Archive for the 'letture' Category

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narcisi

Mi piace che su The Garden – e su altre riviste inglesi, per la verità – nella sezione dedicata ai libri, ci siano recensioni sia positive che negative. Nemmeno, ci siano recensioni scritte da persone che hanno realmente letto dall’inizio alla fine i libri di cui parlano, quindi sono in grado di evidenziarne gli aspetti meglio riusciti, come quelli discutibili. Nel mese di febbraio, ad esempio, c’è Noel Kingsbury, Daffodil, Timber Press, 2013 (considerato discreto, ma non interamente a fuoco), che mi ha permesso di scoprire un sito davvero utile: DaffSeek; spero lo sia anche per voi!

Planting: a new perspective

Il libro cui accennavo l’altro giorno è
Piet Oudolf and Noel Kingsbury, Planting: a new perspective, Timber Press, 2013

e se cliccate sulla foto potete leggerne qualche stralcio; anche se, secondo me, è da avere. Perché è un libro difficile, lento e laborioso nella lettura – non per l’inglese che, anzi, è piuttosto semplice – che obbliga a pause, a ricerche ulteriori. Perché è un libro profondamente moderno, di domani, quasi più che oggi. Parla di ciò che oggi è ancora in nuce e che sarà; come potrà/potrebbe essere il mondo. Ma non pensiate sia un libro fumoso, new age, teorico, per niente: è preciso, sul campo, angolato, dritto, lucido e informatissimo (con tantissime indicazioni sulle singole piante). Ho l’impressione sia la summa del lavoro che Oudolf (e altri, in realtà; vengono nominate molte personalità del giardinaggio contemporaneo, con grande generosità) sta portando avanti da anni e che da solo non sarebbe mai stato capace di esprimere a parole – nello stanarlo Noel Kingsbury è magistrale.
Non un instant book che si scrive e si legge in un attimo, ma una scrittura sedimentata che chiede tempo. Chissà, magari quando lo finisco – confesso, l’ho già finito, ma voglio capire anche la singola virgola – ne riparliamo.

Symphyo… che?

In fondo a un libro bellissimo che sto leggendo – ve ne parlerò presto, neanche allora l’avrò finito, ma voglio assolutamente dirne il meglio – c’è una nota sui nomi delle piante. Ripeto, è un libro preciso, competente e professionale, e anch’esso afferma:

Scientific accuracy is important, but sometimes compromises have to be made.

(L’accuratezza scientifica è importante, ma talvolta qualche compromesso è necessario.)

Insomma, non voglio farla lunga, ma preparatevi a ripetere a voce alta Symphyotrichum. In particolare Symphyotrichum ericoides, Symphyotrichum laeve, Symphyotrichum turbinellus, che una volta erano Aster. L’Eupatorium maculatum ora si chiama Eupatoriadelphus maculatus e il Limonium latifolium è L. platyphyllum.

Comunque sappiate che non sempre i tassonomisti sono d’accordo fra loro. E siamo daccapo un’altra volta!

The Garden – RHS

Penso che se leggete questo blog sapete anche dell’esistenza della Royal Horticultural Society – per comodità RHS – il più importante ente no profit britannico per la buona pratica del giardinaggio; l’obiettivo fondamentale dell’associazione è aiutare le persone a condividere la passione per le piante, incentivare l’eccellenza nell’orticoltura e favorire l’ispirazione naturalistica. Potete leggere tutto, ma davvero TUTTO a proposito della RHS sul loro sito che è molto ben fatto, completo, vivace e soddisfacente. Naturalmente, essendo un’associazione, ci si può iscrivere e diventarne membri, quindi usufruire di numerose facilitazioni legate al mondo dei giardini e delle piante: ingressi privilegiati, sconti particolari, ma soprattutto ricevere ogni mese la rivista “The Garden”. È una pubblicazione piuttosto snella ma densa di notizie – per la verità inerenti allo sfaccettato, incredibile mondo del giardinaggio anglosassone – e contenuti abbastanza approfonditi e spesso inediti. Nel numero di dicembre dell’anno scorso ci sono un paio di articoli interessanti che potete leggere in formato pdf direttamente dal sito: uno riguarda i giardini nei territori di guerra (Afghanistan, Israele e Palestina) e un altro spiega come prendersi cura degli alberi appena messi a dimora. Penso infatti che la parte più valida della rivista siano proprio gli approfondimenti di tecnica del giardinaggio – ce ne sono molti fra i pdf scaricabili, se scorrete i vari mesi del 2013 ne troverete – che vanno sotto il nome di Garden practice. Perché imparare dai più bravi è bello.

