seminare zizzania / 2

Dicevamo della semina e prima di tutto sono comparsi gli oggetti che servono affinché tutto riesca bene e senza intoppi, quindi i contenitori alveolari perché ciascuna piantina si faccia spazio senza dover troppo competere con le altre e un tavolo alto a sufficienza per rendere l’operazione agevole. Per me è sempre importante creare le condizioni di lavoro ottimali per svolgere una data mansione, avere gli oggetti giusti a portata di mano e non perdere tempo e attenzione per cercare all’ultimo minuto questo o quell’arnese. Con la semina è tutto più facile poiché richiede davvero poche cose: semi, terriccio, acqua e un contenitore per mettere tutto insieme; il resto – sole/ombra, caldo/freddo, tempo che passa – non dipende da noi, semplicemente fa il suo corso e si fa un baffo dei nostri mestierucoli.

– Riempire i contenitori di terriccio da semina.
Il substrato da semina è di colore scuro, di tessitura fine, leggero e lievemente umido al tatto. So che è poco ortodosso e fa sorridere, ma il buon terriccio si riconosce “a naso”: se odorandolo profuma di sottobosco sano, pulito e umido allora è un buon prodotto, altrimenti rivolgiamo altrove la nostra attenzione. È molto importante che il sacco che contiene il substrato sia tenuto sempre ben chiuso tra un’operazione e l’altra, ciò ne preserva la lieve umidità; infatti, se il terriccio è completamente asciutto saremo costretti ad annaffiarlo di più, infradiciando troppo i semi e impedendo la necessaria aerazione. Chiudere il sacco serve anche a mantenere l’igiene e la sterilità per evitare la proliferazione di funghi e muffe o la migrazione di semi indesiderati.
A questo punto possiamo compattare leggermente la sommità  dei contenitori; può essere utile premere il pollice nel mezzo e creare una piccola concavità, il “letto” del seme.

– Mettere i semi nei contenitori.
Ciascun seme è diverso dall’altro, come ciascuna pianta sarà diversa dall’altra. C’è una grandissima varietà di forme, dimensioni, colori da lasciare stupiti e affascinati e se le mie parole hanno un senso, ecco, desiderano scoccare una freccia empatica verso la materia che vive e ci circonda e che è possibile toccare con mano rispettosa.
La Dierama pulcherrimum fa semi di media grandezza, arancio vivo lucente, piccoli tetraedri perfetti, la digitale è un piccolo seme scuro, invisibile, tondo, che si sparge con facilità anche lasciato a se stesso, i sedum polverizzano semi come sabbia del deserto, la lavanda ha semi neri lucidi con un occhio bianco, profumati, la gaillardia fa dei piccoli proiettili costoluti, l’Alcea ha un seme tondo schiacciato come un bacherozzo arrotolato, le graminacee fanno semi lunghi come fusi, le Compositae in genere fanno dei tubetti rastremati, la Gaura ha i semi grossi e leggeri, eccetera.
La mia regola riguardo al numero di semi per contenitore alveolare è semplice e intuitiva: più sono piccoli più aumenta il numero, se sono medi ne metto tre/cinque per alveolo, se sono grandi ne metto due (nel caso di semi minuscoli, metterli in un foglio di carta ripiegato e farli scorrere fino a destinazione picchiettando leggermente). E poi, più sono piccoli più vanno messi in superficie e coperti con poco, pochissimo terriccio.

continua…

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