Archive for the 'letture' Category

piccoli giardini / 3 (fine)

  • 13. Il perimetro esterno dovrebbe essere progettato con la massima attenzione, come fosse una scultura, una pianta particolarmente significativa o qualche arredo di design. Nonostante sia limitato come spazio orizzontale, può avere una superficie verticale importante e contribuire in maniera fondamentale al disegno del giardino. Spesso è un elemento sottovalutato e risolto in modo sbrigativo, con una siepe uniforme, ma vale la pena considerarlo alla stregua di tutto lo spazio a nostra disposizione, per creare un equilibrio esterno/interno.
  • 14. Schermarsi dall’esterno non significa solo creare un recinto lungo il perimetro, ma cercare di progettare anche all’interno dei punti più raccolti, ad esempio con un piccolo albero che protegge la zona relax o rende più intimo il luogo dove si mangia.
  • 15. Se dalle finestre di casa vedo il giardino, le regole abituali di progettazione possono essere sovvertite per comporre degli scenari, simili a fotografie o ad allestimenti teatrali, da osservare dall’interno.
  • 16. Evitate le piante che tendono a svilupparsi molto in larghezza, inevitabilmente e in poco tempo si prenderanno più spazio del dovuto. Sono da privilegiare cespugli eretti piuttosto che allargati – il suolo, in un piccolo giardino, è un bene prezioso! -, siate molto attenti alle dimensioni ultime delle piante. Se state scegliendo un albero, cercatene un esemplare maturo da vedere in natura per farvi un’idea quanto più esatta possibile delle dimensioni finali: trovarsi nella condizione di potare ripetutamente una pianta può essere frustrante per noi oltre che per “lei”.
  • 17. I giardini scuri spesso sembrano più piccoli di quanto non siano in realtà. Le piante con variegature gialle o bianche danno un tocco di luce ad angoli altrimenti bui; l’edera variegata illumina il muro che la sostiene, sebbene possa risultare un po’ invasiva.
  • 18. I rampicanti occupano una porzione di suolo molto limitata e riescono a rendere bello un muro che non lo è. Allo stesso scopo, offrire una impalcatura a spalliera alle piante adatte (vite, agrumi, meli, peri, etc.), riveste una superficie di colore, chioma e profondità verde, con un disegno ordinato e insieme allegro.
  • 19. Le piante a fusto libero, con i rami impalcati verso l’alto, sono una buona scelta nei giardini di piccole dimensioni. La chioma protegge da sguardi indiscreti, mentre il tronco occupa poco spazio alla base; inoltre, se è previsto un impiantito, potrà essere posato vicino al tronco senza danni.
  • 20. Sia che siano piante o materiali, limitate il numero di colori ad uno schema semplice: l’ordine e la coerenza contribuiranno a dare una sensazione di spazio armonioso e rilassante.
  • 21. Riporre gli attrezzi è fondamentale anche nei piccoli giardini, il più delle volte però, un capanno risulta essere un pugno in un occhio. Le comodità di servizio vanno concepite e progettate con la massima attenzione o rischiano di compromettere del tutto la bellezza di un luogo.
  • 22. Siate audaci e provate soluzioni coraggiose. Le piante ben strutturate, di solida impalcatura, con fogliame grande, risultano sorprendentemente adatte ai piccoli spazi, spesso meglio di piante più anonime, con foglie piccole, fitte e disordinate.
  • 23. Troppi materiali diversi possono rendere caotico un piccolo spazio, ma troppo pochi lo rendono sciatto e privo di carattere. Di solito tre materiali – ad esempio pietra, legno e muratura dipinta – funzionano bene; un quarto – metallo – può essere usato per i dettagli e le rifiniture.
  • 24. I piccoli prati all’ombra, soggetti ad un continuo calpestio, magari frequentati da cani e bambini, sono da dimenticare. Meglio cercare soluzioni alternative, ad esempio la ghiaia naturale tonda a pezzatura fine.
  • 25. Non siate tentati dall’avvicinare troppo alla casa le zone pavimentate, di sosta, in cui sedersi a mangiare o a chiacchierare; se le allontanate verso il giardino, magari sotto ad un albero, creerete dei percorsi per raggiungerle e tutto lo spazio verrà sfruttato a pieno, aiutando l’integrazione fra casa e giardino – interno ed esterno.
  • 26. La chiave per una buona progettazione di piccoli giardini è la scelta accurata di cosa eliminare. L’armonia fra spazi pieni e spazi vuoti è l’ingrediente principale di un disegno equilibrato; resistete alla tentazione di riempire ogni angolo. Nei piccoli giardini più che altrove il meno diventa più – less is more.

