made in Japan / parte 2

Da Gardens Illustrated #41 – aprile 1999, Marc Peter Keane:

Niente può dimostrarlo più chiaramente del ponte rosso curvo, che è diventato il simbolo ubiquo del giardino “giapponese”. Forse è la vivacità  del ponte ad attirare l’attenzione dell’occhio straniero – ma c’è di più da sapere riguardo ad esso; il contesto culturale è assai più ampio e complesso. In Giappone, spesso, le scelte hanno radici religiose – lungo l’ingresso si raggiunge un altare, ad esempio, oppure si attraversa uno stagno verso un’isola di culto dentro un recinto sacro. Inoltre, il ponte curvo è originario della Cina, quindi, riproporlo nel tentativo di ricreare un autentico giardino giapponese, potrebbe non essere l’approccio migliore. Quando il ponte è usato semplicemente come macchia di colore, senza comprendere nulla del contesto di partenza, è relegato a mera folie.

Il kimono offre un’ulteriore analogia che illustrerà  il mio punto di vista.
Se visitate Kitano Shrine nel nord di Kyoto il 25 di ogni mese, condividerete l’esperienza con una piccola armata di “cacciatori di affari” che si accaniscono sui banchi del mercato delle pulci. Lungo una viuzza interna stipata di persone ci sono numerosi banchetti che vendono vecchi abiti – un bottino ambito dagli stranieri a caccia di kimono con la fodera interna dipinta. Questi indumenti furono sviluppati nella metà  del periodo Edo (1600-1868) dalla classe dei mercanti, il rango più basso della suddivisione in quattro classi. I mercanti indossavano abiti che riflettevano le loro vite sotto dominio. Dal momento che era proibito mostrare ornamenti, presentavano una facciata sobria alla società  indossando kimono scuri. Le fodere interne erano in contrasto, riccamente decorate con paesaggi ricamati, ritratti e alberi in fiore. Gli stranieri adesso se ne appropriano, li portano a casa e, senza indugio, li rivoltano e li appendono al muro come decorazioni. La dualità  del kimono, e la sua qualità  di dissimulazione del gusto, è persa completamente nella sua rinascita all’interno dell’interior design occidentale.

Il kimono illustra la diffusa inclinazione alla malintesa interpretazione delle altre culture, alla percezione di esse attraverso lenti graduate sul proprio mondo. Ciò che un tempo vestiva il corpo, adesso orna una stanza. Così il kimono si reincarna e assume un nuovo significato per un nuovo posto in un’altra era. Non c’è nulla di sbagliato in questo, ma non va dimenticato che la stanza in questione non è rappresentativa dell’architettura giapponese, né dell’interior design giapponese e neppure dell’estetica giapponese. Se si capisce questo dall’inizio, allora si sperimenta di più e più felicemente. Ma se il kimono è appeso con la convinzione che la sua sola presenza renderà  la stanza giapponese, allora il proprietario non rivela altro che pochezza e vacuità  di comprendonio.

to be continued

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