fiere: my two cents

Sono finite le fiere, almeno per noi, ed è un grande fardello che viene posato a terra, per la felicità di schiena e giunture. Sono alla scrivania e alla mia destra vedo l’elenco con le date man mano depennate: VerdeMura – via, Pisa – via, Belfiore – via, Parma – via, Masino – via, Orticola – via; tocchiamo terra, tutti interi, casa madre. La prima considerazione: ma che cavolo di freddo ha fatto?!, non ricordavo una primavera così maledettamente fredda da anni. La pioggia sì, quella mi piace, è fresca e rigenerante e fa le piante più belle; le campagne che abbiamo attraversato erano lussureggianti, verdissime, una messe di buone intenzioni, ma il freddo non me l’aspettavo ancora così puntuto, come un dito che ci ricaccia nell’inverno. Proprio ora che scrivo è uscito un raggio di sole, ci possiamo credere?

Tanta voglia di tornare al vivaio, che visto da lontano sembra il posto più bello del mondo. Perché secondo me il vero attaccamento si misura dall’odio che è in grado di suscitare. Perché a volte sento solo la poetica dell’entusiasmo a cottimo e non riesco a crederci fino in fondo, stento a credere che una persona il ventidue di luglio ami stare immersa nel caldo appiccicoso che fa solo sudare e venire brutti pensieri, piuttosto che tuffarsi nel mare blu o passeggiare tra gli alpeggi. Perché il vivaio è anche quello. Ma anche arrivare la mattina presto e vedere le nuove piantine spuntate, un fiore che era sfuggito al controllo quotidiano, un cliente per scambiare due chiacchiere, il gatto bianco (che a volte penso sia solo un’illusione, nessuno oltre me l’ha mai visto), le schiarite improvvise, il temporale forte sulla serra, un filo d’aria quando proprio ce n’è di bisogno, i Thalictrum spontanei del rio, etc etc. E il raggio di sole rimane dietro una coltre di nuvole e mi telefonano per una fiera a settembre, ma i mercati autunnali sono molto meno tesi delle corse primaverili. In autunno non c’è l’assillo del vivaio, c’è tutta la produzione nuova di zecca, le graminacee sono grandi e si spiegano da sole, le mie americane preferite sparano in alto i fiori, c’è Murabilia, ricomincia la scuola, si intuisce l’inverno in lontananza, nella guazza che bagna i piedi. L’autunno è dolce e conciliante tanto quanto la primavera è aspra e repentina.

Ma si parlava di fiere e io penso una cosa forse sgradevole, ma credo abbastanza vera: se le fiere vivono una crisi creativa è colpa del mancato rapporto di mutuo stimolo fra tutti gli attori in gioco – vivaisti, organizzatori, pubblico (sia privato che di addetti ai lavori), stampa specializzata. Non so se questo rapporto ci sia mai stato, ma sarebbe ora che ci fosse e fosse vitale e prepotente come un inclemente acquazzone che colpisca indistintamente tutti. E parlo di me per prima, non si pensi che la mia critica arrivi dall’alto di una posizione inattaccabile. Un esempio delle mie (ahimè) numerose negligenze, l’altro giorno ad Orticola ho venduto una (molte?) Phlomis russeliana senza cartellino e la spiegazione è facile quanto imbarazzante: io la conosco e distinguo molto bene, quindi, con la scusa della fretta, preparo un paio di cartellini e alcuni esemplari rimangono “innominati”, spesso me ne accorgo e lo aggiungo dopo, a volte invece le lascio andare libere e sconosciute. E’ giusto? Beh, è comprensibile, ma senza dubbio non è giusto e un’organizzazione serrata me lo farebbe notare. Oppure, mi sembra che l’elenco degli espositori che viene dato all’ingresso a Murabilia sia scarno, mi piacerebbe fosse spartano, ma informativo. Mi piacerebbe che ad Orticola ci fossero granate (scope) e rastrelli a disposizione per sistemare il proprio stand e appianare le buche. Vorrei più carrelli a Masino. E sono le prime stupidaggini che mi vengono in mente.

Ma la cosa che vorrei davvero è un po’ di curiosità e il coraggio – mi fa ridere tirare in ballo una parola così esagerata e sovradimensionata rispetto al tema – di scegliere qualcosa di diverso: una pianta sconosciuta, un accostamento ardito ma personale, un testacoda estetico, una frenata improvvisa davanti a tre foglie. Perché sono belle le aquilegie fiorite in primavera e i Miscanthus spigati in autunno, ma le barbe appena spuntate portano con sé il fascino della natura segreta. Ed è questo che si è un po’ perso alle mostre mercato, la quieta ricerca del segreto della natura, la bellezza che ci commuove, il tutto insieme al giusto e sacrosanto guadagno – perché, va detto, senza un margine di guadagno è difficile fare sperimentazione, si fa solo mercimonio di buoni sentimenti.

Forse si potrebbe iniziare chiedendo a ciascuno di porre in evidenza – in un apposito spazio dello stand, magari sotto alla dicitura dell’attività, sopra ad un piedistallo appositamente studiato, magari offrendo dello spazio in più gratuito (!) – da una a tre piante non fiorite ma ugualmente meritorie di attenzione.

Ok, ora potete iniziare a tirare le pietre.

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