Archive for the 'miscellanea' Category

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omissis

Come sempre dimentico di mettere nel catalogo alcune piante.
Si tratta di omissioni innocenti, un po’ dovute al timore che le semine siano troppo, troppo difficili e non riescano, quindi preferisco essere cauta e dire Silphium perfoliatum o Phlomis russeliana solo quando ne ho una cassetta piena, bella fiera e pimpante; in altri casi un po’ mi vergogno di nominare il “carciofone” Cynara scolymus ‘Violet de Provence’, penso che piacerà  solo a me, sottovalutando la follia di chi mi apprezza – peraltro era una bustina di semi allegata a GARDENS ILLUSTRATED di qualche mese fa. Oppure sono regali, come il granturco colorato, Zea mays ‘Quadricolour’ (grazie Elena!). Il più delle volte si tratta di semplici dimenticanze, cercherಠdi sistemare e aggiornare il catalogo quanto prima.

A proposito di Phlomis russeliana – per dire come cambia la prospettiva tra chi coltiva e il consumatore finale – l’altro giorno ne stavo rinvasando alcuni esemplari dalle foglie un po’ ingiallite e rimiravo estasiata, complimentandomi con me stessa, le belle radici ben formate e grassocce di piante seminate il 15 aprile. Mi sono sentita come un ortopedico che ammira la struttura ossea di un suo paziente, incurante dell’aspetto fisico esteriore. Nuts!

alberi e motoseghe

Stavo girovagando e ho visto gli alberi che sta disegnando Gipi e la storia che ne nasce, mi è sembrato bello e metto uno spunto qui:

comunicazione di servizio

Chiediamo scusa a coloro che ci hanno scritto nei giorni prima di Pasqua, ma ci sono stati dei problemi con la linea telefonica e non era possibile connettersi alla rete. Ora sembra che tutto sia tornato a posto.

oggi ore 11:44


[anche Google si ricorda dell'equinozio di primavera]

update: qui c’è un vento gelido che sega via le orecchie, nel più tipico stile marzolino!

High Line

Sarà  forse per la possibile, spregiudicata analogia con le mura di Lucca, ma nutro un grande interesse per la riconversione dei binari della ferrovia urbana newyorchese in parco sopraelevato. O forse si tratta di una mai sopita passione di architetto/urbanista per le vicende della città , la fiducia nel progetto di spazi pubblici e la speranza che anche in Italia si aprano nuovi cantieri e prospettive virtuose. O anche la presenza nel team di Piet Oudolf, per il quale ho più volte manifestato stima e apprezzamento.

Molto in sintesi – qui trovate la storia completa scritta (in inglese) e qui un breve video -, l’High Line è un’infrastruttura industriale che nacque negli anni ‘30 per facilitare il movimento delle merci attraverso la parte ovest di Manhattan e per evitare che i treni urbani interferissero con il traffico cittadino e causassero incidenti a livello stradale. La struttura fu progettata non come sdoppiamento in quota dei grandi viali, ma come passante attraverso i quartieri, mettendo in comunicazione diretta le fabbriche, i depositi, le officine, i magazzini; di fatto l’High Line penetrava nei palazzi e favoriva il movimento veloce dei beni sia in entrata che in uscita, senza interferire con la viabilità  sottostante.
Il declino di questa organizzazione logistica a partire dagli anni ‘50 e ‘60 portò ad una progressiva dismissione della linea ferroviaria e alla demolizione delle parti più periferiche, ma già  da allora i cittadini si dimostrarono interessati alle sorti di questo pezzo di archeologia industriale. Nel 1999 fu fondato Friends of the High Line, un comitato di cittadini che invocano il recupero della struttura come spazio pubblico. Come è facile intuire – Manhattan è un luogo di immenso valore immobiliare che attira su di sé molti interessi speculativi -, da allora ad oggi le destinazioni d’uso dell’area si sono modificate più volte, ma, dopo varie vicissitudini, si è arrivati alla scelta di alcuni progetti e addirittura alla realizzazione di parte delle idee.

E’ bello farsi coinvolgere dall’entusiasmo di coloro che credono e partecipano a questa iniziativa nel video che illustra lo stato di fatto e presenta le straordinarie potenzialità  del progetto. L’High Line viene di volta in volta definito il Central Park della nostra generazione, un grande dono, prende in prestito qualcosa dalle generazioni che ci hanno preceduto, gli ridà  vita per regalarlo a quelle che verranno, per innamorarsi della città  di nuovo e ancora.
E strabuzzare gli occhi sulle proposte di Oudolf!

consueto incontro a Lucca

L’Opera delle Mura ha organizzato per venerdଠ28 novembre un incontro sul tema “La tutela delle nuove varietà  di piante” presso il Centro Culturale Agorà  in piazza dei Servi a partire dalle ore 9:30.