The Plant #5

Prima di tutto ci sono solo tre pagine di pubblicità su centoquarantatré; lo dico per quelli che si scandalizzano per la quantità di pubblicità che contengono le riviste – a me quella esplicita non dà fastidio, mi dice chiaramente: sono una rivista e ho bisogno di pubblicità per campare. Discorso completamente diverso sono quelle camuffate (le marchette), che acchiappano la nostra buona fede e la maltrattano, mandandoci in confusione; ma siamo tutti adulti nell’anno 2013 e farci fessi non è così facile. (Che poi è paradossale: quante meno pubblicità troviamo, tanto più le ricorderemo. Quando siamo di fronte a un muro di rimandi è difficile che qualcosa faccia presa, rimane una sensazione di rumore di fondo più sgradevole che efficace.)
Un’altra cosa piccola e piacevole è la carta: bianca e opaca, tipo libro; si può sottolineare, non luccica troppo ed è discretamente spessa al tatto.
Riguardo al contenuto, dico che ci sono almeno un paio di articoli che rimangono. La lunga intervista ad Alys Fowler, con foto originali. Le risposte di Alys sono quanto di più contemporaneo si possa leggere a proposito della pratica in giardino e dell’idea generale che abbiamo di esso – il dominio che siamo abituati ad avere con le cose che ci circondano fallisce miseramente nel confronto con il verde, che per sua stessa natura impone un altro passo tutto da imparare.

Gardening works on a different scale. I look out and there are things I don’t like about the garden this year. I have to wait a whole year before I can change that. So being on a totally different cycle to society is quite nice. It doesn’t matter how much I want a tomato right now – I can’t have one! […] once you learn how to garden, you see that control is actually quite useless. It doesn’t work. The garden will do its own thing.

Se state attenti alle parole vi accorgete che non è il solito linguaggio, ma ha il sapore croccante della presa diretta dal suo orto. Fowler è molto qui e oggi, tanto quanto Clément può suonare a volte accademico. Ci insegna addirittura a misurare il ph del terreno con il cavolo rosso! semplicemente si affetta il cavolo, si fa bollire in poca acqua, si filtra il succo così ottenuto e poi lo si fa reagire con diversi tipi di terreno: se è acido il liquido diventa rosso, viola se è neutro e giallognolo se è alcalino.
C’è poi un articolo sui parchi progettati da Isamu Noguchi che sinceramente non ho capito. Se conoscete un po’ sua biografia e le sue opere forse la difficoltà ad avvicinarsi a lui risulta più chiara, è un artista complesso e se non si va a fondo il rischio è di rimbalzare sulla superficie e alla fine non dire niente. È quello che mi pare succeda spesso parlando di Giappone, ne subiamo il fascino ma non andiamo oltre, mentre la differenza culturale ci fa spettatori un po’ vuoti. Dan Pearson in Spirit dice che bisogna andare outside the comfort of your own culture, e forse è vero.
Una frase che mi ha fatto ridere:

To learn to witness nature as it happens without always wanting to influence it, hinder it, orchestrate it, craft an experience out of it, blog it – or for Christ sake – Instagram it.

Sarah Ryhanen di Worlds End Farm la dice alla fine dell’articolo sulla fattoria nella quale coltiva i fiori per il suo negozio. La più aperta e comica delle contraddizioni per una che di mestiere, appunto, orchestra, ammaestra, blogga e instagramma fiori e lo fa bene. (Se andate alla pagina della scuola in cui Sarah Ryhanen e Nicolette Owen insegnano l’arte di sistemare i fiori, nel blog il 23 settembre c’è una gallery dei lavori degli studenti che lascia proprio senza fiato, composizioni di una freschezza e un’inventiva notevoli – forse che gli studenti, liberi dall’idea di soddisfare qualcuno, riescano a produrre meglio delle maestre?)

