Archive for the 'considerazioni' Category

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le lumache la sanno lunga

Ora che Murabilia ci parla anche attraverso Twitter, vengo a sapere che le foglie delle Hosta sono commestibili.

Qui trovate una ricetta.

nomina nuda tenemus

A fine giugno sono stata in gita a Roma con mio figlio; non abbiamo visto giardini, se non incidentalmente, abbiamo piuttosto assorbito un po’ di metropoli, di scavi sotto il sole, di vedute sopraelevate, di bocche della verità. Il giro classico, insomma, che deve essere fatto a una certa età – la sua, come io feci a suo tempo, adolescente.

Siamo stati anche alla Fondazione MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo (Centro per la documentazione e la valorizzazione delle arti contemporanee) per riequilibrare la sovraesposizione all’arte antica inevitabile a Roma. Non voglio entrare nel merito delle collezioni, ma restare in tema vegetale; in particolare, nella Galleria 1, erano illustrati i cinque progetti finalisti (fra cui il vincitore) del concorso YAP (Young Architects Program) – il programma prevede che ogni anno uno studio di architettura emergente progetti un’installazione capace di offrire ai visitatori uno spazio per gli eventi estivi del museo e un luogo con “ombra, acqua e spazi per il relax” (dal sito). Tra questi Amazing Sun: Exploring the Sun di YellowOffice, uno studio di landscape design di Milano (informazioni che leggo sul loro sito). Niente da dire sul progetto, non è questo il punto, ma date un’occhiata all’elenco delle piante (che era esibito in forma di slide anche all’interno dell’esposizione) da utilizzare: la tassonomia è sballata. Ora, io non ho nessun titolo per insegnare niente a nessuno, tengo care le cose che so – semplici nozioni imparate negli anni di pratica più che di studio specifico – ma il MAXXI dispone di un comitato scientifico, di numerosi assistenti, di un organico numericamente consistente e senza dubbio preparato; perché questo svarione macroscopico? Se si utilizza una classificazione scientifica, soprattutto se si è uno studio di landscape design o una fondazione come il MAXXI, la precisione è d’obbligo, non si tratta di essere dei nerd della botanica.

Cortaderia selloana
Molinia caerulea subsp. arundinacea ‘Transparent’
Molinia caerulea ‘Moorhexe’
Cimicifuga (manca la specie)
Festuca mairei
Deschampsia cespitosa ‘Goldtau’
Persicaria amplexicaulis ‘Orangefield’
Eupatorium maculatum ‘Riesenschirm’
Anemone robustissima
Eupatorium rugosum ‘Chocolate’
Aster ‘Oktoberlicht’
Aster ?
Tricyrtis formosana ‘Purple Beauty’
Allium (manca la specie)
Salvia officinalis
Lavandula stoechas

G.I. #182

Mi è capitata una cosa buffa questo mese con GARDENS ILLUSTRATED. L’ho sfogliato subito con curiosità, anche se ultimamente mi è sembrato peggiorato – ma i numeri invernali delle riviste sul giardino risentono sempre della stagione -, verso la fine ho trovato questa immagine (pag. 88):


(la riporto piccola perché non ho voglia di avere sotto gli occhi una lenzuolata che non mi piace appena apro il sito; se la volete vedere più in dettaglio, con un click agganciate immagini più chiare)

e ho pensato “che roba brutta!” e sono andata oltre, senza soffermarmi sulla didascalia. Qualche giorno dopo risfoglio, stessa scena “certo che anche in Inghilterra hanno i loro bei mostri”. C’è voluta una terza lettura perché facessi caso alla nota: planted at the campus of the Politecnico di Milano (!).
La mia speranza è che siano brutti solo i rendering e che la natura degli alberi si riprenda l’armonia di un intreccio meno artificioso. E dire che i rami condotti a cordone, a spalliera, a ventaglio, “addomesticati” in forme impostate a me piacciono molto!

sottozero

Quest’inverno, dopo un inizio blando e molto asciutto, ci sta dando del filo da torcere. E qui a Lucca non possiamo proprio lamentarci, è nevicato solo martedì scorso: grandi corse al vivaio a sbarazzare il colmo della serra dalla neve che si era depositata e, anche se non era moltissima, è pesante e si rischiano cedimenti e rotture. A fine gennaio, in vista delle basse temperature, avevamo già trasferito in serra fredda alcune piante: Nicotiana glauca, Anisodontea malvastroides, Euphorbia mellifera, più alcune specie di Buddleja a fioritura invernale sulle quali sto lavorando per riprodurle – per ora poche piante, hanno un carattere meno malleabile delle altre. E gli esemplari che sono fuori, piantati in terra? Chi lo sa, i libri danno delle indicazioni di massima, ma la verifica occorre sempre farla sulla propria pelle.
E i vostri giardini? Stanno soffrendo insieme a voi? Ho l’impressione che in primavera non ci mancheranno gli argomenti di conversazione…

ubiquità

Ma quest’anno si sono messi tutti d’accordo per fare TUTTE le fiere il 14 e 15 aprile?!

