
La serie Re-Trouvé di Emu, Patricia Urquiola. Mi piacciono perché in giardino diventano quasi trasparenti e ingarbugliano la vista.
la sede virtuale di un vivaio di piante perenni

La serie Re-Trouvé di Emu, Patricia Urquiola. Mi piacciono perché in giardino diventano quasi trasparenti e ingarbugliano la vista.
Se sapessi tagliare, cucire e avessi un minimo di nozioni di sartoria base, mi metterei a produrre grembiuli da giardinaggio belli, resistenti e funzionali. Quelli che si trovano – ed è anche difficile trovarli, a dire il vero – spesso sono tagliati male (quindi scomodi), di stoffa scadente o inadatta (quindi di breve durata), troppo lunghi/corti, con tasche inutili in posti assurdi, leziosi di sbuffi e volant, fighetti e assurdamente costosi, il più delle volte con linee e materiali mutuati dai grembiuli da cucina.
Guardate che belli quelli di Urban Aprons.
to be continued…
Su Gardens Illustrated di questo mese si parla di piccoli giardini e, oltre ad illustrarne qualcuno, Andy Sturgeon – vincitore del “Best in Show” al Chelsea Flower Show di quest’anno – dà alcuni consigli pratici e alcune idee che secondo lui possono far funzionare meglio uno spazio di piccole dimensioni. Penso sia utile riportarle poiché la più parte dei nostri giardini è una piccola parcella di terreno davanti casa e spesso ci si adagia nella riproposizione degli stessi stanchi schemi che magari non soddisfano più nessuno, ma che ci seguono con la forza dell’ineluttabile.
Riporto qui, in parte traducendo, in parte integrando con farina del mio sacco, i punti salienti della disamina.
to be continued…
Una piccola foto che la mia amica Silvia ha fatto con il cellulare circa tre settimane fa alla parte di vivaio che stiamo sistemando in questi mesi.
Nella foto:
i pennacchi colti in vivaio della graminacea Miscanthus sinensis, il fiore secco della perenne Carlina acaulis che mi fu regalata a Masino lo scorso ottobre, le capsule di Sterculia diversifolia dell’Orto Botanico di Cagliari e il peperoncino rosso dell’Esselunga, Capsicum annuus.
Chiedo scusa per la qualità scarsa delle mie foto, ma non riesco a fare di meglio.
Siamo soliti considerare ciò che ci sta attorno come qualcosa di eterno, o almeno pari alla nostra durata, inamovibile, grazie all’inerzia propria delle cose e facente parte, con l’andare del tempo, oltre che del paesaggio fuori di noi, anche del nostro mondo interiore. Eppure le cose cambiano, a dispetto della nostra scarsa partecipazione. Il paesaggio agricolo, in particolare, forse per il fatto di circondarci e quasi assorbirci, sembra sempre lì, in piano o in collina, docile al nostro sguardo. Ma tutti abbiamo i ricordi dei nostri nonni, vecchi di un secolo, oppure più recenti, dei genitori, o i nostri stessi ricordi; e sono racconti stupefacenti di un passato tutto sommato vicino, ma animato da elementi diversissimi, sconosciuti, da non credere.
Per carattere sono poco incline alla nostalgia, mi interessa sempre di più quel che sarà, e come un allampanato detective scruto gli indizi del futuro presente; alla fine, investigare le avvisaglie e fare ipotesi bislacche è molto più divertente. Anzi, direi che conoscere il passato è utile soprattutto per impostare un’indagine fruttuosa sul futuro – e agire – altrimenti è accademia. Insomma: più segugi e meno seduti!
Per tornare al paesaggio, stamane ho trovato questa immagine

e le considerazioni ad essa legate “Cartelloni pubblicitari come segnali deboli della crisi”.
Perché alla fine il paesaggio non è solo le cose belle che decido di vedere, che il mio sguardo seleziona dopo un accurato lavoro di epurazione, ma è soprattutto ciò che davvero c’è.
E se al posto di tutti quei cartelli in disarmo piantassero dei begli alberi, un pioppo cipressino (Populus nigra var. italica) qui, un olmo (Ulmus minor) là , in fondo un bel carpino (Carpinus betulus)? In una sorta di cortocircuito, al posto del nostalgico “una volta qui era tutta campagna”, diremmo ai nostri figli “una volta qui era tutta pubblicità”.
Oppure, come dice l’autore della foto:
Se l’agenzia fosse veramente creativa, proporrebbe questi scheletri vuoti agli enti del turismo come guerriglia “Oggi pubblicizziamo il vostro territorio, che forse non conoscete, o non vi siete mai fermati a osservare”.

Si tratta della poltrona per esterni Veryround disegnata da Louise Campbell per Zanotta. Qui trovate delle notizie in lingua inglese – di cui ho fatto una piccola traduzione casalinga:
(…) Il progetto si basa sul piacere della ripetizione. Un solo cerchio non è particolarmente interessante, ma duecentoquaranta cerchi scrupolosamente organizzati fino a formare un’intera poltrona, lo sono. Anche se la poltrona intera sembra essere estremamente complessa, non lo è. Consiste semplicemente di due strati identici che differiscono solo di scala. Lo strato esterno, tutto compreso, è più ampio del 20% rispetto all’interno.
Gli strati si fondono ai lati. Questo crea sia volume che forza. La poltrona, anche se ingombrante e solida, sembra leggera come carta. Le ombre che ricadono sia su di essa che dietro sono – alla vista – importanti quanto la sedia stessa. Niente interrompe il disegno formato dalle ombre.
Niente gambe, giunture, nessuna delle caratteristiche che normalmente si associano ad una sedia. Nessun davanti e dietro. Sostanzialmente si tratta solo di una grossa cavità aperta in cui ciascuno è benvenuto a sedere e dondolarsi.
E’ in lamiera d’acciaio spessa 2mm tagliata con il laser tridimensionale e smaltata di bianco per esterni.
Io la trovo bella come un merletto e perfetta come una ragnatela brinata – o come il fogliame del Chrisanthemun cinerariifolium.

Questa sedia si chiama CHAIR ONE ed è stata disegnata da Konstantin Grcic nel 2003, prodotta da Magis. Perchà© è bello pensare ad un giardino popolato non solo da piante, ma anche da oggetti del nostro tempo.