E alla fine, Borgen Island in Svezia, solo foto. E per fortuna non se ne trovano su internet – sospetto perché difficili da infiocchettare: pura, meravigliosa roccia liscia che affiora su orizzonte piatto.
Da ultimo, la foresta di Fukushima, anche qui solo foto e una sola bella didascalia.

Mi ritengo soddisfatta dell’acquisto, avevo il terrore si trattasse di una di quelle riviste fighette tutto fumo e niente arrosto, invece per ora c’è sostanza.

Two-Minute Magazines

Per ora un video:

tutto ok

Dopo varie vicissitudini, oggi mi è arrivato il #5 della rivista THE PLANT. L’ho sfogliata solo un attimo, ma presto saprò farvene un resoconto dettagliato. Stay tuned!

misteri

Come già scrissi, mi sono abbonata a THE PLANTA journal about ordinary plants and other greenery. Era fine agosto e avevo chiesto mi venisse mandato il numero in corso e il successivo – esce due volte l’anno. Prima mi hanno scritto che non gli risultava il pagamento (e mi era appena arrivata la ricevuta addirittura cartacea), al che ho verificato e ho mandato il resoconto della carta che comprovava la mia regolarità. Allora mi hanno risposto che sì, avevo pagato, ma nel frattempo il numero in questione (#4 Marantha – The aesthetic appeal of a pattern, che mi interessava) era esaurito e mi avrebbero mandato il successivo.
Ora il #5 è uscito, mi arriverà mai?

Se qualcuno si fosse abbonato prima di me e avesse notizie in merito, per favore si faccia avanti.

Pascale, agricoltura

Sull’inserto della domenica del Corriere della Sera di un paio di settimane fa – La Lettura #92, 25 agosto – c’era un articolo interessante di Antonio Pascale: Perché l’agricoltura è sparita dai romanzi, che (incredibile! l’ho cercato sicura che non ci fosse, e invece c’è) trovate per intero online.

Gli articoli di Pascale sono spesso interessanti perché cercano di stanarci dalle nostre abitudini di pensiero e dalla convenienza sociale di riflettere tutti allo stesso modo, godendoci la nostra superficialità e gustando la pubblica approvazione. Non dico di essere sempre d’accordo con quel che scrive, ma gli riconosco il merito di sollevare argomenti che mettono allo scoperto e ci portano su strade poco battute.

In questo caso prende il mito del ruralismo che vede nella civiltà contadina la sola riserva di valori non contaminati dalla civiltà moderna, industriale e cittadina e ci fa notare che, apparentemente efficace su piccola scala, appena si estende la visione, perde di verità e cozza con la realtà della vita sia passata che presente. In sostanza, per credere davvero che i vecchi tempi (prima della “rivoluzione verde”) siano da rimpiangere, occorre rimuovere molte variabili scomode, ad esempio il miglioramento di tutti gli indicatori del benessere fisico dovuto ai cambiamenti nella composizione della dieta: oggi siamo più forti e meno soggetti alle malattie, che vogliamo ammetterlo o no. È come se tutti, su questo argomento, avessimo un immaginario falsato e dovessimo reintegrare parecchie nozioni fondamentali.
Per farlo cita e consiglia diverse letture che riporto qui:

Spero che l’argomento interessi anche a voi – a me molto – e grazie a Pascale per l’indicazione dei libri.

Tra l’altro mi chiedo quando ne uscirà uno suo (è uno scrittore bravissimo).

The Plant

Mi sono abbonata a questa rivista

dovrebbero arrivarmi il numero in corso, Issue 04 – Marantha – The easthetic appeal of a pattern, e il successivo; per ora mi è arrivata solo la ricevuta di pagamento.
Mi piace molto il sottotitolo THE PLANT – A journal about ordinary plants and other greenery, perché è easy e poi apprezzo la foto di copertina con le foglie di Hosta che stanno seccando.
Appena mi arriva (speriamo presto!) vi faccio sapere.

What a Plant Knows

Inizia il primo ottobre:

e io mi sono già iscritta.
È un corso online gratuito – a meno che non si voglia ricevere un certificato ufficiale, allora costa 39 dollari – organizzato da Coursera.

Se scorrete l’elenco dei corsi ne vedrete moltissimi e di sicuro qualcosa vi interesserà. Al momento ne sto seguendo uno sulla nutrizione, soprattutto per vedere come funziona, poi ci sarà quello sull’arte, che di sicuro approfondirò di più. Perché comunque è lasciata alla volontà del singolo la possibilità di approfondire o restare sulla superficie dell’argomento; vengono sempre consigliate letture e percorsi più impegnativi. Boh, si vedrà.

