata con piccole ma densissime foto), di Yosemite e del sentirsi piccoli dentro la foresta, dell’eclettismo disinibito dei Community Gardens in qualsiasi parte del mondo si trovino. C’è un’ampia parte dedicata alla sua esperienza in Giappone, che spazza via le vaghe idee imprecise che ciascuno di noi ha sul minimalismo come qualcosa di statico ed esangue, mentre è potente e senza tempo, di un’altra era. E proprio nell’esperienza giapponese troviamo il coinvolgimento più intenso, forse più recente, che lo accompagna, con ampie, illuminanti riflessioni.

“as the garden is fugitive and always in flux” è importante per questo punteggiare e puntellare la nostra esperienza del mondo naturale con libri come questo, o libri che ciascuno può creare da solo, mettendo insieme le esperienze, i passi, i pensieri “by simply taking the time to look”. E a volte anche guardare due volte.

made in Japan /parte 3

Da Gardens Illustrated #41 – aprile 1999, Marc Peter Keane:

Volgiamo ora la nostra attenzione al giardino. Allo stesso modo in cui i kimono stanno maldestramente appesi ai muri, così i giardinieri renderanno sapidi i loro giardini con lanterne di pietra e ponti rossi per creare un “look giapponese” – il risultato sarà  spesso, tristemente, un frutto aspro. Sabbia bianca, rocce, uno o due pini ritorti – nessuno di questi elementi sarà  in grado di creare l’essenza di un giardino giapponese.
La domanda che vi dovreste porre è “cosa sto cercando?” Se, come con il kimono trofeo, lo scopo è di reinventare il mezzo, allora, in tutte le maniere, usate gli elementi del giardino giapponese, ma in questo caso usateli con coraggio. Fate giochi di prestigio, capovolgeteli, usateli come farebbe un alchimista e temprateli sul fuoco. Se, invece, l’intento è ricreare il ritmo e l’equilibrio, la tessitura e il timbro del giardino giapponese per avvicinarvi al senso di armonia e pace che esso ispira, allora gli ingredienti da soli non sono sufficienti.

E’ meritorio cercare di comprendere il contenuto e non solo la forma esteriore delle cose che prendiamo a prestito da un’altra cultura. Così facendo, sarà  forse possibile produrre un nuovo e distinto approccio al progetto di giardini che non sarà  né giapponese né locale, ma sostenuto da radici complesse e nutrito in vari territori.

Trovo che ciò sia vero per me, quando progetto un giardino. Mentre di sicuro prendo ispirazione dagli antichi giardini del Giappone, così come da antichi libri di giardinaggio, la musa mi parla da nuove e apparentemente sconnesse fonti. Per esempio, i colori e le fantasie dei tessuti rustici di Okinawa, mi hanno ispirato il disegno di una recinzione fatta di assicelle di legno tinto e tessuto per il giardino di un tempio a Kyoto. In una residenza privata, il movimento ritmico senza fine delle onde dell’oceano è stato tradotto in una spirale di muschio incisa attraverso un’ampia campitura di sabbia. Un giardino sovrastante il palco di un teatro tradizionale No ha trovato un legame con esso attraverso un magnifico pino nero e un gruppo di piccole canne di bambù – immagini che sono sempre raffigurate sul retro del sipario del palco No.

Nessuno degli elementi menzionati si trova all’interno della tavolozza tradizionale dei giardini giapponesi, ma nessuno ne è alieno, e questo tipo di approccio interpretativo alla progettazione di giardini potrebbe forse essere la maniera migliore di discernere l’agro dal dolce.

the end

made in Japan / parte 2

Da Gardens Illustrated #41 – aprile 1999, Marc Peter Keane:

Niente può dimostrarlo più chiaramente del ponte rosso curvo, che è diventato il simbolo ubiquo del giardino “giapponese”. Forse è la vivacità  del ponte ad attirare l’attenzione dell’occhio straniero – ma c’è di più da sapere riguardo ad esso; il contesto culturale è assai più ampio e complesso. In Giappone, spesso, le scelte hanno radici religiose – lungo l’ingresso si raggiunge un altare, ad esempio, oppure si attraversa uno stagno verso un’isola di culto dentro un recinto sacro. Inoltre, il ponte curvo è originario della Cina, quindi, riproporlo nel tentativo di ricreare un autentico giardino giapponese, potrebbe non essere l’approccio migliore. Quando il ponte è usato semplicemente come macchia di colore, senza comprendere nulla del contesto di partenza, è relegato a mera folie.

Il kimono offre un’ulteriore analogia che illustrerà  il mio punto di vista.
Se visitate Kitano Shrine nel nord di Kyoto il 25 di ogni mese, condividerete l’esperienza con una piccola armata di “cacciatori di affari” che si accaniscono sui banchi del mercato delle pulci. Lungo una viuzza interna stipata di persone ci sono numerosi banchetti che vendono vecchi abiti – un bottino ambito dagli stranieri a caccia di kimono con la fodera interna dipinta. Questi indumenti furono sviluppati nella metà  del periodo Edo (1600-1868) dalla classe dei mercanti, il rango più basso della suddivisione in quattro classi. I mercanti indossavano abiti che riflettevano le loro vite sotto dominio. Dal momento che era proibito mostrare ornamenti, presentavano una facciata sobria alla società  indossando kimono scuri. Le fodere interne erano in contrasto, riccamente decorate con paesaggi ricamati, ritratti e alberi in fiore. Gli stranieri adesso se ne appropriano, li portano a casa e, senza indugio, li rivoltano e li appendono al muro come decorazioni. La dualità  del kimono, e la sua qualità  di dissimulazione del gusto, è persa completamente nella sua rinascita all’interno dell’interior design occidentale.

