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serata verde

Per ciò che riguarda la serata verde dell’A.Di.P.A. di giovedì 26 novembre alle 21, vorrei partire dalla ricerca della RHS “Plants for Bugs” che ho letto sul numero di settembre di The Garden e ho poi approfondito online; sarà solo lo spunto (e come tale sarà breve) per introdurre alcune piante che coltivo o ho coltivato negli anni, alcune autoctone altre ornamentali, e che meglio di altre (a mio parere) si inseriscono nella natura. In questo mi sta aiutando anche Gardens Illustrated di ottobre e la mitica Sarah Price

introducing wild species into your planting scheme can bring a natural beauty, as well as having ecological benefits

E la ricerca continua!

Dimenticavo: sto sistemando alcuni semi che ho raccolto fra l’estate e l’autunno, se faccio in tempo porto qualche bustina.

Ho visto che questi incontri iniziano alle 9 precise e le persone sono molto puntuali. Molto bene.

verbasco bianco

Verbascum chaixii f. album 'Wedding Candles'

Verbascum chaixii f. album 'Wedding Candles'

GARDENS ILLUSTRATED dedica proprio al verbasco il plant profile di questo mese.
Ho avuto per anni un rapporto un po’ controverso coi Verbascum probabilmente a causa di una brutta esperienza giovanile (oddio, giovanile… ): li coltivai piena di entusiasmo e furono brutalmente devastati da un vermone nero, chi mi conosce lo sa – penso di averlo raccontato a tutti con dovizia di raccapriccio. Quest’anno mi son fatta coraggio e l’ho riseminato; c’era già nell’aria un’atmosfera propizia: dalla Semeria mi avevano mandato una bustina omaggio – il V. phoeniceum in colori misti dal bianco, rosa al viola intenso. Fra l’altro – che ci crediate o no, ma posso provarlo – fuori dall’ingresso del vivaio era nato un tassobarbasso che ne aveva generati altri quattro oltre la rete. Quando la vita chiama bisogna assecondarla, verbasco sia. Prima semina mercoledì 21 marzo, germinazione il 30 marzo, di venerdì; sabato 21 aprile stavo già ripicchettando le piantine.
Ora guardo i cataloghi di semi e mi pento di non averne presi di più!

Ecco cosa scrive Val Bourne per descrivere il verbasco bianco della foto:

Piccoli fiori bianchi con occhio centrale malva raccolti in strette infiorescenze. Si accompagna bene alle rose di colore scuro e alle tradizionali fioriture estive da bordura. Perenne (truly perennial) e grazioso.

Afferma inoltre che si tratta del verbasco più longevo (the longest lived of all). Parlando dei phoeniceum, dice che nel suo giardino ricompaiono ogni anno puntuali ad aprile, mentre nei terreni più pesanti tendono ad avere una vita più breve. Spesso tagliare le infiorescenze secche ne prolunga la gioventù.

G.I. #182

Mi è capitata una cosa buffa questo mese con GARDENS ILLUSTRATED. L’ho sfogliato subito con curiosità, anche se ultimamente mi è sembrato peggiorato – ma i numeri invernali delle riviste sul giardino risentono sempre della stagione -, verso la fine ho trovato questa immagine (pag. 88):


(la riporto piccola perché non ho voglia di avere sotto gli occhi una lenzuolata che non mi piace appena apro il sito; se la volete vedere più in dettaglio, con un click agganciate immagini più chiare)

e ho pensato “che roba brutta!” e sono andata oltre, senza soffermarmi sulla didascalia. Qualche giorno dopo risfoglio, stessa scena “certo che anche in Inghilterra hanno i loro bei mostri”. C’è voluta una terza lettura perché facessi caso alla nota: planted at the campus of the Politecnico di Milano (!).
La mia speranza è che siano brutti solo i rendering e che la natura degli alberi si riprenda l’armonia di un intreccio meno artificioso. E dire che i rami condotti a cordone, a spalliera, a ventaglio, “addomesticati” in forme impostate a me piacciono molto!

Frank Ronan

Sull’ultima pagina di GARDENS ILLUSTRATED di gennaio, come sempre, Frank Ronan ci parla di sé riuscendo però a farci vedere oltre la persona, dandoci quindi indicazioni sul giardino in senso proprio; è una capacità preziosa, partire da un dato piccolo e, per onde successive, ampliarlo fino a lambire la coscienza di tutti.