Scrivere la natura

È uscito “Scrivere la natura” di Davide Sapienza e Franco Michieli, edito da Zanichelli. Non l’ho letto, ma nella presentazione sono proposti i pdf dell’indice e dell’introduzione e sembra interessante. Se riesco a leggerlo, poi ne scrivo qui (chissà come, chissà quando).

Cieli silenziosi

Ultimamente mi è capitato di leggere e piano piano interessarmi al mercimonio degli uccelli da mangiare o canori. È stata una cosa involontaria e, devo dire, piuttosto dolorosa da sapere; più che altro non mi ero mai resa conto delle reali dimensioni del fenomeno. Avevo una vaga percezione di quel che sta succedendo ai pesci – nella mia coscienza i pesci stanno assieme agli uccelli, non saprei dire perché -, con la pesca intensiva, l’inquinamento, la razzia di certe prelibatezze, ma di uccellini mi sembra sempre di vederne e sentirne tanti! e invece no. Da ultimo, ho letto Più lontano ancora di Jonathan Franzen e apriti cielo.
È una collezione di saggi di vario genere e argomento, ma essendo F. un birdwatcher, quando viene mandato a Cipro e incontra alcuni membri del Committee Against Bird Slaughter (Cabs), risulta particolarmente dentro la questione e ne restituisce un quadro tanto triste quanto veritiero: uccellagione con i bastoncini di vischio a Cipro, caccia indiscriminata ai migratori a Malta, alterne visioni di caccia selvaggia o selettiva nel nostro paese, pratica o disgusto dell’illegalità, le due facce dell’Italia.

Questa mia è una piccola voce egoista che vuole continuare a sentire i canti e i rumoracci dei pennuti, come a loro tocca il volume della mia radiolina da campo. E siccome sono in arrivo giornate fredde, domani vado a spargere un po’ di semi oleosi al vivaio. Intanto ho fatto questo test canoro prendendoci parecchio. E qui ci possiamo preparare alla primavera.

Dal quiz canoro: ma se la cincia bigia americana dice “cheese burger”, la nostra cinciallegra dirà “pasta al sugo”?

G.I. #182

Mi è capitata una cosa buffa questo mese con GARDENS ILLUSTRATED. L’ho sfogliato subito con curiosità, anche se ultimamente mi è sembrato peggiorato – ma i numeri invernali delle riviste sul giardino risentono sempre della stagione -, verso la fine ho trovato questa immagine (pag. 88):


(la riporto piccola perché non ho voglia di avere sotto gli occhi una lenzuolata che non mi piace appena apro il sito; se la volete vedere più in dettaglio, con un click agganciate immagini più chiare)

e ho pensato “che roba brutta!” e sono andata oltre, senza soffermarmi sulla didascalia. Qualche giorno dopo risfoglio, stessa scena “certo che anche in Inghilterra hanno i loro bei mostri”. C’è voluta una terza lettura perché facessi caso alla nota: planted at the campus of the Politecnico di Milano (!).
La mia speranza è che siano brutti solo i rendering e che la natura degli alberi si riprenda l’armonia di un intreccio meno artificioso. E dire che i rami condotti a cordone, a spalliera, a ventaglio, “addomesticati” in forme impostate a me piacciono molto!

corsa alla terra – Report

Riguardo a Land grabbing, sul sito di Report trovate la puntata del 18 dicembre dove, appunto, si parla dell’accaparramento delle terre agricole; dal minuto 19 al 24 viene illustrato il caso della Lombardia. Sul sito c’è anche il PDF dell’inchiesta di Piero Riccardi, una lettura molto interessante che consiglio insieme al libro di Stefano Liberti – per quanti siano ancora in cerca di regali.
Auguri terrosi a tutti.

meanwhile, in Addis Abeba

Ho appena comprato il libro di Stefano Liberti, Land grabbing, ed. minimum fax (244 pagine, 15 euro) e non vedo l’ora di iniziarlo. Già la citazione all’inizio mi ha fatto sobbalzare:

Sono ottimista: un giorno la Terra servirà a concimare un pianeta lontano.