Il kimono illustra la diffusa inclinazione alla malintesa interpretazione delle altre culture, alla percezione di esse attraverso lenti graduate sul proprio mondo. Ciò che un tempo vestiva il corpo, adesso orna una stanza. Così il kimono si reincarna e assume un nuovo significato per un nuovo posto in un’altra era. Non c’è nulla di sbagliato in questo, ma non va dimenticato che la stanza in questione non è rappresentativa dell’architettura giapponese, né dell’interior design giapponese e neppure dell’estetica giapponese. Se si capisce questo dall’inizio, allora si sperimenta di più e più felicemente. Ma se il kimono è appeso con la convinzione che la sua sola presenza renderà  la stanza giapponese, allora il proprietario non rivela altro che pochezza e vacuità  di comprendonio.

to be continued

made in Japan / parte 1

Mi sono stati dati certi vecchi numeri di Gardens Illustrated, alcuni del 2004, un paio del 2003 e singoli del 1999 e del 2001. Sono buffi da guardare, soprattutto per ciò che riguarda la grafica: grandi lenzuolate bianche con ampi margini, meno fotografie a tutta pagina, meno boxini con annotazioni, trafiletti di scrittura più corposi, una filigrana tutto sommato più in bianco e nero con immagini sobrie di contorno.
Un’ulteriore differenza si nota nelle didascalie, quelle di oggi sono notevolmente più accurate nell’individuare i nomi delle essenze, anche nelle immagini che includono diverse specie, sono tutte catalogate e scritte in maniera puntuale – caratteristica che accresce il valore della rivista ai miei occhi, sempre avidi di nomi e notizie concrete; nei numeri del tempo che fu, le didascalie sono più stringate e meno ricche di informazioni.

Vorrei soffermarmi su un articolo di un garden designer americano, Marc Peter Keane, a proposito del giardino giapponese.
Come si vede dal suo sito, lui ha vissuto in Giappone per quindici anni (forse di più ora, chissà ) e si è occupato di giardini sia in forma teorica sia pratica e credo che le sue riflessioni possano tornarci utili in un tentativo di comprensione tra culture, consapevoli di poterci incontrare solo per brevi tratti, ma pronti al viaggio.
In particolare, mi accingo a tradurre un suo articolo, bello e illuminante, apparso su G.I. #41 (aprile 1999), in parte riportato qui in inglese. Spero di farcela, perdonerete gli errori – già  sento seccare le fauci e andarmi insieme la vista…

Fuori dalla finestra delle mia casa a Kyoto c’è un albero di cachi dai rami scuri e carico di frutti arancio luminescenti. Se amate giocare d’azzardo con il gusto, siete avvertiti: i cachi sono pieni di insidie. Ce ne sono di dolcissimi, la cui succosa ricchezza vi manderà  in sollucchero, ma altrettanti sono agri, il cui gusto astringente allega i denti e altera il viso in una smorfia. Inoltre, i frutti, dolci o aspri che siano, appaiono del tutto simili, esemplificando la massima che è ciò che è all’interno che conta – il contenuto sulla forma. Nella stessa maniera, è meritorio cercare di comprendere il contenuto e non solo la forma esteriore delle cose che prendiamo a prestito da una cultura straniera.

to be continued

Totoro

Spero che molti di voi abbiano visto il film d’animazione “Il mio vicino Totoro” di Hayao Miyazaki, uscito per la prima volta nel 1988, tradotto in italiano e distribuito nelle nostre sale dal settembre di quest’anno.

In poche parole, è la storia di due sorelline, Satsuki e Mei (undici e quattro anni) che si trasferiscono in campagna e qui scoprono che il loro vicino è un essere buffo e potente, appunto, Totoro. Non mi dilungo nell’illustrare la trama perchà© per prima non amo che mi vengano spiattellate le storie a parole – e comunque basta una semplice ricerca su Google perchà© ogni curiosità  venga soddisfatta – e poi credo valga di più la corrente sotterranea di entusiasmo contagioso che viaggia più veloce di un gattobus.
Non per niente Totoro stesso è senza parole, accessorio di cui lui, cosଠforte e smisurato, non ha certo bisogno per ammaliarci! Quell’enorme bocca non si capisce mai bene se è in procinto di mangiarci o scoppiare in una risata, ventata, ringhio, sbadiglio, un po’ come la natura che nello spazio di un attimo puಠdecidere di far splendere il sole, scompigliarci la messa in piega, defogliare un albero o ben altro.

Guardate qui la fedele (dice bene il proprietario del blog: al limite del maniacale) ricostruzione della casa delle bambine in Giappone, con il giardino ed il grande canforo (Cinnamomum camphora) sacro.

immagini rubate

Com’è difficile tornare dopo qualche giorno di assenza; è tutto intorpidito e spiegazzato e ristendere il filo che si è lasciato alle spalle diventa un gesto faticoso. Ma tant’è, si va avanti.

Per caso, qualche giorno fa ho trovato un sito che non c’entra molto con piante, fiori, giardini, vivai, eccetera, ma contiene foto di vita in Giappone. Semplici scorci di esterni o di interni visti da una persona che da molti anni vive là, ma non è giapponese. Non sono immagini straordinarie, che colpiscono per bellezza compositiva o valore culturale, sono fotografie rubate alla frenesia della città, che forse abbiamo scattato tutti – quando ci si intrufola in un piccolo giardino privato, quando si nota uno scorcio lontano e ci si avvicina per impadronircene. Momenti in cui si gode del bighellonare senza meta, animati da una curiosità  serena da flâneur.