Dal sito di Murabilia:

Un incontro con il quale, oltre ad offrire una panoramica su normative e procedure, si intende offrire un’occasione di dibattito sulla brevettazione e registrazione dei vegetali, dalla fase di ottenimento varietale a quella di applicazione delle procedure e sulle specifiche opportunità Â e implicazioni economiche.

Mi rendo conto che il tema sia di profilo strettamente professionale e difficilmente possa coinvolgere un gran numero di persone, perಠcredo verrà  svolto in maniera gradevole e interessante per molti. Io ci sarà²!

avventure sugli alberi

Mentre lavoro al vivaio mi piace ascoltare la radio. Quest’anno mi sono regalata una nuova radiolina con le batterie ricaricabili a manovella, di marca Età²n, di gomma arancione resistente all’acqua; ce l’ho già  da qualche mese e mi pare faccia il suo dovere in maniera egregia.

In particolare, la mattina ascolto IL TERZO ANELLO su Radio 3, è una specie di tessuto connettivo che tiene insieme diversi programmi su vari argomenti: attualità , scienza, interviste, estratti dai quotidiani, eccetera. Dalle 9 alle 9:30 c’è la lettura Ad Alta Voce di un classico della letteratura. Ogni mese cambiano l’opera e il lettore, ad agosto c’è stato “Le memorie di Barry Lyndon”, poi “Canne al vento” (che a dire il vero non m’è piaciuto), “Un anno sull’Altipiano” letto da Marco Paolini; in questo momento Manuela Mandracchia legge “Il barone rampante” di Italo Calvino.
E’ un vero piacere risentire le avventure di Cosimo – in un libro che di solito viene relegato ai tempi della scuola media – e avere l’occasione di rileggerle adesso indovinando tra le righe l’incanto esotico di Italo bambino al seguito dei genitori agronomi a Cuba. Non è facile trovare descrizioni della natura e degli alberi cosଠriuscite, appassionanti e precise, letterarie ma mai leziose o fini a se stesse. Come dice Tonio Cavilla (che poi è lo stesso Calvino) nella prefazione:

C’è, quasi nascosto dentro il libro, un altro libro più sommesso, di nostalgica evocazione d’un paesaggio, o meglio: di ri-invenzione d’un paesaggio attraverso la composizione, l’ingrandimento, la moltiplicazione di sparsi elementi di memoria. E le pagine lirico-paesaggistiche sono quelle che rivelano una maggiore precisione visiva e linguistica, sono le più elaborate nel senso d’una scrittura musicale, ricca ed esatta.

California dreaming

Ho letto su Gardens Illustrated di settembre del progetto di Renzo Piano per la California Academy of Sciences. Provo a tradurre il breve trafiletto a corredo delle illustrazioni:

E’ una copertura verde ampia 2,5 acri (più di 10.000 metri quadrati) dall’aspetto futuristico che caratterizza e rende riconoscibile il progetto di ricostruzione della California Academy of Sciences, nel Golden Gate Park a San Francisco. Il tetto del museo di storia naturale riunisce sotto di sà© dodici edifici e contiene una foresta tropicale, una palude ed una foresta amazzonica fluviale; verrà  inaugurato il 27 settembre. Il progetto è del celebre architetto Renzo Piano, autore dello Shard London Bridge.
Il tetto verde è composto di 50.000 vasi/vassoi biodegradabili formati da corteccia tenera e fibra di cocco che seguono le curvature come fossero piastrelle.


L’immagine è stata presa qui.

Sono state selezionate specie autoctone in grado di far fronte e resistere alla scarsità  delle precipitazioni, al forte vento e all’atmosfera salmastra. Tra queste la fragola sudamericana (Fragaria chiloensis), il lupino nano (Lupinus bicolor), il papavero della California (Eschscholzia californica) e la brunella (Prunella vulgaris).

Che dire? Se ci lasciamo guidare dal cinico e civico buonsenso è facile liquidare queste iniziative e considerarle figlie del denaro e dell’esibizionismo statunitensi (in effetti si tratta di un enorme costosissimo artificio). Ma se ripensiamo per un attimo ai nostri musei di storia naturale che il più delle volte consistono in tristi e polverose teche di animali in formalina, non possiamo non sentire il fascino e la forza di un progetto cosଠcomplesso. Personalmente trovo che l’idea di un tetto composto di “tegole” verdi, vive, leggere, biodegradabili e sostituibili sia fantastica e spero serva da sperimentazione per ulteriori progetti.

seminare zizzania / 3

Siamo arrivati al capitolo finale della semina, quando terminano i nostri compiti e inizia la parte più difficile: l’attesa. E, nonostante siano anni che semino e spesso si tratta di ripetere più che intraprendere, il rito non ha perso di smalto e continuo l’avvincente ciclo di scelta, prova, nascita o disfatta. Certo, esiste ricoltivare, quelle belle placche che arrivano fragranti dall’Olanda, piene di talee, di novità  elette dal mercato, ma perchà© privarsi di un piacere cosଠsemplice? Bello avere in catalogo qualche novità , ma bello anche circondarsi e proporre piante che si conoscono da quando erano piccoli semi.

