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Riporto qui un articolo di Marzio G. Mian pubblicato su “Io Donna” del 13 maggio.

I FIORI DEL MALE

Una storia piena di spine, quella delle rose del Kenya. Li chiamano i “fiori del male”, sono un gigantesco affare, 70 mila tonnellate di petali l’ anno. In un decennio la floricultura è diventata la seconda industria per fatturato in valuta estera, superata solo dalla produzione di tè e più importante del turismo e del caffè: fiori recisi al mattino sulle sponde del lago Naivasha che arrivano la sera sui mercati europei, dove il 25 per cento del venduto proviene da Nairobi.
Un business da 500 milioni di euro l’ anno, che dà  lavoro direttamente a centomila persone e indirettamente a 700 mila, secondo il Kenya Flower Council, l’ associazione del settore. Non poco se si pensa che il tasso di disoccupazione è del 40 per cento su una forza lavoro di dieci milioni, e che il resto dell’ economia keniota è stagnante da anni, sotto il peso di un sistema politico altamente corrotto. Ma il costo sociale e ambientale è molto alto. Il 65 per cento dei lavoratori – nove su dieci donne – non gode di diritti sindacali e di tutela sanitaria, campa con quindici euro al mese e in condizioni disumane: la Kenya Human Rights Commission ogni anno denuncia centinaia di casi di cecità , malattie alla pelle, sterilità  dovute all’ esposizione ai pesticidi. Nella valle di Naivasha, le multinazionali europee producono fino a 250 boccioli di rosa a metro quadro, irrorato, in una terra assetata da anni di siccità , con sette litri d’ acqua al giorno. Il pollice verde puಠessere pollice verso per l’ ambiente.
Il bacino del lago, situato alla fine della famosa Rift Valley è circondato da terre fertili, praticamente tutte coltivate a fiori, ogni anno altri duecento ettari vengono coperti da serre. “Il lago potrebbe sparire se non cessa l’ uso selvaggio delle sue acque” dice Margaret Otieno, alla testa di un’ organizzazione ambientalista locale, l’ Elsamere Conservation Center. “Non solo” aggiunge “alcune di queste aziende scaricano sostanze proibite ed è impossibile pretendere controlli. Hanno appoggi nel governo, dove molti membri sono grandi coltivatori. Intanto stanno morendo gli ippopotami”. Otieno racconta di lavoratori-schiavi, costretti a inalare veleni per dodici ore nelle serre e a convivere ammassati nelle baracche: “Se protestano, il giorno dopo ci sono altre cento persone fuori dal recinto pronte a essere reclutate alle stesse condizioni”.
Ditelo con i fiori. Alex Zanotelli, da anni missionario nelle baraccopoli di Nairobi denuncia una connivenza tra i grandi produttori in Kenya, per lo più stranieri, e i consumatori europei: “Chi ci guadagna in questo grande business non sono certo i kenioti”. E annuncia una campagna internazionale, coordinata dalla Human Rights Commission, per il boicottaggio dei prodotti di quelle aziende che non rispettano regole sindacali e norme sanitarie, oltre all’ impegno di dedicare parte delle coltivazioni all’ orticoltura per il consumo locale.
Kathini Caines, della Women Workers Association ha da poco presentato un dossier alla Fao segnalando casi di abusi sessuali, permessi di maternità  non concessi (in Kenya sono di una sola settimana), diffusa sterilità  tra le operaie delle serre. “Dietro la gentilezza dei fiori” ci dice Angela Hale della stessa associazione “si maschera una nuova, arrogante forma di colonialismo”.
Due terzi delle esportazioni vanno in Olanda, che domina il mercato mondiale dei fiori recisi attraverso le aste di Amsterdam, dove i grandi distributori come la Zurel o la Weerman acquistano per poi esportare nel resto del mondo. E sono stati gli olandesi a ad avviare le serre in Kenya beneficiando degli aiuti della Banca Mondiale e degli accordi di scambio agevolati tra l’ Unione Europea e certi paesi africani, benefit che in base alla convenzione di Cotonou dovrebbero cessare a partire dal 2008. Ma Etiopia, Uganda e Tanzania conserveranno lo status. E cosà¬, favorita dai grandi importatori e produttori olandesi, sta già  partendo la delocalizzazione. Il presidente del Kenya Flower Council, Erastus Mureithi, prevede una mazzata per la fragile economia del paese: “L’ esodo è già  cominciato verso l’ Etiopia, dove, oltre ai vantaggi nello scambio commerciale con il mercato europeo, i produttori possono contare su una manodopera ancora meno costosa di quella keniota. La Homegrown, una delle più grandi imprese, ha già  traslocato. L’ impatto economico e sociale di questo cinico nomadismo sarà  enorme”.
E dalla terra dei tulipani sono cominciate le rappresaglie protezioniste contro quelle poche, ma potenti imprese keniote che potrebbero minacciare il dominio olandese sul mercato europeo. Recentemente le autorità  di Amsterdam hanno deciso di ispezionare i fiori importati, alla ricerca di possibili insetti e infezioni, facendo pagare ai produttori i costi dei controlli: 14 euro per ogni 10 mila steli, tariffa raddoppiata se il carico arriva nel weekend o in giorni festivi. Per un produttore medio, significa decine di migliaia di euro di costi aggiuntivi l’ anno. “Queste nuove regole sono state introdotte solo per rendere la vita più difficile a noi esportatori” ha dichiarato al New York Times Eli Gets, manager dell’ azienda di floricultura Beauty Line, controllata da investitori israeliani, che si trova a novanta chilometri da Nairobi ed esporta l’ 85 per cento dei suoi prodotti ad Amsterdam, per lo più rose, destinate, come quasi tutte quelle prodotte in Kenya, ai supermercati inglesi e, attraverso i grossisti nazionali, ai venditori da strada e ristorante in tutta Europa, pakistani, indiani, bengalesi. Ultimo capitolo, come raccontammo in una inchiesta di due anni fa, di una storia spinosa che comincia sulle sponde di un lago africano.

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