Altan

Vi farò sapere come è andata.

Lucca Comics

Arriva il momento dell’anno in cui tutti gli impegni si allentano e finalmente si possono fare le cose. Sono stata a vedere Lucca Comics e ho conosciuto Roberta Colombo dell’Associazione Culturale Hamelin di Bologna che collabora con l’invito alla selvatichezza di Paolo Tasini ed Emanuela Bussolati (attraversogiardini). Poi sono stata a Palazzo Ducale dove, come ogni anno, c’è una mostra gratuita in cui vengono presentati in maniera più approfondita alcuni autori o alcuni temi portanti della fiera. Vale sempre la pena di visitare queste mostre, organizzate con una cura e un impegno notevoli, divulgative ma per niente banali; trovo siano un regalo per la città e sarebbe forse possibile pensare a qualcosa di simile anche in occasione delle mostre mercato di piante che alla fine rimangono relegate ai giorni di fiera, mentre invece potrebbero offrire qualcosa/molto anche alle persone il cui interesse è vago e non finalizzato all’acquisto, ma che di fronte a un evento gratuito e gestito con intelligenza – una sorta di “prequel” – potrebbero dimostrare partecipazione. E la mostra a Palazzo Ducale è davvero notevole, tre artisti in particolare: Davide Reviati, Manuele Fior e Jiro Taniguchi, se non li conoscete (e io non sono certo un’esperta) consiglio approfondita ricerca. Ho anche trovato il libro che fa per me

il cui protagonista è un amabile flâneur, cara immagine di uomo normale, con una larga faccia quadrata, che bighellona nei dintorni di Tokyo e di volta in volta incontra e si confonde con gli animali, le cose, il tempo atmosferico e quello dell’orologio, il traffico, gli alberi, le persone. In questo rapporto fluido con la natura, pronti a cogliere ciò che ci somiglia ed è capace di sciogliere i nodi, troviamo svelato il mistero del piccolo e del grande nel concreto di una passeggiata.

Peccato che la mostra a Palazzo Ducale finisca oggi, insieme a Lucca Comics. Dal momento che lo sforzo organizzativo è stato fatto, non varrebbe la pena di prolungarla ancora un paio di settimane?

luglio 2011 – agosto 1860

Ben consapevole che questo post causerà un rinculo d’afa, mi azzardo a dire che luglio 2011 è stato fresco e piacevole. Per recuperare un po’ del caldo abituale, consiglio di ascoltare Rai radio 3 dalle 16 alle 16,30: c’è Pietro Biondi che legge l’arroventata Sicilia del Gattopardo. Qui potete ascoltare le puntate e qui trovate i podcast. In particolare, sul tema caldo, consiglio la 5° puntata, dal minuto 4 e 30.

“Gli alberi! ci sono gli alberi!”
Il grido partito dalla prima delle carrozze percorse a ritroso la fila delle altre quattro pressoché invisibili nella nuvola di polvere bianca, e ad ognuno degli sportelli volti sudati espressero una soddisfazione stanca.
Gli alberi, a dir vero, erano soltanto tre ed erano degli “eucaliptus” i più sbilenchi figli di Madre Natura; ma erano anche i primi che si avvistassero da quando alle sei del mattino, la famiglia Salina aveva lasciato Bisacquino. Adesso erano le undici e per quelle cinque ore non si erano viste che pigre groppe di colline avvampanti di giallo sotto il sole. Il trotto sui percorsi piani si era brevemente alternato alle lunghe lente arrancate delle salite, al passo prudente nelle discese; passo e trotto, del resto, egualmente stemperati dal continuo fluire delle sonagliere che ormai non si percepiva più se non come manifestazione sonora dell’ambiente arroventato. Si erano attraversati paesi dipinti in azzurro tenero, stralunati; su ponti di bizzarra magnificenza si erano valicate fiumare integralmente asciutte; si erano costeggiati disperati dirupi che saggine e ginestre non riuscivano a consolare. Mai un albero, mai una goccia d’acqua: sole e polverone. All’interno delle vetture, chiuse appunto per quel sole e quel polverone, la temperatura aveva certamente raggiunto i cinquanta gradi. Quegli alberi assetati che si sbracciavano sul cielo sbiancato annunziavano parecchie cose: che si era giunti a meno di due ore dal termine del viaggio; che si entrava nelle terre di casa Salina; che si poteva far colazione e forse anche lavarsi la faccia con l’acqua verminosa di un pozzo.

