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VerdeMura e alberi in città

Segnalo un incontro davvero importante che si svolgerà in occasione di VerdeMura:

venerdì 1° aprile presso la porta Santa Maria si terrà la tavola rotonda, moderata da Francesca Marzotto Caotorta, Alberature urbane tra presente e futuro.

Interverranno Francesco Ferrini, professore di arboricoltura dell’Università di Firenze, Francesco Mati, della nota famiglia di arboricoltori pistoiesi, Antimo Palumbo, storico degli alberi e divulgatore scientifico romano e il professore Giacomo Lorenzini del dipartimento di Scienze Agrarie dell’Università di Pisa.

È un tema molto interessante e di grande attualità – non solo in Italia, ma in tutte le città (sia le capitali, che le piccole realtà) soprattutto europee che si trovano in questi anni a gestire un patrimonio arboreo tanto fondamentale quanto problematico. Vi invito a tralasciare per un attimo gli acquisti e a dedicarvi all’incontro, sia per imparare che per partecipare alla discussione.
Se avete la possibilità di divulgare la notizia sui social, per cortesia, fatelo; credo che una cittadinanza consapevole, interessata e attiva sia quanto di più sano possiamo augurarci per la vita di tutti (alberi compresi).

after Murabilia 2012

È solo il martedì dopo Murabilia e mi vengono un sacco di pensieri. Niente sulla fiera in sé, che è stata la solita, per me. Non ho grandi appunti, tranne piccole pulci che non ho neanche voglia di tirare fuori: sono le solite cose di logistica spicciola, le carrette, i cartelli, i percorsi – mi annoio anche solo a pensarci. Solo una cosa: perché le conferenze tutte in orario mercato?
[Spiegone per i poco pratici = se le conferenze sono in orario fiera, è difficile che chi è fisso al proprio stand si possa muovere e parteciparvi; allo stesso modo il pubblico è poco propenso a interrompere il giro di acquisti e meraviglia botanica.]
Ne riporto una parte:

Venerdì 7 settembre
ore 18.00 – Aloe. Dall’Africa a Boccanegra, Ursula Drioli Salghetti

Sabato 8 settembre
ore 11.30 – Adipa 25 anni e non li dimostra, Pasquale Naccarati, Angelo Lippi
ore 15.00 – Giardinaggio Italia/Gran Bretagna: due realtà a confronto, Christopher Brickell, Roy Lancaster, Jim Jermyn, Alison Jermyn, Carlo Pagani, Maurizio Usai. Coordina Guido Piacenza
ore 17.45 – Diario di un cacciatore di piante dei nostri tempi: viaggio in Korea, Bleddyn Wynn-Jones (Crûg Farm Plants)

Domenica 9 settembre
ore 11.00 – Trekking botanico in Nepal, Michel Lumen (Lumen Plantes Vivaces)

ce ne sono almeno un paio a cui avrei partecipato volentieri – nella fattispecie quella di sabato alle tre del pomeriggio, per non essere vaga. E naturalmente non sono l’unica, di sicuro condivido l’interesse con alcuni colleghi e parte del pubblico. Perché non si sposta almeno un evento al di fuori dell’orario della mostra, magari quello che si pensa possa coinvolgere più persone, magari quello che può suscitare un dibattito vero?

Perché alla fine mi sembra di notare che la produzione e il mercato di piante insolite (“speciali”, come dicono a Masino, con un’espressione felice) in Italia sia sempre più risicato, che si facciano sempre i soliti discorsi fino allo sfinimento, che le facce siano sempre quelle, al limite un po’ invecchiate (io per prima), che la passione vada bene come spunto iniziale ma non possa essere un surrogato della capacità (parlo dell’ambito lavorativo). Avevo scritto una cosa a questo proposito in una email che per l’occasione riesumerò dalla memoria del computer:

ho l’impressione che un vivaismo sano e maturo si nutra prima di tutto di professionalità e grandi numeri. È un vivaismo diffuso, capillare, di qualità, attento, professionale, che accontenta tutti non perché si piega alla maggioranza, ma perché ha così tante sfaccettature che ogni esigenza è corrisposta nel concreto. E ogni cosa è necessaria perché tutto l’insieme funzioni, servono e lavorano sia le grandi aziende generaliste che le piccolissime di nicchia, ma senza un’assurda gerarchia di buoni e cattivi, conta la qualità, e la qualità dovrebbe essere ovunque, nel piccolo come nel grande. Penso ad esempio al mercato musicale dove esistono e coesistono il mainstream e il mercato indie, oppure il cinema da multisala e d’essai; e le categorie non sono così separate: chi non ha avuto esperienza di orribili e pretenziosi film di nicchia e invece ottime commedie da botteghino? I livelli, in qualche modo, comunicano e si vitalizzano l’un l’altro. Perché nel grande sta il piccolo, per legge di natura. Un manipolo di adepti alimenta un rivolo troppo scarso che rischia di scomparire dietro ogni curva.

(Santocielo, come sono pomposa quando scrivo le email! portate pazienza.)
E questo stato di cose, l’esiguità di domanda e offerta, immiserisce anche le persone, sono convinta, le spinge ad attaccarsi ancora di più al loro piccolo orto, piccolo vivaio, piccola esperienza, perdendo di vitalità e acquisendo cinismo con il passare del tempo.

Non so, a volte ho l’impressione che le mostre mercato di giardinaggio siano come le riserve in cui vive il panda gigante “nascosto tra il fitto fogliame della foresta, l’animale vive un’esistenza solitaria, incontrando i suoi simili solo occasionalmente” (dal sito del WWF)…

ogm outing

Gli organismi geneticamente modificati sono l’argomento del momento. Sto impazzendo nel tentare di capirci qualcosa: leggo, cerco, mi informo. Vedo la mia limitatezza e non saprei argomentare per nessuno degli schieramenti in campo. Mi sembra che i contrari vivano una contraddizione difficile da sopportare: abbattere la complessità  e abbracciare una semplificazione delle scelte di vita. In pratica, invece di riconoscere e riconoscersi nella complessità , si cerca di fiaccarla nel proprio piccolo, creandosi un’oasi. I favorevoli, per contro, sembrano accettare la complessità  e tentare di governarla, ma, al momento, ci propongono un modello alternativo difficile da digerire: una sorta di faldone tecnologico opaco e scarsamente leggibile, porto da non si sa bene quali mani.

A tutto ciò si aggiunga la maledizione dell’informazione che tenta di polarizzare qualsiasi argomento, che cerca frasi orecchiabili da attaccare ai nostri discorsi per renderci comodi veicoli ambulanti di questa o quella teoria.

Bene, io mi oppongo e prendo tutto, il pomodoro canestrino – che è tanto buono, e le magagne genetiche – ricche di potenzialità  di servizio. Vale a dire, vorrei che si imparasse ad assaporare la natura come è davvero, con i pomodori che avvizziscono in breve tempo, i fiori che hanno una stagionalità  e quindi una bellezza ondivaga e ineffabile, molto lontana dal turgore di photoshop, il prato allietato dalle pratoline, gli ontani del fosso che si disseminano ovunque, soprattutto nei vasetti di Geranium, e altre amenità  che ci affanniamo a stornare dai nostri giardini. Non desidero una manipolazione genetica ai fini del miglioramento “estetico” – un pomodoro apparentemente appetitoso, ma sostanzialmente fasullo, però non me la sento di adeguarmi al pessimismo di fondo di quelli che dicono no a prescindere. Il crinale è sottile e scivoloso e pieno di insidie, mi rendo conto, ma invocare scenari apocalittici è una forma di condizionamento a cui non voglio sottostare.

Una cosa è sicura, se lasciamo la ricerca e la sperimentazione nelle mani di pochi che hanno obiettivi discutibili e rifiutiamo di averci a che fare, difficilmente i risultati saranno confortanti. Se magari apriamo uno spiraglio di dialogo, grazie a ricerche di istituti pubblici universitari, è più probabile che si riesca a ottenere chiarezza di intenti e benefici.

Per ora resto qui, immagazzino informazioni e accetto le inevitabili contraddizioni cui andrò incontro.