- Abbiamo messo i semi nella terra, ora occorre coprirli con un leggero strato di terriccio. Come consigliano tutti i manuali, lo strato di copertura deve essere sottile, generalmente proporzionato alla dimensione del seme, vale a dire che più i semi sono piccoli meno li si deve coprire. Il ragionamento è abbastanza intuitivo: interrare in profondità  significa che se la pianta arriva a germogliare non riuscirà  ad arrivare in cima al substrato; più facilmente esaurirà  la carica vitale nello spazio di risalita e avvizzirà  prima di aver avuto la forza di affacciarsi al mondo.
Quindi coprire il seminato con il terriccio, livellare e premere leggermente in superficie.

- La placca va posta sopra ad una griglia sollevata da terra per impedire dannosi ristagni d’acqua. Ad esempio si puಠgirare sottosopra una cassetta della frutta in plastica che fungerà  da base per i contenitori alveolari.

- Annaffiare, anzi, vaporizzare il seminato. E’ bene chiarire che, finchà© i semi sono sotto la coltre di terriccio oppure le plantule sono appena nate e quindi piccole in tutte le loro parti – apparato radicale compreso – non bisogna esagerare con l’acqua. La prima volta che annaffiamo è bene “impolpare” il terriccio in modo il più possibile uniforme, ma in maniera lieve, leggera, attraverso un vaporizzatore. Nei giorni successivi faremo in modo che il substrato non asciughi mai.
Io sto molto attenta anche alla qualità  dell’acqua che uso, probabilmente per molti sarà  un’accortezza eccessiva (che confina col fanatismo, ammettiamolo), ma quando si seminano cose preziose, parimenti bizzose e altrettanto costose, si diventa quasi scaramantici nei propri riti di semina. Quindi se mi vedrete alla fonte a riempire taniche d’acqua, ora sapete il motivo – parlo per i lucchesi.

- Ora occorre trovare un posto per le nostre placche piene di semi e cariche di aspettative. La serra fredda è l’ideale, ma non facciamoci ingannare dal nome, si dice serra fredda un ambiente coperto (nylon, vetro), ombreggiato e posto all’esterno, di fatto puಠdiventare un invivibile forno appena inizia la bella stagione. E’ un ambiente protetto e riscaldato solo nei momenti di maggior irraggiamento solare, senza ulteriori fonti di calore. Come tutti sappiamo, le serre sono calde finchà© c’è il sole e diventano fredde appena arriva una nuvola a coprirlo. Ed è proprio questo che desiderano i semi, questa alternanza di caldo e freddo aiuta la germinazione, dovremo quindi cercare di riprodurla nelle semine casalinghe. E’ per questo che sconsiglio la semina in casa, dove non ci sono sbalzi termici. Ci si puಠattrezzare una serretta fai da te in un angolo del giardino o sul balcone, l’importante è che sia ombreggiata – non all’ombra, ma protetta dai raggi diretti del sole – e abbastanza grande da assicurare la ventilazione, soprattutto quando le piantine iniziano a crescere.

- Bene, ora aspettiamo vaporizzando.

- Le piante iniziano a fare capolino. I tempi variano moltissimo, alcune annuali si presentano in un paio di giorni e tutte insieme come soldatini, le perenni ci mettono almeno una settimana, di solito due, tre o anche di più. Alcune nascono a singhiozzo, prima poche poi in abbondanza.
La straordinaria variabilità  che avevamo visto in nuce nei semi, si traduce nella bizzarria della germinazione e nel successivo dispiegamento del meraviglioso.
A questo punto bisogna imparare ad osservare e capire i “messaggi vegetali” – ad esempio se le piantine si allungano troppo (filano) significa che hanno bisogno di più luce – semplici nozioni che si acquisiscono con l’esperienza.