Come potete notare, l’attore legge una riduzione del romanzo, che in realtà è ben più generoso di descrizioni.

architettura, Sottsass

Per come la vedo io, il disegno di giardini è un’attività che ha a che fare con l’architettura, più che con l’arte; in sostanza è architettura del paesaggio. Principalmente perché ci si occupa di luoghi, di spazi, di tre e più dimensioni, di connessioni, di percorsi, tutte cose strettamente legate all’architettura che, anzi, la qualificano come tale. L’arte ha più a che vedere con l’espressione dell’uomo, con il bisogno di contemplazione. Gli spazi aperti rispondono a logiche, propongono risposte concrete, direi quasi fisiche. O forse, è sbagliato indicare categorie rigide e sarebbe meglio dire di avere una propensione: quando entro in un giardino la prima cosa che davvero mi interessa è la qualità dello spazio. Come è stato pensato, progettato, come mi viene proposto, come il mio sguardo lo possiede o, al contrario, se sfugge, è nascosto. Vedo le masse, gli alberi, le posizioni, i pieni e i vuoti. Naturalmente questa struttura è ottenuta con materiali e colori: ben diversa è una siepe fitta di tasso, con le sue piccole foglie nere che assorbono tutta la luce, e una di alloro, foglia media, coriacea, appena lucida, massa meno compatta, oppure carpino, fresca, verde, brillante, morbida. Lo stesso discorso si applica a tutto: alberi singoli, in coppia, in sequenza, lontani e visibili solo in tralice, alti, antichi, spoglianti, sempreverdi, esausti dall’uso di un’epoca. Tutti questi dati convergono a creare un’impressione di spazio, in un attimo. Poi non a tutti interessa fare il percorso inverso di lettura puntuale delle intenzioni di progetto, di dove ci sta portando e se riesce a farlo fino in fondo. Personalmente, solo dopo mi soffermo sulla singola pianta, pur intuendone nell’immediato la scelta – magari anche sbagliando, ma non è un problema. Evito di levare la singola pianta dal contesto, quando è usata nel progetto, altrimenti mi salta tutta la geometria e l’arte mi squaderna ogni cosa. Perché la singola pianta mi confonde e nel moto empatico perdo i confini io stessa.

Ma le mie elucubrazioni poco importano; è già da un po’ che ho letto il libro di Ettore Sottsass Scritto di notte e mi torna utile riportare qui alcune parti.

A dire la verità la parola arte, usata e strausata, non mi piace per niente. Sa troppo di Ottocento, e ormai serve soltanto per spiegarsi in fretta, per dire che c’è l’arte dovunque, come la creatività che c’è dovunque. Anche nel disegno della mutande, dell’intimo c’è la creatività, cioè l’arte. Io penso che la parola arte, cioè l’arte, bella parola come lo zucchero da mettere su tutto quello che è amaro, riguardi soltanto la pittura e la scultura, oggetti che si vendono nelle gallerie o nelle aste, mentre esclude l’architettura e le cosiddette arti decorative o arti minori che sarebbero i tappeti, i mobili, le ceramiche, i gioielli e tutte queste cose, appunto, minori.
Ad ogni modo ho sempre pensato che l’architettura non è altro che il disegno di un posto artificiale che “si abita”. Un posto che si abita con il proprio corpo e con la propria anima, sudati o raffreddati, sanguinanti o con la pelle bella lucida, impauriti o speranzosi, contenti o piangenti.
Invece ho sempre pensato che la pittura e la scultura “si guardano” e il nostro fragile corpo e la nostra fragile anima possono essere toccati ma stanno più o meno lontani, prendono le distanze. Io finisco lontano da me stesso, mi fermo, quasi sto un po’ male. Quando trovo l’arte sono trascinato lontano da me, mi polverizzo in molecole sconosciute, finisco in uno spazio misterioso al di là di tutto.
Ho sempre pensato che l’architettura sia meglio chiamarla con il suo nome: architettura e non arte, come la musica si chiama musica e la poesia si chiama poesia. Mi piacerebbe che anche l’ingegneria si chiamasse ingegneria e non, come si usa spesso, architettura. Ho sempre pensato che a vivere nell’architettura “io” sono sempre presente, mi porto sempre dietro, non mi dimentico mai di me stesso, non svengo, la mia vita continua; anche se piango, piango con l’acqua delle mie lacrime. Mi piacerebbe che anche il disegno delle mutande si chiamasse disegno delle mutande e non arte.
Ho sempre pensato che sia meglio usare le parole giuste, così si sa meglio che cosa si sta facendo; anche parlando e anche scrivendo.