piccoli giardini / 2

  • 4. Non riempire il giardino di oggetti; pochi grandi elementi – ad esempio un vaso importante, un contenitore fiorito, qualche arredo originale – sono di maggiore impatto rispetto a una moltitudine di piccole cose che finiscono per disturbare la vista e creare disordine.
  • 5. Le linee curve e i cerchi ingannano l’occhio e creano movimento in una statica pianta rettangolare.
  • 6. Le variazioni di quota rendono più dinamico un giardino altrimenti piatto; anche un semplice gradino a scendere che introduce in un’area in cui sedersi la rende più intima e privata, mentre, al contrario, se la zona dove si mangia è rialzata, ci si sente troppo esposti e visibili.
  • 7. Studiare con attenzione una struttura di sempreverdi topiati (bosso, tasso, etc.) è fondamentale nei piccoli spazi per dilatare il periodo di interesse del giardino e non limitarlo solo alla stagione di fioritura delle erbacee perenni. E’ in parte il discorso cui si accennava al punto 2., aver sempre ben presente il susseguirsi delle stagioni e i rispettivi comportamenti delle essenze che scegliamo, quali andremo a tagliare in autunno o in inverno, quali rimarranno fisse e abbastanza immutabili, quali lasceremo crescere libere, a quali daremo una forma geometrica, se gli arredi verranno spostati o rimarranno all’esterno, eventuali vasi da rimpiazzare.
  • 8. Troppi arredi leggeri possono riempire un piccolo spazio; conviene, ad esempio, prendere in considerazione l’opportunità di sedersi su piccoli muretti di contenimento, piuttosto che avere sedie sparse.
  • 9. I gradini possono servire da sedute occasionali.
  • 10. La superficie dei muretti, se abbastanza alti e rifiniti, potrà servire come appoggio per piatti e bicchieri.
  • 11. L’arredo dovrebbe essere versatile e multifunzionale, come accennato al punto 1., le sedie essere abbastanza alte per mangiare al tavolo e abbastanza comode per stare seduti a lungo.
  • 12. Se un giardino è esposto a sguardi esterni, raramente la soluzione sarà imprigionarsi dietro alti muri e recinzioni che escludono completamente dal contesto e rimpiccioliscono ulteriormente lo spazio, spesso creando un effetto gabbia. Il metodo migliore è creare un senso di intimità con una leggera velatura di tende, un grigliato di rampicanti o un unico albero la cui chioma schermi un particolare angolo visuale che ci infastidisce.

    to be continued…

    piccoli giardini / 1

    Su Gardens Illustrated di questo mese si parla di piccoli giardini e, oltre ad illustrarne qualcuno, Andy Sturgeon – vincitore del “Best in Show” al Chelsea Flower Show di quest’anno – dà alcuni consigli pratici e alcune idee che secondo lui possono far funzionare meglio uno spazio di piccole dimensioni. Penso sia utile riportarle poiché la più parte dei nostri giardini è una piccola parcella di terreno davanti casa e spesso ci si adagia nella riproposizione degli stessi stanchi schemi che magari non soddisfano più nessuno, ma che ci seguono con la forza dell’ineluttabile.
    Riporto qui, in parte traducendo, in parte integrando con farina del mio sacco, i punti salienti della disamina.

