Nell’immagine si vede in primo piano l’Helichrysum italicum quasi fiorito e dietro i capolini stretti e lucenti della Santolina rosmarinifolia (S. virens, S. viridis).
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Archive for the 'miscellanea' Category
Una piccola foto che la mia amica Silvia ha fatto con il cellulare circa tre settimane fa alla parte di vivaio che stiamo sistemando in questi mesi.
Nella foto:
i pennacchi colti in vivaio della graminacea Miscanthus sinensis, il fiore secco della perenne Carlina acaulis che mi fu regalata a Masino lo scorso ottobre, le capsule di Sterculia diversifolia dell’Orto Botanico di Cagliari e il peperoncino rosso dell’Esselunga, Capsicum annuus.
Chiedo scusa per la qualità scarsa delle mie foto, ma non riesco a fare di meglio.
Siamo soliti considerare ciò che ci sta attorno come qualcosa di eterno, o almeno pari alla nostra durata, inamovibile, grazie all’inerzia propria delle cose e facente parte, con l’andare del tempo, oltre che del paesaggio fuori di noi, anche del nostro mondo interiore. Eppure le cose cambiano, a dispetto della nostra scarsa partecipazione. Il paesaggio agricolo, in particolare, forse per il fatto di circondarci e quasi assorbirci, sembra sempre lì, in piano o in collina, docile al nostro sguardo. Ma tutti abbiamo i ricordi dei nostri nonni, vecchi di un secolo, oppure più recenti, dei genitori, o i nostri stessi ricordi; e sono racconti stupefacenti di un passato tutto sommato vicino, ma animato da elementi diversissimi, sconosciuti, da non credere.
Per carattere sono poco incline alla nostalgia, mi interessa sempre di più quel che sarà, e come un allampanato detective scruto gli indizi del futuro presente; alla fine, investigare le avvisaglie e fare ipotesi bislacche è molto più divertente. Anzi, direi che conoscere il passato è utile soprattutto per impostare un’indagine fruttuosa sul futuro – e agire – altrimenti è accademia. Insomma: più segugi e meno seduti!
Per tornare al paesaggio, stamane ho trovato questa immagine

e le considerazioni ad essa legate “Cartelloni pubblicitari come segnali deboli della crisi”.
Perché alla fine il paesaggio non è solo le cose belle che decido di vedere, che il mio sguardo seleziona dopo un accurato lavoro di epurazione, ma è soprattutto ciò che davvero c’è.
E se al posto di tutti quei cartelli in disarmo piantassero dei begli alberi, un pioppo cipressino (Populus nigra var. italica) qui, un olmo (Ulmus minor) là , in fondo un bel carpino (Carpinus betulus)? In una sorta di cortocircuito, al posto del nostalgico “una volta qui era tutta campagna”, diremmo ai nostri figli “una volta qui era tutta pubblicità”.
Oppure, come dice l’autore della foto:
Se l’agenzia fosse veramente creativa, proporrebbe questi scheletri vuoti agli enti del turismo come guerriglia “Oggi pubblicizziamo il vostro territorio, che forse non conoscete, o non vi siete mai fermati a osservare”.
Durante l’estate non riesco mai ad andare in vacanza per più di qualche giorno di seguito, tutto ciಠa causa del vivaio. Ma non intendo lamentarmi, in fondo nessuno mi ha obbligata ad aprire un vivaio, avrei potuto dedicare il mio tempo ad una attività più “regolamentata”, con le canoniche ferie agostane, i week-end liberi e via dicendo; ci sono i pro e ci sono i contro. Devo ammettere che verso il 20 luglio, quando le giornate sono lunghe e torride, con il sole che non dà tregua fin dalla mattina presto, tendo a mettere in discussione parecchie scelte… ma tant’è, fino ad ora ho retto. Capirete bene che le occasioni di svago in giornata sono la manna dal cielo e per fortuna Lucca si trova in un crocevia ricco di bei posti.
Quest’anno sono riuscita a fare una mitica gita in carrozza (nota: si tratta di grandi carrozze, tipo vagoni del vecchio west, non di carrozzelle leziose da matrimonio) al parco di San Rossore che consiglio a tutti. Come potete vedere dal sito, che è davvero molto chiaro e attendibile, ci sono tre possibili percorsi: breve (durata media un’ora e mezza), medio (due ore) e lungo (tre ore). Io vi consiglio il percorso lungo che arriva fino alla spiaggia; forse vi sembrerà che tre ore siano interminabili, soprattutto con dei figlioli al seguito, ma vi assicuro che passano in un baleno. Antonio Di Sacco, che conduce la carrozza, è bravissimo a spiegare la storia del parco e ad illustrare le varie specie che si incontrano lungo il cammino. Si ha l’opportunità , cosଠrara purtroppo per noi italiani potatori senza criterio, di vedere le essenze autoctone della macchia mediterranea finalmente in tutta la loro maestà – sà¬, perchà© gli alberi lasciati liberi di crescere secondo la propria natura sono dei veri sovrani che ci concedono la loro munifica ombra -, trotterellando al passo gentile dei cavalli da tiro.