In questo caso, valuta i primi giorni dell’anno e la ripresa del giardino, che si porta appresso le decisioni dell’autunno appena finito. Si pente di non avere a disposizione nuove piante con le quali lavorare subito, aveva infatti deciso di non comprare o moltiplicare niente prima della verifica di fine inverno, quella in cui si contano i mortaccini e si fa pulizia. Però il risultato non è stato quello sperato – ordine, rigore e mancanza di spreco – ma una sorta di sgradevole stagnazione che regna su tutto il giardino.
Senza il pungolo delle nuove introduzioni tutto appare fermo e poco interessante, meno urgente ogni giorno che passa. Da qui la nota che offre motivo di riflessione: la pressione a inserire nuove piante rende dinamico il giardino. Quando abbiamo materiale vegetale da mettere a dimora il nostro sguardo sul giardino cambia, guardiamo diversamente le piante e gli spazi, finalizziamo la visione e la rendiamo vivace e intuitiva. Di fatto, ci dice di non farci imbrigliare dalle nostre stesse decisioni, ma di scendere in terra e tenerci occupati. Il giardino difficilmente migliora grazie a soluzioni astratte, ma prende corpo mentre lo pratichiamo; è quando siamo indaffarati tra le piante che abbiamo le idee migliori e facciamo le scoperte più esaltanti. Potremmo per esempio scoprire che la digitale si è disseminata proprio dove volevamo, oppure che c’è una colonia di Stipa al di là dei nostri confini, o le larve di oziorrinco stanno pasteggiando a Geranium.

A questo punto rimane solo da chiudere la pagina in faccia a Frank Ronan e correre fuori.

piccoli giardini / 1

Su Gardens Illustrated di questo mese si parla di piccoli giardini e, oltre ad illustrarne qualcuno, Andy Sturgeon – vincitore del “Best in Show” al Chelsea Flower Show di quest’anno – dà alcuni consigli pratici e alcune idee che secondo lui possono far funzionare meglio uno spazio di piccole dimensioni. Penso sia utile riportarle poiché la più parte dei nostri giardini è una piccola parcella di terreno davanti casa e spesso ci si adagia nella riproposizione degli stessi stanchi schemi che magari non soddisfano più nessuno, ma che ci seguono con la forza dell’ineluttabile.
Riporto qui, in parte traducendo, in parte integrando con farina del mio sacco, i punti salienti della disamina.

  • 1. Ogni cosa, in un piccolo giardino, dovrebbe avere più funzioni: una panca diventare un contenitore, il tetto di un capanno può essere ricoperto di sedum fioriti e i muretti diventare comode sedute; insomma, tutto all’occorrenza può cambiare ruolo, scopo e compito in base a quello che ci serve o che desideriamo.
  • 2. Ciascuna pianta dovrebbe avere molteplici punti di interesse: non solo fiori, ma bacche, colori autunnali, toni di verde, tessitura e corteccia interessanti. E’ un punto da tenere a mente in modo particolare perché spesso la pianta è identificata solo e unicamente dal fiore e dalla stagione di, appunto, fioritura, ma una pianta esiste sempre e ci accompagna ben oltre il semplice dispiegarsi della corolla. Conosciamo davvero le nostre piante in tutte le loro forme di vita e riposo?
  • 3. Le zone in cui si sta seduti dovrebbero essere flessibili. Una panca fissa insieme a poche, comode sedie libere e un tavolo è la combinazione più versatile.

to be continued…

nuove cultivar

Sul numero di giugno di Gardens Illustrated è stata scelta, messa in rilievo e infine premiata la lettera di un abbonato che vorrei qui tradurre perché pone una domanda che fa riflettere: have ‘overbred’ new plants lost the charm of their wild ancestors? (le nuove piante eccessivamente selezionate hanno perso il fascino delle loro progenitrici selvatiche?)

Un passo avanti e due indietro
La recente pubblicazione di un catalogo che illustra le nuove cultivar di iris mi ha fatto riflettere sugli obiettivi dei moderni ibridatori di fiori e sono stato preso dallo sconforto. Sembra che colore e dimensione siano la prima preoccupazione, presto si arriverà ai fiori doppi. Il colore mancante è sempre irresistibile: il Delphinium rosso e la rosa blu.
Lo sviluppo degli iris è paradigmatico del processo. E’ ora possibile ibridare iris di qualsivoglia colore e sono stati creati alcuni fiori davvero meravigliosi. Il disastro comincia quando si inizia a lavorare sulla forma. In natura, i giaggioli mettono insieme eleganza, tessitura cangiante e, soprattutto, una forma simmetrica in tre parti. Gli ibridatori moderni sembrano ossessionati dall’eccessiva elaborazione della già aggraziata forma naturale del fiore. Il risultato è una serie di esemplari in cui ogni singolo petalo è arricciato sia all’estremità che sulla superficie in maniera tale da oscurarne la pacata, caratteristica bellezza. Le loro creazioni non sfigurerebbero sul palco delle Folies Bergère. Un fiore pieno di grazia è diventato un brillante pom-pom di colore che turbina in giravolte frenetiche.

