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Tre giorni per il giardino – XX edizione


giovedì 28 aprile ore 14 – 18
venerdì 29, sabato 30 aprile
e domenica 1° maggio ore 10 – 18

Frank Ronan

Sull’ultima pagina di GARDENS ILLUSTRATED di gennaio, come sempre, Frank Ronan ci parla di sé riuscendo però a farci vedere oltre la persona, dandoci quindi indicazioni sul giardino in senso proprio; è una capacità preziosa, partire da un dato piccolo e, per onde successive, ampliarlo fino a lambire la coscienza di tutti.

In questo caso, valuta i primi giorni dell’anno e la ripresa del giardino, che si porta appresso le decisioni dell’autunno appena finito. Si pente di non avere a disposizione nuove piante con le quali lavorare subito, aveva infatti deciso di non comprare o moltiplicare niente prima della verifica di fine inverno, quella in cui si contano i mortaccini e si fa pulizia. Però il risultato non è stato quello sperato – ordine, rigore e mancanza di spreco – ma una sorta di sgradevole stagnazione che regna su tutto il giardino.
Senza il pungolo delle nuove introduzioni tutto appare fermo e poco interessante, meno urgente ogni giorno che passa. Da qui la nota che offre motivo di riflessione: la pressione a inserire nuove piante rende dinamico il giardino. Quando abbiamo materiale vegetale da mettere a dimora il nostro sguardo sul giardino cambia, guardiamo diversamente le piante e gli spazi, finalizziamo la visione e la rendiamo vivace e intuitiva. Di fatto, ci dice di non farci imbrigliare dalle nostre stesse decisioni, ma di scendere in terra e tenerci occupati. Il giardino difficilmente migliora grazie a soluzioni astratte, ma prende corpo mentre lo pratichiamo; è quando siamo indaffarati tra le piante che abbiamo le idee migliori e facciamo le scoperte più esaltanti. Potremmo per esempio scoprire che la digitale si è disseminata proprio dove volevamo, oppure che c’è una colonia di Stipa al di là dei nostri confini, o le larve di oziorrinco stanno pasteggiando a Geranium.

A questo punto rimane solo da chiudere la pagina in faccia a Frank Ronan e correre fuori.

neve

vivaio "il posto delle margherite" 17.12.2010

vivaio 17.12.2010

tizzoni di fuoco

La K. che ho fotografato stamani.

Kniphofia rooperi

Kniphofia rooperi

Si chiama anche K. ‘C. M. Prichard’ dei giardini e fiorisce molto tardi, in genere non prima della seconda metà di settembre. Mi piace perché regala una sfumatura d’arancio anche in zone climatiche in cui i colori autunnali non sono così eclatanti come al nord e le infiorescenze sono insolitamente tonde. Inoltre, arrivando tardi, prepara lentamente l’esplosione del fiore che rimane fresco e allegro a lungo.
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colori autunnali

L’anno scorso a quest’ora:

Cotinus coggygria 'Royal Purple', Eragrostis trichodes, Pennisetum macrorum, Aster lateriflorus 'Lady in Black', Salvia microphylla 'Royal Bumble', Sedum 'Autumn Joy', Carex tenuiculmis

vivaio, ottobre 2009

Nella foto si vedono:
a sinistra e a destra le foglie brune del Cotinus coggygria ‘Royal Purple’, i puntini nebulosi dell’Eragrostis trichodes, le spighe compatte erette e luminose del Pennisetum macrorum, le margherite a centro rosa dell’Aster lateriflorus ‘Lady in Black’, a sinistra in secondo piano i fiori rossi della Salvia microphylla ‘Royal Bumble’, le ombrelle piatte sfiorite ma belle del Sedum ‘Autumn Joy’ e il marrone metallico del Carex tenuiculmis.