    • 1. Ogni cosa, in un piccolo giardino, dovrebbe avere più funzioni: una panca diventare un contenitore, il tetto di un capanno può essere ricoperto di sedum fioriti e i muretti diventare comode sedute; insomma, tutto all’occorrenza può cambiare ruolo, scopo e compito in base a quello che ci serve o che desideriamo.
    • 2. Ciascuna pianta dovrebbe avere molteplici punti di interesse: non solo fiori, ma bacche, colori autunnali, toni di verde, tessitura e corteccia interessanti. E’ un punto da tenere a mente in modo particolare perché spesso la pianta è identificata solo e unicamente dal fiore e dalla stagione di, appunto, fioritura, ma una pianta esiste sempre e ci accompagna ben oltre il semplice dispiegarsi della corolla. Conosciamo davvero le nostre piante in tutte le loro forme di vita e riposo?
    • 3. Le zone in cui si sta seduti dovrebbero essere flessibili. Una panca fissa insieme a poche, comode sedie libere e un tavolo è la combinazione più versatile.

    to be continued…

    Dan Pearson

    Venerdì sono stata a Roma a seguire la presentazione del libro “Spirit – Garden Inspiration” di Dan Pearson, da parte dello stesso autore, invitato da Gabriella Recrosio, autrice di un bell’articolo pubblicato su Rosanova di aprile.

    (immagine presa da Federal Twist)

    L’avevo già letto e mi aveva colpita perché si parla di ispirazione nel senso più ampio del termine, quindi non solo giardini, ma architettura, scultura, forma; di come la sensibilità di una persona possa soffermarsi in maniera sinestetica su tutto ciò che la circonda e rendere l’esperienza uditiva, tattile, visiva e olfattiva un’unica realtà che pervade istantaneamente tutto. E di come la realtà che colpisce i sensi, tutti e ciascuno, rimanga nel nostro vissuto e torni fuori ad aiutarci quando ci troviamo a risolvere un compito, a svolgere una funzione, ad elaborare un progetto. Semplificando, non sono più capace di un altro di sviluppare un’idea creativa se ho studiato, se ho capito, se sono stato diligente, ma se sono capace di rendere le mie capacità abbastanza sottili e duttili da immagazzinare ciò che mi circonda e averne trovato le connessioni con la mia vita interiore e poi le so rielaborare in chiave pratica a fini concreti e operativi. Sostanzialmente qualcosa di innato. Certo, poi esiste il lavoro, la cosiddetta “traspirazione”, ma l’ascolto e la risonanza giusta dell’istante sono cose che già devono stare lì, il seme.

    E’ interessante il libro di Dan Pearson perché assolutamente inutile, nel senso migliore del termine. Inutile ai fini della progettazione: non contiene progetti, non dà suggerimenti. Inutile come auto-promozione: non è un libro critico, non si scaglia contro nessuno, non innesca polemiche. Inutile come illustrazione: le fotografie sono piuttosto piccole e poco luminose, di qualità media – ho quasi il sospetto che siano appositamente scure per imporre uno sguardo più attento. E i luoghi di cui parla sono abbastanza alla portata di tutti – a parte alcuni posti più remoti -, non dico da turismo di massa, ma molte mete europee, Roma, l’Andalusia. Alla fine, è un libro da leggere con una certa attenzione perché non offre appigli né scorciatoie sentimentali, anzi, è piuttosto rigoroso e profondo nelle riflessioni, e in alcuni punti richiede una rilettura per cogliere tutti i concetti e le sfumature.
    E’ ancor più interessante perché Pearson non è solo un teorico, un filosofo, un illustratore, ma lavora concretamente sul paesaggio, quindi forza, incanala e asseconda la natura all’interno di un progetto, dà forma visibile alle idee.