Già alla fine del 1800, Gertrude Jekyll ci metteva in guardia dai selezionatori che non sanno dove fermarsi:

E tutta questa parata di distorsioni e deformità è provocata dal fatto che il coltivatore perde di vista il concetto di bellezza come considerazione prima, e dal fatto che non ha quella conoscenza che gli permetterebbe di stabilire quali sono i punti caratteristici nelle varie piante che più meritano di essere migliorati, e nel suo non sapere quando o dove fermarsi.
[…]
E per tutta la riconoscenza che provo verso coloro che si dedicano al miglioramento dei fiori da giardino, mi azzardo a ripetere la mia ferma convinzione che i loro sforzi nella selezione e in altri metodi dovrebbero esser diretti al fine di tenere sempre presente in primo luogo, e come punto di merito, il raggiungimento della bellezza; e non limitarsi a un semplice aumento di grandezza del fiore o ad una compattezza di forma – molte piante sono state rovinate da un eccesso di entrambe queste tendenze; non dunque per la varietà o la novità fini a se stesse, ma soltanto per apprezzarle e offrirle quando hanno un chiaro valore per il giardino, nel senso migliore del termine.

Gertrude Jekyll, Bosco e giardino, Franco Muzzio Editore

E qui si arriva nel campo minato del giudicare la bellezza di questo o quell’ibrido, di chi dovrebbe farlo e chi potrebbe avere la responsabilità di introdurre sul mercato le nuove cultivated variety. Il gusto del pubblico? le esigenze commerciali? la spinta economica? la concorrenza? una commissione di anime illuminate? un consiglio dei giusti? la lotteria del caso? il coraggio del singolo? Io penso che ciascuno dovrebbe/potrebbe affinare una tecnica personale e smascherare in proprio ciò che è giusto e funziona dal ciarpame che lo circonda e ottunde i sensi.

La verità è che la grandine ha provocato terrore e devastazione in vivaio e io oggi proprio non ce la faccio ad affrontare il mondo là fuori.

made in Japan /parte 3

Da Gardens Illustrated #41 – aprile 1999, Marc Peter Keane:

Volgiamo ora la nostra attenzione al giardino. Allo stesso modo in cui i kimono stanno maldestramente appesi ai muri, così i giardinieri renderanno sapidi i loro giardini con lanterne di pietra e ponti rossi per creare un “look giapponese” – il risultato sarà  spesso, tristemente, un frutto aspro. Sabbia bianca, rocce, uno o due pini ritorti – nessuno di questi elementi sarà  in grado di creare l’essenza di un giardino giapponese.
La domanda che vi dovreste porre è “cosa sto cercando?” Se, come con il kimono trofeo, lo scopo è di reinventare il mezzo, allora, in tutte le maniere, usate gli elementi del giardino giapponese, ma in questo caso usateli con coraggio. Fate giochi di prestigio, capovolgeteli, usateli come farebbe un alchimista e temprateli sul fuoco. Se, invece, l’intento è ricreare il ritmo e l’equilibrio, la tessitura e il timbro del giardino giapponese per avvicinarvi al senso di armonia e pace che esso ispira, allora gli ingredienti da soli non sono sufficienti.

E’ meritorio cercare di comprendere il contenuto e non solo la forma esteriore delle cose che prendiamo a prestito da un’altra cultura. Così facendo, sarà  forse possibile produrre un nuovo e distinto approccio al progetto di giardini che non sarà  né giapponese né locale, ma sostenuto da radici complesse e nutrito in vari territori.

Trovo che ciò sia vero per me, quando progetto un giardino. Mentre di sicuro prendo ispirazione dagli antichi giardini del Giappone, così come da antichi libri di giardinaggio, la musa mi parla da nuove e apparentemente sconnesse fonti. Per esempio, i colori e le fantasie dei tessuti rustici di Okinawa, mi hanno ispirato il disegno di una recinzione fatta di assicelle di legno tinto e tessuto per il giardino di un tempio a Kyoto. In una residenza privata, il movimento ritmico senza fine delle onde dell’oceano è stato tradotto in una spirale di muschio incisa attraverso un’ampia campitura di sabbia. Un giardino sovrastante il palco di un teatro tradizionale No ha trovato un legame con esso attraverso un magnifico pino nero e un gruppo di piccole canne di bambù – immagini che sono sempre raffigurate sul retro del sipario del palco No.