(foto di Andrea Martiradonna)

il paesaggio e le persone

Sto leggendo “Canale Mussolini” di Antonio Pennacchi e vorrei consigliarlo perché è proprio un bel libro.
Non mi dilungo nella descrizione dei contenuti – li trovate un po’ ovunque, dal momento che ha vinto il premio Strega – ma mi riallaccio ad un articolo di Guido Giubbini sull’ultimo numero (il 22) di ROSANOVA, “Il paesaggio come opera d’arte, luogo sacro, sedimento di storia e di memoria”; non è tra i migliori articoli di Guido il quale, a mio parere, dà il meglio di sé quando può metterci qualcosa di personale, arguto e irriverente, ma dice cose molto sensate e condivisibili. E’ da tempo, infatti, che mi interessa, più che l’intervento puntuale e pregevole del privato, l’opera per la collettività, pubblica, la città, il paesaggio, lo snodo delle strade; la capacità di leggere le intenzioni e le necessità di tutti piuttosto che di uno. In soldoni: mi appassionano moltissimo le opere pubbliche, grandi, e meno il giardino privato. Intendiamoci, mi perdo nel singolo fiore, ma tendo a essere più disincantata, avendo visto che negli anni arrivano e ripartono mode, si hanno passioni, pallini, manie, ci si straccia le vesti e poi ci si ricompone; ora la vera intenzione con ruga verticale in fronte la metto nel pubblico.

Per questo forse mi piace così tanto la storia della famiglia Peruzzi che dal Veneto parte alla bonifica delle Paludi Pontine, in una storia d’Italia attraverso il territorio. E per lo stesso motivo non vedo l’ora di andare alla Biennale di Architettura a Venezia, che ha un titolo così evocativo People meet in architecture e una direttrice piccina ma forte come un bambù.

Nota: lascio i commenti aperti su cortese insistenza di Paolo Tasini di attraverso giardini, spero di resistere e che sia utile.

nuovi fiori

La nuova produzione è pronta per essere trapiantata in giardino; alcune piante (ad esempio Heliopsis helianthoides subsp. scabra ‘Summer Nights’, Pennisetum thumbergii ‘Red Buttons’, seminate a marzo) sono in boccio, altre addirittura in fiore (le ovvie gaura e verbena, Inula racemosa ‘Sonnenspeer’ semina 2009).

fiere: my two cents

Sono finite le fiere, almeno per noi, ed è un grande fardello che viene posato a terra, per la felicità di schiena e giunture. Sono alla scrivania e alla mia destra vedo l’elenco con le date man mano depennate: VerdeMura – via, Pisa – via, Belfiore – via, Parma – via, Masino – via, Orticola – via; tocchiamo terra, tutti interi, casa madre. La prima considerazione: ma che cavolo di freddo ha fatto?!, non ricordavo una primavera così maledettamente fredda da anni. La pioggia sì, quella mi piace, è fresca e rigenerante e fa le piante più belle; le campagne che abbiamo attraversato erano lussureggianti, verdissime, una messe di buone intenzioni, ma il freddo non me l’aspettavo ancora così puntuto, come un dito che ci ricaccia nell’inverno. Proprio ora che scrivo è uscito un raggio di sole, ci possiamo credere?

Tanta voglia di tornare al vivaio, che visto da lontano sembra il posto più bello del mondo. Perché secondo me il vero attaccamento si misura dall’odio che è in grado di suscitare. Perché a volte sento solo la poetica dell’entusiasmo a cottimo e non riesco a crederci fino in fondo, stento a credere che una persona il ventidue di luglio ami stare immersa nel caldo appiccicoso che fa solo sudare e venire brutti pensieri, piuttosto che tuffarsi nel mare blu o passeggiare tra gli alpeggi. Perché il vivaio è anche quello. Ma anche arrivare la mattina presto e vedere le nuove piantine spuntate, un fiore che era sfuggito al controllo quotidiano, un cliente per scambiare due chiacchiere, il gatto bianco (che a volte penso sia solo un’illusione, nessuno oltre me l’ha mai visto), le schiarite improvvise, il temporale forte sulla serra, un filo d’aria quando proprio ce n’è di bisogno, i Thalictrum spontanei del rio, etc etc. E il raggio di sole rimane dietro una coltre di nuvole e mi telefonano per una fiera a settembre, ma i mercati autunnali sono molto meno tesi delle corse primaverili. In autunno non c’è l’assillo del vivaio, c’è tutta la produzione nuova di zecca, le graminacee sono grandi e si spiegano da sole, le mie americane preferite sparano in alto i fiori, c’è Murabilia, ricomincia la scuola, si intuisce l’inverno in lontananza, nella guazza che bagna i piedi. L’autunno è dolce e conciliante tanto quanto la primavera è aspra e repentina.