    Ci sono alcune parole che ricorrono e che forse tirano il filo che ci conduce. Elusive (elusivo, sfuggente); I might be able to capture the appropriateness of things in their place if I learned to read what was around me (imparare a leggere ciò che abbiamo attorno); I knew I wanted to translate the freedom found in a natural landscape and work something of it into a garden setting (tradurre la libertà della natura).
    Parla di Rousham, nell’Oxfordshire, restituendone il silenzio e la monumentale ma domestica bellezza (illustrata con piccole ma densissime foto), di Yosemite e del sentirsi piccoli dentro la foresta, dell’eclettismo disinibito dei Community Gardens in qualsiasi parte del mondo si trovino. C’è un’ampia parte dedicata alla sua esperienza in Giappone, che spazza via le vaghe idee imprecise che ciascuno di noi ha sul minimalismo come qualcosa di statico ed esangue, mentre è potente e senza tempo, di un’altra era. E proprio nell’esperienza giapponese troviamo il coinvolgimento più intenso, forse più recente, che lo accompagna, con ampie, illuminanti riflessioni.

    “as the garden is fugitive and always in flux” è importante per questo punteggiare e puntellare la nostra esperienza del mondo naturale con libri come questo, o libri che ciascuno può creare da solo, mettendo insieme le esperienze, i passi, i pensieri “by simply taking the time to look”. E a volte anche guardare due volte.

    nuove cultivar

    Sul numero di giugno di Gardens Illustrated è stata scelta, messa in rilievo e infine premiata la lettera di un abbonato che vorrei qui tradurre perché pone una domanda che fa riflettere: have ‘overbred’ new plants lost the charm of their wild ancestors? (le nuove piante eccessivamente selezionate hanno perso il fascino delle loro progenitrici selvatiche?)

    Un passo avanti e due indietro
    La recente pubblicazione di un catalogo che illustra le nuove cultivar di iris mi ha fatto riflettere sugli obiettivi dei moderni ibridatori di fiori e sono stato preso dallo sconforto. Sembra che colore e dimensione siano la prima preoccupazione, presto si arriverà ai fiori doppi. Il colore mancante è sempre irresistibile: il Delphinium rosso e la rosa blu.
    Lo sviluppo degli iris è paradigmatico del processo. E’ ora possibile ibridare iris di qualsivoglia colore e sono stati creati alcuni fiori davvero meravigliosi. Il disastro comincia quando si inizia a lavorare sulla forma. In natura, i giaggioli mettono insieme eleganza, tessitura cangiante e, soprattutto, una forma simmetrica in tre parti. Gli ibridatori moderni sembrano ossessionati dall’eccessiva elaborazione della già aggraziata forma naturale del fiore. Il risultato è una serie di esemplari in cui ogni singolo petalo è arricciato sia all’estremità che sulla superficie in maniera tale da oscurarne la pacata, caratteristica bellezza. Le loro creazioni non sfigurerebbero sul palco delle Folies Bergère. Un fiore pieno di grazia è diventato un brillante pom-pom di colore che turbina in giravolte frenetiche.

    Già alla fine del 1800, Gertrude Jekyll ci metteva in guardia dai selezionatori che non sanno dove fermarsi:

    E tutta questa parata di distorsioni e deformità è provocata dal fatto che il coltivatore perde di vista il concetto di bellezza come considerazione prima, e dal fatto che non ha quella conoscenza che gli permetterebbe di stabilire quali sono i punti caratteristici nelle varie piante che più meritano di essere migliorati, e nel suo non sapere quando o dove fermarsi.
    [...]
    E per tutta la riconoscenza che provo verso coloro che si dedicano al miglioramento dei fiori da giardino, mi azzardo a ripetere la mia ferma convinzione che i loro sforzi nella selezione e in altri metodi dovrebbero esser diretti al fine di tenere sempre presente in primo luogo, e come punto di merito, il raggiungimento della bellezza; e non limitarsi a un semplice aumento di grandezza del fiore o ad una compattezza di forma – molte piante sono state rovinate da un eccesso di entrambe queste tendenze; non dunque per la varietà o la novità fini a se stesse, ma soltanto per apprezzarle e offrirle quando hanno un chiaro valore per il giardino, nel senso migliore del termine.