- Quando le piantine saranno alte circa 2/3 cm sono pronte per essere rinvasate. La mia esperienza dice che è meglio rinvasare un giorno prima che uno dopo; le plantule nei contenitori alveolari in serra sono soggette ad ogni tipo di malattia fungina, esiste una vera e propria moria dei semenzali, quindi è bene che le piante raggiungano il mondo esterno in tempi brevi. Alcune, poi, non amano per niente stare in semenzaio (l’ Erigeron karvinskianus, per dirne una) e rimangono basse e stentate pur lavorando nel terreno sottostante, quindi meglio liberarle quanto prima. Altre invece si sviluppano in modo lasco e prostrato sul terreno (i Dianthus, la Gypsophila, eccetera) e diventa difficile estrarle dagli alveoli quando sono più cresciute.

- Estrarle dagli alveoli con molta cautela per non rompere il pane di terra; ci si puಠaiutare con un lapis a spingere le piantine fuori dai contenitori. Rinvasarle in vasetti non troppo grandi, di solito un diametro 9 è perfetto, in terriccio mescolato con pomice di granulometria fine. Bagnare (questa volta, finalmente, con un normale annaffiatoio) e mettere all’ombra per circa due settimane. Bagnare i vasetti facendo attenzione a non eccedere con le annaffiature – all’ombra le piante mantengono meglio l’umidità  e si tratta di piantine appena rinvasate, con un apparato radicale ancora poco sviluppato.
Spostare al sole e buon lavoro!

the end

seminare zizzania / 2

Dicevamo della semina e prima di tutto sono comparsi gli oggetti che servono affinchà© tutto riesca bene e senza intoppi, quindi i contenitori alveolari perchà© ciascuna piantina si faccia spazio senza dover troppo competere con le altre e un tavolo alto a sufficienza per rendere l’operazione agevole. Per me è sempre importante creare le condizioni di lavoro ottimali per svolgere una data mansione, avere gli oggetti giusti a portata di mano e non perdere tempo e attenzione per cercare all’ultimo minuto questo o quell’arnese. Con la semina è tutto più facile poichà© richiede davvero poche cose: semi, terriccio, acqua e un contenitore per mettere tutto insieme; il resto – sole/ombra, caldo/freddo, tempo che passa – non dipende da noi, semplicemente fa il suo corso e si fa un baffo dei nostri mestierucoli.

- Riempire i contenitori di terriccio da semina.
Il substrato da semina è di colore scuro, di tessitura fine, leggero e lievemente umido al tatto. So che è poco ortodosso e fa sorridere, ma il buon terriccio si riconosce “a naso”: se odorandolo profuma di sottobosco sano, pulito e umido allora è un buon prodotto, altrimenti rivolgiamo altrove la nostra attenzione. E’ molto importante che il sacco che contiene il substrato sia tenuto sempre ben chiuso tra un’operazione e l’altra, ciಠne preserva la lieve umidità ; infatti, se il terriccio è completamente asciutto saremo costretti ad annaffiarlo di più, infradiciando troppo i semi e impedendo la necessaria aerazione. Chiudere il sacco serve anche a mantenere l’igiene e la sterilità  per evitare la proliferazione di funghi e muffe o la migrazione di semi indesiderati.
A questo punto possiamo compattare leggermente la sommità  dei contenitori; puಠessere utile premere il pollice nel mezzo e creare una piccola concavità , il “letto” del seme.

- Mettere i semi nei contenitori.
Ciascun seme è diverso dall’altro, come ciascuna pianta sarà  diversa dall’altra. C’è una grandissima varietà  di forme, dimensioni, colori da lasciare stupiti e affascinati e se le mie parole hanno un senso, ecco, desiderano scoccare una freccia empatica verso la materia che vive e ci circonda e che è possibile toccare con mano rispettosa.
La Dierama pulcherrimum fa semi di media grandezza, arancio vivo lucente, piccoli tetraedri perfetti, la digitale è un piccolo seme scuro, invisibile, tondo, che si sparge con facilità  anche lasciato a se stesso, i sedum polverizzano semi come sabbia del deserto, la lavanda ha semi neri lucidi con un occhio bianco, profumati, la gaillardia fa dei piccoli proiettili costoluti, l’Alcea ha un seme tondo schiacciato come un bacherozzo arrotolato, le graminacee fanno semi lunghi come fusi, le Compositae in genere fanno dei tubetti rastremati, la Gaura ha i semi grossi e leggeri, eccetera.
La mia regola riguardo al numero di semi per contenitore alveolare è semplice e intuitiva: più sono piccoli più aumenta il numero, se sono medi ne metto tre/cinque per alveolo, se sono grandi ne metto due (nel caso di semi minuscoli, metterli in un foglio di carta ripiegato e farli scorrere fino a destinazione picchiettando leggermente). E poi, più sono piccoli più vanno messi in superficie e coperti con poco, pochissimo terriccio.

continua…