Nessuno degli elementi menzionati si trova all’interno della tavolozza tradizionale dei giardini giapponesi, ma nessuno ne è alieno, e questo tipo di approccio interpretativo alla progettazione di giardini potrebbe forse essere la maniera migliore di discernere l’agro dal dolce.

the end

made in Japan / parte 2

Da Gardens Illustrated #41 – aprile 1999, Marc Peter Keane:

Niente può dimostrarlo più chiaramente del ponte rosso curvo, che è diventato il simbolo ubiquo del giardino “giapponese”. Forse è la vivacità  del ponte ad attirare l’attenzione dell’occhio straniero – ma c’è di più da sapere riguardo ad esso; il contesto culturale è assai più ampio e complesso. In Giappone, spesso, le scelte hanno radici religiose – lungo l’ingresso si raggiunge un altare, ad esempio, oppure si attraversa uno stagno verso un’isola di culto dentro un recinto sacro. Inoltre, il ponte curvo è originario della Cina, quindi, riproporlo nel tentativo di ricreare un autentico giardino giapponese, potrebbe non essere l’approccio migliore. Quando il ponte è usato semplicemente come macchia di colore, senza comprendere nulla del contesto di partenza, è relegato a mera folie.

Il kimono offre un’ulteriore analogia che illustrerà  il mio punto di vista.
Se visitate Kitano Shrine nel nord di Kyoto il 25 di ogni mese, condividerete l’esperienza con una piccola armata di “cacciatori di affari” che si accaniscono sui banchi del mercato delle pulci. Lungo una viuzza interna stipata di persone ci sono numerosi banchetti che vendono vecchi abiti – un bottino ambito dagli stranieri a caccia di kimono con la fodera interna dipinta. Questi indumenti furono sviluppati nella metà  del periodo Edo (1600-1868) dalla classe dei mercanti, il rango più basso della suddivisione in quattro classi. I mercanti indossavano abiti che riflettevano le loro vite sotto dominio. Dal momento che era proibito mostrare ornamenti, presentavano una facciata sobria alla società  indossando kimono scuri. Le fodere interne erano in contrasto, riccamente decorate con paesaggi ricamati, ritratti e alberi in fiore. Gli stranieri adesso se ne appropriano, li portano a casa e, senza indugio, li rivoltano e li appendono al muro come decorazioni. La dualità  del kimono, e la sua qualità  di dissimulazione del gusto, è persa completamente nella sua rinascita all’interno dell’interior design occidentale.

Il kimono illustra la diffusa inclinazione alla malintesa interpretazione delle altre culture, alla percezione di esse attraverso lenti graduate sul proprio mondo. Ciò che un tempo vestiva il corpo, adesso orna una stanza. Così il kimono si reincarna e assume un nuovo significato per un nuovo posto in un’altra era. Non c’è nulla di sbagliato in questo, ma non va dimenticato che la stanza in questione non è rappresentativa dell’architettura giapponese, né dell’interior design giapponese e neppure dell’estetica giapponese. Se si capisce questo dall’inizio, allora si sperimenta di più e più felicemente. Ma se il kimono è appeso con la convinzione che la sua sola presenza renderà  la stanza giapponese, allora il proprietario non rivela altro che pochezza e vacuità  di comprendonio.

to be continued

made in Japan / parte 1

Mi sono stati dati certi vecchi numeri di Gardens Illustrated, alcuni del 2004, un paio del 2003 e singoli del 1999 e del 2001. Sono buffi da guardare, soprattutto per ciò che riguarda la grafica: grandi lenzuolate bianche con ampi margini, meno fotografie a tutta pagina, meno boxini con annotazioni, trafiletti di scrittura più corposi, una filigrana tutto sommato più in bianco e nero con immagini sobrie di contorno.
Un’ulteriore differenza si nota nelle didascalie, quelle di oggi sono notevolmente più accurate nell’individuare i nomi delle essenze, anche nelle immagini che includono diverse specie, sono tutte catalogate e scritte in maniera puntuale – caratteristica che accresce il valore della rivista ai miei occhi, sempre avidi di nomi e notizie concrete; nei numeri del tempo che fu, le didascalie sono più stringate e meno ricche di informazioni.