Spero che molti di voi abbiano visto il film d’animazione “Il mio vicino Totoro” di Hayao Miyazaki, uscito per la prima volta nel 1988, tradotto in italiano e distribuito nelle nostre sale dal settembre di quest’anno.

In poche parole, è la storia di due sorelline, Satsuki e Mei (undici e quattro anni) che si trasferiscono in campagna e qui scoprono che il loro vicino è un essere buffo e potente, appunto, Totoro. Non mi dilungo nell’illustrare la trama perchà© per prima non amo che mi vengano spiattellate le storie a parole – e comunque basta una semplice ricerca su Google perchà© ogni curiosità venga soddisfatta – e poi credo valga di più la corrente sotterranea di entusiasmo contagioso che viaggia più veloce di un gattobus.
Non per niente Totoro stesso è senza parole, accessorio di cui lui, cosଠforte e smisurato, non ha certo bisogno per ammaliarci! Quell’enorme bocca non si capisce mai bene se è in procinto di mangiarci o scoppiare in una risata, ventata, ringhio, sbadiglio, un po’ come la natura che nello spazio di un attimo puಠdecidere di far splendere il sole, scompigliarci la messa in piega, defogliare un albero o ben altro.
Guardate qui la fedele (dice bene il proprietario del blog: al limite del maniacale) ricostruzione della casa delle bambine in Giappone, con il giardino ed il grande canforo (Cinnamomum camphora) sacro.
Come sempre dimentico di mettere nel catalogo alcune piante.
Si tratta di omissioni innocenti, un po’ dovute al timore che le semine siano troppo, troppo difficili e non riescano, quindi preferisco essere cauta e dire Silphium perfoliatum o Phlomis russeliana solo quando ne ho una cassetta piena, bella fiera e pimpante; in altri casi un po’ mi vergogno di nominare il “carciofone” Cynara scolymus ‘Violet de Provence’, penso che piacerà solo a me, sottovalutando la follia di chi mi apprezza – peraltro era una bustina di semi allegata a GARDENS ILLUSTRATED di qualche mese fa. Oppure sono regali, come il granturco colorato, Zea mays ‘Quadricolour’ (grazie Elena!). Il più delle volte si tratta di semplici dimenticanze, cercherಠdi sistemare e aggiornare il catalogo quanto prima.
A proposito di Phlomis russeliana – per dire come cambia la prospettiva tra chi coltiva e il consumatore finale – l’altro giorno ne stavo rinvasando alcuni esemplari dalle foglie un po’ ingiallite e rimiravo estasiata, complimentandomi con me stessa, le belle radici ben formate e grassocce di piante seminate il 15 aprile. Mi sono sentita come un ortopedico che ammira la struttura ossea di un suo paziente, incurante dell’aspetto fisico esteriore. Nuts!
Stavo girovagando e ho visto gli alberi che sta disegnando Gipi e la storia che ne nasce, mi è sembrato bello e metto uno spunto qui:

Chiediamo scusa a coloro che ci hanno scritto nei giorni prima di Pasqua, ma ci sono stati dei problemi con la linea telefonica e non era possibile connettersi alla rete. Ora sembra che tutto sia tornato a posto.