    Gertrude Jekyll, Bosco e giardino, Franco Muzzio Editore

    E qui si arriva nel campo minato del giudicare la bellezza di questo o quell’ibrido, di chi dovrebbe farlo e chi potrebbe avere la responsabilità di introdurre sul mercato le nuove cultivated variety. Il gusto del pubblico? le esigenze commerciali? la spinta economica? la concorrenza? una commissione di anime illuminate? un consiglio dei giusti? la lotteria del caso? il coraggio del singolo? Io penso che ciascuno dovrebbe/potrebbe affinare una tecnica personale e smascherare in proprio ciò che è giusto e funziona dal ciarpame che lo circonda e ottunde i sensi.

    La verità è che la grandine ha provocato terrore e devastazione in vivaio e io oggi proprio non ce la faccio ad affrontare il mondo là fuori.

    Lorenza’s

    Segnalo il blog (davvero bello) di una signora che a volte compra le mie piante, *iris e libellule*.
    Ho pensato a lungo come chiamarla: cliente? amica? conoscente? Nessuna di queste parole suonava giusta e forse nessuna parola può contenere un rapporto fra persone, soprattutto così imprevisto, fortunato e mediato da cose vive. Ma non voglio tediarvi oltre o, peggio, cavalcare l’onda e poi trovarmi fradicia e spettinata con tutto da rimettere a posto – come puntualmente accade.

    pratica e sensibilità

    In allegato al numero di aprile della rivista Gardenia è possibile acquistare il primo di due volumi de “La nuova enciclopedia pratica del giardinaggio”, la traduzione di un testo della Royal Horticultural Society del 2008, per un costo totale di 9,80 euro. Per ora l’ho solamente sfogliato, ma mi sembra una guida pratica ed esauriente delle principali tecniche di coltivazione sia delle piante ornamentali che dell’orto domestico. L’approccio è, appunto, esclusivamente tecnico, con numerosi disegni che illustrano passo passo gli interventi più comuni in giardino e qualche piccola fotografia di possibili realizzazioni.

    Riporto qui (brevemente) il sommario, per dare un’idea degli argomenti trattati:

    1. Le basi del giardinaggio – conoscere il proprio terreno e imparare a migliorarlo
    2. Wildlife gardening – la fauna del giardino
    3. Coltivare le piante ornamentali – annuali, perenni, bulbose, alberi, arbusti, siepi, rose e rampicanti
    4. Coltivare ortaggi ed erbe aromatiche – le verdure dell’orto e le erbe aromatiche più conosciute
    5. Coltivare la frutta – i piccoli frutti: ribes, uvaspina, mirtilli, lamponi, more, fragole, uva e meloni

    Nel secondo volume, che sarà allegato al numero di maggio, si parlerà del frutteto amatoriale, del prato, del giardino acquatico, della coltivazione di piante in vaso, in serra e delle tecniche di propagazione.

    A mio parere è un buon volume, con un ottimo rapporto qualità/prezzo, che spiega in maniera dettagliata e scioglie i dubbi più diffusi del neofita. Naturalmente bisogna tener presente che si tratta di una enciclopedia di pratiche e tecniche colturali, non dà indicazioni progettuali, di gusto o di estetica, ma si occupa del mestiere del giardinaggio, una sorta di “alfabetizzazione verde” condotta seriamente. Per l’approfondimento artistico e storico c’è ROSANOVA, che nel numero di aprile ci mostra alcuni lavori di Dan Pearson, un paesaggista inglese contemporaneo che adoro per la grande e vera capacità e sensibilità di lavorare con la tavolozza degli infiniti verdi che si trovano in natura.

    ps: e nella rubrica di Gardenia “il vivaio raccontato” ci siamo noi!

    made in Japan /parte 3

    Da Gardens Illustrated #41 – aprile 1999, Marc Peter Keane:

    Volgiamo ora la nostra attenzione al giardino. Allo stesso modo in cui i kimono stanno maldestramente appesi ai muri, così i giardinieri renderanno sapidi i loro giardini con lanterne di pietra e ponti rossi per creare un “look giapponese” – il risultato sarà  spesso, tristemente, un frutto aspro. Sabbia bianca, rocce, uno o due pini ritorti – nessuno di questi elementi sarà  in grado di creare l’essenza di un giardino giapponese.
    La domanda che vi dovreste porre è “cosa sto cercando?” Se, come con il kimono trofeo, lo scopo è di reinventare il mezzo, allora, in tutte le maniere, usate gli elementi del giardino giapponese, ma in questo caso usateli con coraggio. Fate giochi di prestigio, capovolgeteli, usateli come farebbe un alchimista e temprateli sul fuoco. Se, invece, l’intento è ricreare il ritmo e l’equilibrio, la tessitura e il timbro del giardino giapponese per avvicinarvi al senso di armonia e pace che esso ispira, allora gli ingredienti da soli non sono sufficienti.

    E’ meritorio cercare di comprendere il contenuto e non solo la forma esteriore delle cose che prendiamo a prestito da un’altra cultura. Così facendo, sarà  forse possibile produrre un nuovo e distinto approccio al progetto di giardini che non sarà  né giapponese né locale, ma sostenuto da radici complesse e nutrito in vari territori.

    Trovo che ciò sia vero per me, quando progetto un giardino. Mentre di sicuro prendo ispirazione dagli antichi giardini del Giappone, così come da antichi libri di giardinaggio, la musa mi parla da nuove e apparentemente sconnesse fonti. Per esempio, i colori e le fantasie dei tessuti rustici di Okinawa, mi hanno ispirato il disegno di una recinzione fatta di assicelle di legno tinto e tessuto per il giardino di un tempio a Kyoto. In una residenza privata, il movimento ritmico senza fine delle onde dell’oceano è stato tradotto in una spirale di muschio incisa attraverso un’ampia campitura di sabbia. Un giardino sovrastante il palco di un teatro tradizionale No ha trovato un legame con esso attraverso un magnifico pino nero e un gruppo di piccole canne di bambù – immagini che sono sempre raffigurate sul retro del sipario del palco No.

    Nessuno degli elementi menzionati si trova all’interno della tavolozza tradizionale dei giardini giapponesi, ma nessuno ne è alieno, e questo tipo di approccio interpretativo alla progettazione di giardini potrebbe forse essere la maniera migliore di discernere l’agro dal dolce.

    the end

    made in Japan / parte 2

    Da Gardens Illustrated #41 – aprile 1999, Marc Peter Keane:

    Niente può dimostrarlo più chiaramente del ponte rosso curvo, che è diventato il simbolo ubiquo del giardino “giapponese”. Forse è la vivacità  del ponte ad attirare l’attenzione dell’occhio straniero – ma c’è di più da sapere riguardo ad esso; il contesto culturale è assai più ampio e complesso. In Giappone, spesso, le scelte hanno radici religiose – lungo l’ingresso si raggiunge un altare, ad esempio, oppure si attraversa uno stagno verso un’isola di culto dentro un recinto sacro. Inoltre, il ponte curvo è originario della Cina, quindi, riproporlo nel tentativo di ricreare un autentico giardino giapponese, potrebbe non essere l’approccio migliore. Quando il ponte è usato semplicemente come macchia di colore, senza comprendere nulla del contesto di partenza, è relegato a mera folie.

