seminare zizzania / 1

Ultimamente capita che mi venga chiesto se, oltre ai vasetti, vendo anche i semi delle piante che abbiamo in catalogo. Ebbene, no. A volte li raccolgo, così, me li trovo in mano ancora prima di decidere che ne farò, ma si tratta di gesti quasi sovrappensiero – alcune piante porgono i semi in una maniera tanto graziosa che rifiutare è scortesia – che terminano con piccoli regali. Certo, regalare semi è facile ma per nulla innocente, si carica l’altro dell’incombenza del lavoro e delle successive aspettative. Insomma, i giardinieri sono dispettosi e spargono prima di tutto la propria irridente malignità.

Guardando nei meandri della memoria del computer ho trovato l’inizio di un pezzo che riguarda appunto la semina. Lo copio e incollo qui con l’impegno di terminarlo presto.

La semina è un piacere solitario, per me. Molte cose che avvicinano al giardino hanno a che fare con piaceri solitari, piaceri che non ci va di condividere e forse molto del fascino che esercitano gli spazi aperti ha a che vedere con la persona che ne è a capo. Essere a capo di un giardino significa prima di tutto curarsene e avere cura è una mansione di sottile, arbitrario potere. Quello che faccio io è diverso da ciò che fai tu, dalla mano di un altro, e se a Guido piace tagliare la siepe di carpino con le piccole cesoie perché nessuna foglia sia malamente smezzata, beh, Guido ha ragione. Guido è il capo del suo giardino, Federica sceglie solo achillee dai colori decisi, Eugenia non sopporta i fiori della santolina e li taglia appena si presentano – e io semino.

Ogni libro di giardinaggio riserva almeno un paragrafo all’operazione di semina; c’è chi le chiama nozioni, chi parla di tecniche, si tratta in tutti i casi di nozioni di base abbastanza generiche, eventualmente corredate di specifiche. Va benissimo partire da quelle, anche perché se ci si addentra subito nella complessità  dell’operazione si offusca il divertimento. E’ bello sapere che si sta compiendo un’azione al tempo stesso antichissima, facilissima e molto complicata, anche se si hanno a disposizione dei banalissimi semi di tagete che germinano a guardarli.
Dirò qui il mio rituale di semina, che senza dubbio presenta affinità  con le tecniche di cui parlano i libri – in fondo si tratta pur sempre di semi, terriccio e acqua – ma che, filtrato da una persona, assorbe esperienza, arbitrarietà  e consuetudini discutibili.

Dunque, prima di tutto la pulizia. Come quando si lavora in cucina e ci si appresta a dare vita a una pietanza, le mani devono essere lavate di fresco, leggermente profumate di sapone. La cucina linda, pronta ad accogliere le fragranze, gli attrezzi lustri, una fucina di cose belle e buone. Anche il mestiere del giardino può essere così.
Io di solito comincio a metà  febbraio a fare pulizia in vivaio. Nelle ore centrali della giornata il sole inizia ad essere generoso. Come un uccello rapace che vede dall’alto una preda e avvicina il suo volo con cerchi sempre più stretti, si abbassa mai perdendo di vista l’obiettivo, ecco, io inizio a sgrossare il lavoro per arrivare alla meta: la semina.
La prima semina arriva attorno al dieci di marzo, forse prima.

– Lavare accuratamente tutti gli utensili con acqua corrente e candeggina molto diluita. Farli asciugare fuori al sole.
E’ molto importante che le placche (alveoli – sono come i contenitori in plastica all’interno delle scatole di cioccolatini, solo bucati in fondo per la fuoriuscita dell’acqua) siano ben pulite e asciutte, lo sporco può essere veicolo di malattie fungine, albergare parassiti e compromettere la buona riuscita della semina.
Mi rendo conto che non tutti a casa saranno forniti di contenitori alveolari, vanno benissimo anche i piccoli vasi delle piantine da orto, oppure le vaschette delle verdure che usano al supermercato (alcune da bucare sul fondo) – io sono più propensa alla prima ipotesi. Nel caso di contenitori troppo grandi, infatti, quando arriva il momento di ripicchettare le piantine e metterle a dimora in un vaso o in piena terra, si rischia di rompere le giovani radici che si saranno inevitabilmente aggrovigliate. Ma, come dicevo prima, ognuno è invitato a provare e trovare il proprio metodo e l’attrezzatura che più lo convince.
Quello che sicuramente non può mancare è un nebulizzatore/spruzzatore/irroratore, insomma, un piccolo marchingegno che nebulizzi l’acqua sulle plantule. Infatti l’errore più comune che viene commesso e che danneggia irreparabilmente la germinazione è l’esagerato apporto d’acqua. Oltre alle placche dovremo quindi smontare e lavare anche il nebulizzatore, in tutte le piccole parti di cui è formato.

– Alzare il tavolo da lavoro.
Forse è un consiglio abbastanza inutile per il neofita che si dedica al giardino per poche ore alla settimana, ma nelle operazioni di rinvaso è molto importante che il piano di lavoro sia alla giusta altezza (90/100 cm). Se lavorate su un piano troppo basso, il dolore alla schiena non vi farà  dormire la notte.

continua…

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