Ma si parlava di fiere e io penso una cosa forse sgradevole, ma credo abbastanza vera: se le fiere vivono una crisi creativa è colpa del mancato rapporto di mutuo stimolo fra tutti gli attori in gioco – vivaisti, organizzatori, pubblico (sia privato che di addetti ai lavori), stampa specializzata. Non so se questo rapporto ci sia mai stato, ma sarebbe ora che ci fosse e fosse vitale e prepotente come un inclemente acquazzone che colpisca indistintamente tutti. E parlo di me per prima, non si pensi che la mia critica arrivi dall’alto di una posizione inattaccabile. Un esempio delle mie (ahimè) numerose negligenze, l’altro giorno ad Orticola ho venduto una (molte?) Phlomis russeliana senza cartellino e la spiegazione è facile quanto imbarazzante: io la conosco e distinguo molto bene, quindi, con la scusa della fretta, preparo un paio di cartellini e alcuni esemplari rimangono “innominati”, spesso me ne accorgo e lo aggiungo dopo, a volte invece le lascio andare libere e sconosciute. E’ giusto? Beh, è comprensibile, ma senza dubbio non è giusto e un’organizzazione serrata me lo farebbe notare. Oppure, mi sembra che l’elenco degli espositori che viene dato all’ingresso a Murabilia sia scarno, mi piacerebbe fosse spartano, ma informativo. Mi piacerebbe che ad Orticola ci fossero granate (scope) e rastrelli a disposizione per sistemare il proprio stand e appianare le buche. Vorrei più carrelli a Masino. E sono le prime stupidaggini che mi vengono in mente.

Ma la cosa che vorrei davvero è un po’ di curiosità e il coraggio – mi fa ridere tirare in ballo una parola così esagerata e sovradimensionata rispetto al tema – di scegliere qualcosa di diverso: una pianta sconosciuta, un accostamento ardito ma personale, un testacoda estetico, una frenata improvvisa davanti a tre foglie. Perché sono belle le aquilegie fiorite in primavera e i Miscanthus spigati in autunno, ma le barbe appena spuntate portano con sé il fascino della natura segreta. Ed è questo che si è un po’ perso alle mostre mercato, la quieta ricerca del segreto della natura, la bellezza che ci commuove, il tutto insieme al giusto e sacrosanto guadagno – perché, va detto, senza un margine di guadagno è difficile fare sperimentazione, si fa solo mercimonio di buoni sentimenti.

Forse si potrebbe iniziare chiedendo a ciascuno di porre in evidenza – in un apposito spazio dello stand, magari sotto alla dicitura dell’attività, sopra ad un piedistallo appositamente studiato, magari offrendo dello spazio in più gratuito (!) – da una a tre piante non fiorite ma ugualmente meritorie di attenzione.

Ok, ora potete iniziare a tirare le pietre.

Parco Arte Vivente

Tra gli incontri di PROVE TECNICHE DI COMUNITA’ URBANA DEL BUON VIVERE ce n’è stato uno, a mio avviso, particolarmente interessante e ricco di possibili sviluppi.

Riporto dal sito:

Il Parco Arte Vivente è un nuovo centro sperimentale per l’arte contemporanea nato a Torino nel novembre del 2008. Il panorama dell’arte contemporanea in questa città è ormai ampio. Perché aprire un nuovo spazio?
Per la sua specificità. Il PAV tratta quel filone dell’arte contemporanea che ha in qualche modo a che fare con il vivente: il vivente in  quanto organismo vivo, che ha un proprio ciclo vitale, ma anche il vivente in quanto persona, l’utente, il pubblico a cui si rivolge. C’è un’attenzione particolare verso il pubblico. L’arte una volta era elitaria, il museo era un luogo per pochi. Nonostante si siano fatti grandi passi avanti sulla frequentazione dei luoghi della cultura da parte di un pubblico sempre più ampio e sempre più vario, ancora oggi l’arte contemporanea, essendo spesso di difficile comprensione, tende ad avere una platea di esperti o simpatizzanti del settore.
Il Parco accoglie il cittadino nei suoi spazi verdi, lo richiama e gli si concede sotto forma di un pezzo di natura che è stato ritagliato in mezzo alla città, un pezzo di natura che è stato restituito ai suoi abitanti. Ma il PAV, è qualcosa di più che un semplice parco. E’ qualcosa di più che un semplice museo. È un luogo nel quale saranno presenti installazioni artistiche, un luogo di incontro e sperimentazione per artisti provenienti da luoghi diversi, è un luogo relazionale dove si prevede un coinvolgimento attivo dei diversi pubblici.
Per questo è importante che il linguaggio in uso al PAV sia comprensibile a tutti, specialisti e non.