Scritto di notte è un libro particolare perché nasce quasi alla fine – è uscito nel 2001 – di una vita lunga (1917-2007) e densa di avventure sia personali che collettive, di un uomo che non si è negato, che è stato generoso. In un’altra parte del libro – in molte parti, per la verità, essendo una narrazione con una cronologia inconsueta – parla del linguaggio dell’architettura e della necessità di liberarlo, di combattere gli automatismi. Credo sia utile anche per chi si occupa di giardini cercare una nuova via espressiva, al di là della solita aneddotica trita.

Continuavo a essere un architetto e la ragione di tutte quelle mie agitazioni finiva sempre per nutrire il mio disegno di un possibile nuovo modo di essere dell’architettura. Vivevo nelle frange residue di un pensiero vasto che già c’era stato: il pensiero con il quale si tentava di liberare l’architettura, e anche la pittura, dalle croste che chiamavo letterarie; si tentava di cancellare l’architettura e la pittura dai simboli di casta, da rappresentazioni cartolina, da supporti narrativi, da giustificazioni più o meno nascoste nel destino dei vari poteri. Si trattava di provare fin dove poteva arrivare una poetica solitaria, se poteva possedere linfa in se stessa. Provare fin dove aveva spazi intorno per muoversi; fin dove poteva rispondere alla continua domanda, alle continue instabili domande in perenne nomadismo.
Quelli che ci stavano provando, quelli che ci hanno provato, quelli che hanno capito che stavano cambiando le domande e che stavano arrivando nuovi pensieri, nuove necessità e che era il momento di prendere le distanze dalle vecchie “scale di valori”, come si chiamano oggi, erano personaggi strani.
Anch’io, mio malgrado, ero in continuo movimento, anch’io, mio malgrado, volevo sapere tutto, conoscere tutto, provare tutto.

Frank Ronan

Sull’ultima pagina di GARDENS ILLUSTRATED di gennaio, come sempre, Frank Ronan ci parla di sé riuscendo però a farci vedere oltre la persona, dandoci quindi indicazioni sul giardino in senso proprio; è una capacità preziosa, partire da un dato piccolo e, per onde successive, ampliarlo fino a lambire la coscienza di tutti.

In questo caso, valuta i primi giorni dell’anno e la ripresa del giardino, che si porta appresso le decisioni dell’autunno appena finito. Si pente di non avere a disposizione nuove piante con le quali lavorare subito, aveva infatti deciso di non comprare o moltiplicare niente prima della verifica di fine inverno, quella in cui si contano i mortaccini e si fa pulizia. Però il risultato non è stato quello sperato – ordine, rigore e mancanza di spreco – ma una sorta di sgradevole stagnazione che regna su tutto il giardino.
Senza il pungolo delle nuove introduzioni tutto appare fermo e poco interessante, meno urgente ogni giorno che passa. Da qui la nota che offre motivo di riflessione: la pressione a inserire nuove piante rende dinamico il giardino. Quando abbiamo materiale vegetale da mettere a dimora il nostro sguardo sul giardino cambia, guardiamo diversamente le piante e gli spazi, finalizziamo la visione e la rendiamo vivace e intuitiva. Di fatto, ci dice di non farci imbrigliare dalle nostre stesse decisioni, ma di scendere in terra e tenerci occupati. Il giardino difficilmente migliora grazie a soluzioni astratte, ma prende corpo mentre lo pratichiamo; è quando siamo indaffarati tra le piante che abbiamo le idee migliori e facciamo le scoperte più esaltanti. Potremmo per esempio scoprire che la digitale si è disseminata proprio dove volevamo, oppure che c’è una colonia di Stipa al di là dei nostri confini, o le larve di oziorrinco stanno pasteggiando a Geranium.

A questo punto rimane solo da chiudere la pagina in faccia a Frank Ronan e correre fuori.