Vorrei soffermarmi su un articolo di un garden designer americano, Marc Peter Keane, a proposito del giardino giapponese.
Come si vede dal suo sito, lui ha vissuto in Giappone per quindici anni (forse di più ora, chissà ) e si è occupato di giardini sia in forma teorica sia pratica e credo che le sue riflessioni possano tornarci utili in un tentativo di comprensione tra culture, consapevoli di poterci incontrare solo per brevi tratti, ma pronti al viaggio.
In particolare, mi accingo a tradurre un suo articolo, bello e illuminante, apparso su G.I. #41 (aprile 1999), in parte riportato qui in inglese. Spero di farcela, perdonerete gli errori – già  sento seccare le fauci e andarmi insieme la vista…

Fuori dalla finestra delle mia casa a Kyoto c’è un albero di cachi dai rami scuri e carico di frutti arancio luminescenti. Se amate giocare d’azzardo con il gusto, siete avvertiti: i cachi sono pieni di insidie. Ce ne sono di dolcissimi, la cui succosa ricchezza vi manderà  in sollucchero, ma altrettanti sono agri, il cui gusto astringente allega i denti e altera il viso in una smorfia. Inoltre, i frutti, dolci o aspri che siano, appaiono del tutto simili, esemplificando la massima che è ciò che è all’interno che conta – il contenuto sulla forma. Nella stessa maniera, è meritorio cercare di comprendere il contenuto e non solo la forma esteriore delle cose che prendiamo a prestito da una cultura straniera.

to be continued

le beniamine

L’ossessione per le prairie plants trova sempre nuovi spunti per rinfocolarsi. E’ probabile sia la moda del momento, anche questo mese c’è un Silphium perfoliatum che fa capolino (beh, visti i suoi due metri e mezzo d’altezza, capolino è un eufemismo) a pag. 72 di GARDENS ILLUSTRATED.

Persa nei meandri di internet, segnalo un interessante database, il Native Plant Information Network dove è possibile ricercare per nome scientifico o comune (in inglese) le piante native dell’America settentrionale. Ci sono tante belle immagini insieme a dettagliate indicazioni di provenienza e curiosità  che risultano utili quando ci accingiamo a coltivarle in giardino.
Altre belle foto e consigli sul sito del vivaio Prairie Nursery a Westfield nel Wisconsin – proprio dietro l’angolo :-)

omissis

Come sempre dimentico di mettere nel catalogo alcune piante.
Si tratta di omissioni innocenti, un po’ dovute al timore che le semine siano troppo, troppo difficili e non riescano, quindi preferisco essere cauta e dire Silphium perfoliatum o Phlomis russeliana solo quando ne ho una cassetta piena, bella fiera e pimpante; in altri casi un po’ mi vergogno di nominare il “carciofone” Cynara scolymus ‘Violet de Provence’, penso che piacerà  solo a me, sottovalutando la follia di chi mi apprezza – peraltro era una bustina di semi allegata a GARDENS ILLUSTRATED di qualche mese fa. Oppure sono regali, come il granturco colorato, Zea mays ‘Quadricolour’ (grazie Elena!). Il più delle volte si tratta di semplici dimenticanze, cercherಠdi sistemare e aggiornare il catalogo quanto prima.

A proposito di Phlomis russeliana – per dire come cambia la prospettiva tra chi coltiva e il consumatore finale – l’altro giorno ne stavo rinvasando alcuni esemplari dalle foglie un po’ ingiallite e rimiravo estasiata, complimentandomi con me stessa, le belle radici ben formate e grassocce di piante seminate il 15 aprile. Mi sono sentita come un ortopedico che ammira la struttura ossea di un suo paziente, incurante dell’aspetto fisico esteriore. Nuts!

2009

FIORI GIALLI ALTI
il mio personale mantra per il 2009
FIORI GIALLI ALTI

Tutto ha avuto inizio con il numero di settembre di Gardens Illustrated e il Silphium perfoliatum di pag. 50, anzi, prima, quando ho iniziato a coltivare la Rudbeckia maxima per curiosità  e in poco tempo è diventata una delle mie preferite. Di recente ho anche scoperto questo sito che mette insieme la grande naturalezza, vera e schietta, del posto, con alcune scelte molto precise, ben collocate, frutto di una progettazione serrata ma non pedante. Tutto ciಠha confermato il “mantra 2009”.

E poi riprendo la coltivazione di alcune Agastache, provo un Dianthus che mi dicono imbattibile in situazioni secche, un Echinops d’argento, la scura Perilla, la mia prima Baptisia e tante altre novità  che man mano aggiungerಠal catalogo.
Dicono che chi semina raccoglie… ma alcune di queste sono semine lunghe e insidiose, speriamo!