    Il kimono offre un’ulteriore analogia che illustrerà  il mio punto di vista.
    Se visitate Kitano Shrine nel nord di Kyoto il 25 di ogni mese, condividerete l’esperienza con una piccola armata di “cacciatori di affari” che si accaniscono sui banchi del mercato delle pulci. Lungo una viuzza interna stipata di persone ci sono numerosi banchetti che vendono vecchi abiti – un bottino ambito dagli stranieri a caccia di kimono con la fodera interna dipinta. Questi indumenti furono sviluppati nella metà  del periodo Edo (1600-1868) dalla classe dei mercanti, il rango più basso della suddivisione in quattro classi. I mercanti indossavano abiti che riflettevano le loro vite sotto dominio. Dal momento che era proibito mostrare ornamenti, presentavano una facciata sobria alla società  indossando kimono scuri. Le fodere interne erano in contrasto, riccamente decorate con paesaggi ricamati, ritratti e alberi in fiore. Gli stranieri adesso se ne appropriano, li portano a casa e, senza indugio, li rivoltano e li appendono al muro come decorazioni. La dualità  del kimono, e la sua qualità  di dissimulazione del gusto, è persa completamente nella sua rinascita all’interno dell’interior design occidentale.

    Il kimono illustra la diffusa inclinazione alla malintesa interpretazione delle altre culture, alla percezione di esse attraverso lenti graduate sul proprio mondo. Ciò che un tempo vestiva il corpo, adesso orna una stanza. Così il kimono si reincarna e assume un nuovo significato per un nuovo posto in un’altra era. Non c’è nulla di sbagliato in questo, ma non va dimenticato che la stanza in questione non è rappresentativa dell’architettura giapponese, né dell’interior design giapponese e neppure dell’estetica giapponese. Se si capisce questo dall’inizio, allora si sperimenta di più e più felicemente. Ma se il kimono è appeso con la convinzione che la sua sola presenza renderà  la stanza giapponese, allora il proprietario non rivela altro che pochezza e vacuità  di comprendonio.

    to be continued

    made in Japan / parte 1

    Mi sono stati dati certi vecchi numeri di Gardens Illustrated, alcuni del 2004, un paio del 2003 e singoli del 1999 e del 2001. Sono buffi da guardare, soprattutto per ciò che riguarda la grafica: grandi lenzuolate bianche con ampi margini, meno fotografie a tutta pagina, meno boxini con annotazioni, trafiletti di scrittura più corposi, una filigrana tutto sommato più in bianco e nero con immagini sobrie di contorno.
    Un’ulteriore differenza si nota nelle didascalie, quelle di oggi sono notevolmente più accurate nell’individuare i nomi delle essenze, anche nelle immagini che includono diverse specie, sono tutte catalogate e scritte in maniera puntuale – caratteristica che accresce il valore della rivista ai miei occhi, sempre avidi di nomi e notizie concrete; nei numeri del tempo che fu, le didascalie sono più stringate e meno ricche di informazioni.

    Vorrei soffermarmi su un articolo di un garden designer americano, Marc Peter Keane, a proposito del giardino giapponese.
    Come si vede dal suo sito, lui ha vissuto in Giappone per quindici anni (forse di più ora, chissà ) e si è occupato di giardini sia in forma teorica sia pratica e credo che le sue riflessioni possano tornarci utili in un tentativo di comprensione tra culture, consapevoli di poterci incontrare solo per brevi tratti, ma pronti al viaggio.
    In particolare, mi accingo a tradurre un suo articolo, bello e illuminante, apparso su G.I. #41 (aprile 1999), in parte riportato qui in inglese. Spero di farcela, perdonerete gli errori – già  sento seccare le fauci e andarmi insieme la vista…

    Fuori dalla finestra delle mia casa a Kyoto c’è un albero di cachi dai rami scuri e carico di frutti arancio luminescenti. Se amate giocare d’azzardo con il gusto, siete avvertiti: i cachi sono pieni di insidie. Ce ne sono di dolcissimi, la cui succosa ricchezza vi manderà  in sollucchero, ma altrettanti sono agri, il cui gusto astringente allega i denti e altera il viso in una smorfia. Inoltre, i frutti, dolci o aspri che siano, appaiono del tutto simili, esemplificando la massima che è ciò che è all’interno che conta – il contenuto sulla forma. Nella stessa maniera, è meritorio cercare di comprendere il contenuto e non solo la forma esteriore delle cose che prendiamo a prestito da una cultura straniera.

    to be continued