In particolare, mi è stato inviato il comunicato stampa di un progetto che prenderà corpo alla fine di maggio (da giovedì 27 a sabato 29), JARDIN MANDALA (nota: il comunicato stampa che segue è simile a quello che si trova sul sito, ma più approfondito; vale la pena leggerlo):

Il PAV Parco Arte Vivente, inaugura Jardin Mandala, il giardino di Gilles Clément (Parigi, 1943) studiato appositamente per la superficie verde del tetto pensile del centro d’arte. E’ un giardino percorribile di circa 500mq che – riprendendo idealmente la struttura di un Mandala, notoriamente costituito da sabbia e pigmenti a sottolineare la delicatezza e l’impermanenza dell’esistenza – fonde nell’impianto vegetale, formato da sedum e graminacee, aspetti di perfezione e caducità della bellezza. L’intervento si sviluppa sulla sommità della collina che contiene “Bioma”, percorso interattivo permanente di Piero Gilardi. Clément ha voluto così cogliere la sfida di questo sito impiantando specie vegetali che si radicano anche nei terreni più aridi e che sopravvivono senza particolari cure di giardinaggio.

I Mandala, per tradizione, sono uno strumento unico per acquisire la consapevolezza di uno spazio nel quale fissare la mente, centrando la comprensione del proprio mondo interiore. Jardin Mandala – secondo l’autore – “può rappresentare sia il contenitore che il contenuto”, vale a dire l’insieme delle biodiversità vegetali nel loro costante divenire.

Ad approfondimento delle tematiche sviluppate nell’intervento di Gilles Clément, seguito dall’architetto paesaggista Gianluca Cosmacini, è organizzata giovedì 27 maggio, una tavola rotonda condotta da Alessandro Rocca (tra i relatori Michelangelo Pistoletto, Piero Gilardi, Gaia Bindi, Rocco Curto) presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. Il teorico francese, infine, è protagonista del workshop Jardin Mandala condotto al PAV nell’ambito delle Attività Educative e Formative del museo.

Ma la cosa che mi ha più entusiasmata (e divertita) rispetto a questo progetto sono due immagini che erano allegate alla mail di presentazione, due fotografie dello stesso Clément e di un altro signore che, diligenti, sono ripresi mentre mettono a dimora le piantine – nella fattispecie alcune Stipa tenuifolia e altre graminacee che non riesco a distinguere, speriamo mettano un elenco delle specie prescelte - che andranno a comporre il disegno del mandala. Una visione, se vogliamo, così poco canonica rispetto all’idea algida del progettista puro che nel silenzio delle sue stanze concepisce un elaborato teorico che verrà messo in pratica da altri. E soprattutto la manifestazione esplicita del tempo che ci vuole perché un progetto di verde prenda corpo, una variabile che troppo spesso viene dimenticata e sottovalutata nella progettazione. Quando si tratta di piante non posso permettermi di tralasciare l’andamento della vita, i ritmi di crescita, i possibili fallimenti, nell’illusione di un “pronto effetto” che difficilmente si realizzerà e manterrà nel tempo.

Bravo a Gilles che sta faticando ora per mostrarci la sua opera a maggio e buona Pasqua a tutti!

lavori in corso

Come potete vedere, sono in corso dei cambiamenti nel sito. Nel frattempo anche tutti i nostri account di posta elettronica sono a soqquadro. Fuori, ogni tanto sfarfalla un fiocco di neve – e siamo al 10 di marzo.

Pazienza, ci vuole tanta pazienza…