made in Japan / parte 1

Mi sono stati dati certi vecchi numeri di Gardens Illustrated, alcuni del 2004, un paio del 2003 e singoli del 1999 e del 2001. Sono buffi da guardare, soprattutto per ciò che riguarda la grafica: grandi lenzuolate bianche con ampi margini, meno fotografie a tutta pagina, meno boxini con annotazioni, trafiletti di scrittura più corposi, una filigrana tutto sommato più in bianco e nero con immagini sobrie di contorno.
Un’ulteriore differenza si nota nelle didascalie, quelle di oggi sono notevolmente più accurate nell’individuare i nomi delle essenze, anche nelle immagini che includono diverse specie, sono tutte catalogate e scritte in maniera puntuale – caratteristica che accresce il valore della rivista ai miei occhi, sempre avidi di nomi e notizie concrete; nei numeri del tempo che fu, le didascalie sono più stringate e meno ricche di informazioni.

Vorrei soffermarmi su un articolo di un garden designer americano, Marc Peter Keane, a proposito del giardino giapponese.
Come si vede dal suo sito, lui ha vissuto in Giappone per quindici anni (forse di più ora, chissà ) e si è occupato di giardini sia in forma teorica sia pratica e credo che le sue riflessioni possano tornarci utili in un tentativo di comprensione tra culture, consapevoli di poterci incontrare solo per brevi tratti, ma pronti al viaggio.
In particolare, mi accingo a tradurre un suo articolo, bello e illuminante, apparso su G.I. #41 (aprile 1999), in parte riportato qui in inglese. Spero di farcela, perdonerete gli errori – già  sento seccare le fauci e andarmi insieme la vista…

Fuori dalla finestra delle mia casa a Kyoto c’è un albero di cachi dai rami scuri e carico di frutti arancio luminescenti. Se amate giocare d’azzardo con il gusto, siete avvertiti: i cachi sono pieni di insidie. Ce ne sono di dolcissimi, la cui succosa ricchezza vi manderà  in sollucchero, ma altrettanti sono agri, il cui gusto astringente allega i denti e altera il viso in una smorfia. Inoltre, i frutti, dolci o aspri che siano, appaiono del tutto simili, esemplificando la massima che è ciò che è all’interno che conta – il contenuto sulla forma. Nella stessa maniera, è meritorio cercare di comprendere il contenuto e non solo la forma esteriore delle cose che prendiamo a prestito da una cultura straniera.

to be continued

0 Responses to “made in Japan / parte 1”


Comments are currently closed.