Scusate il mini-sfogo-tweet.

corsa alla terra – Report

Riguardo a Land grabbing, sul sito di Report trovate la puntata del 18 dicembre dove, appunto, si parla dell’accaparramento delle terre agricole; dal minuto 19 al 24 viene illustrato il caso della Lombardia. Sul sito c’è anche il PDF dell’inchiesta di Piero Riccardi, una lettura molto interessante che consiglio insieme al libro di Stefano Liberti – per quanti siano ancora in cerca di regali.
Auguri terrosi a tutti.

novità?

Ho lasciato in sospeso due argomenti, la riunione con gli organizzatori di Murabilia e VerdeMura e il libro di Liberti; cerco adesso di tirare le fila, mi preme soprattutto di essere concreta e offrire spunti di riflessione non teorici, ma ben calati nella realtà – spunti di azione, quindi, più che riflessione.

Durante la riunione – pochissimo partecipata, va detto – sono state illustrate le mostre mercato prossime venture, i cambiamenti in programma e le linee guida che si intendono seguire. Per ciò che riguarda la primavera, si mantiene inalterata la posizione: una parte di espositori sopra porta Santa Maria e l’altra sugli spalti antistanti, fino al baluardo San Martino. Dal punto di vista dei contenuti tutto rimarrà invariato, si tratterà di una fiera della vita all’aria aperta che propone non solo piante, ma arredo, oggetti, artigianato. La novità più di rilievo è nel nuovo sito già attivo da un paio di settimane: ciascun espositore avrà a disposizione una pagina da gestire in autonomia, sulla quale è possibile caricare fino a tre fotografie, in cui presentare la propria attività, le eventuali novità, i contatti e tutte le informazioni aggiuntive che si ritengono importanti e interessanti. Mi sembra una novità intelligente; in questo modo l’organizzazione delega al singolo, senza mediazioni, di presentarsi e offrire un’immagine di sé breve ma essenziale e, se ben fatta, efficace.

Murabilia, almeno nelle intenzioni, dopo un’edizione non bene a fuoco, vuole tornare ad essere un punto di riferimento per quanti si interessano di piante e di giardino. Nel 2012 verrà ridimensionata e avrà luogo sui baluardi San Regolo e La Libertà, con un piccolo ambiente espositivo sugli spalti interni delle mura lungo il tratto che unisce Porta Elisa e il sotto della Libertà (in pratica dove c’è il cancello di servizio del Giardino Botanico, oltre lo stagno), affacciandosi in questo modo anche all’esterno delle mura, attraverso la sortita pedonale verso viale Giusti – chiedo scusa per l’intricata descrizione di vie e percorsi, se guardate questa cartina risulta tutto molto chiaro.
A latere, anche fisicamente, della fiera, ci saranno eventi gratuiti sui due baluardi – San Salvatore e San Colombano – rimasti “orfani” di Murabilia. Si tratterà di eventi a ingresso libero e, a quanto ci hanno detto, a tema libero, vale a dire svincolati da Murabilia; probabilmente uno dei temi sarà la musica, ma ancora non è stato deciso come impiegare i due spazi di risulta.

A mio parere sarebbe meglio sfruttare questi spazi preziosi, sia come dimensioni che per bellezza, per iniziative legate a Murabilia; ad esempio si potrebbero illustrare le alberature delle mura, mettere dei cartellini per ogni gruppo di essenze o esemplare isolato, pubblicare sul sito dell’Opera delle Mura una mappa dettagliata con i nomi comuni e scientifici degli alberi per ogni porzione di percorso e organizzare una serata per presentare questo lavoro. Si tratta di un parco molto frequentato e amato da tutti, curato nella manutenzione e credo varrebbe la pena di dargli anche un valore educativo: è sempre pieno di bambini e spesso di scolaresche. È una gioia nelle tiepide giornate primaverili e autunnali passeggiare sotto gli alberi delle mura, magari con un taccuino (cellulare, sistema operativo mobile, fotocamera, eccetera) in mano a segnare gli alberi che man mano sfilano in parata, forse a fine gita avremo innescato un interesse in più.
Oppure si potrebbero invitare dei paesaggisti a illustrare i loro lavori, con immagini e dettaglio delle piante utilizzate; iscritti all’Adipa che presentano le loro collezioni o i viaggi di interesse botanico; oppure, ancora, dare una sterzata di carattere più scientifico e giornalistico, di impegno civile in campo ambientale, con approfondimenti ad esempio sul ciclo dei rifiuti, oppure sulla composizione dei terricci comunemente usati in floricoltura, o sui concimi, sui metodi di lotta integrata in agricoltura, sulle tecniche di potatura degli arbusti più diffusi nei nostri giardini.
Queste le prime iniziative che mi vengono in mente, ma non credo manchino gli argomenti e adesso non scarseggia nemmeno il tempo: 100 giorni a VerdeMura e 250 a Murabilia, si può ancora fare tutto!

Lo scrivo piccolo, ma lo penso grande: perché, visto il periodo economico non proprio roseo, non si porta il costo d’ingresso di tutte le più importanti mostre mercato di piante a cinque euro? [sento il sibilo di spari vicini, non crediate]

meanwhile, in Addis Abeba

Ho appena comprato il libro di Stefano Liberti, Land grabbing, ed. minimum fax (244 pagine, 15 euro) e non vedo l’ora di iniziarlo. Già la citazione all’inizio mi ha fatto sobbalzare:

Sono ottimista: un giorno la Terra servirà a concimare un pianeta lontano.

Altan

Vi farò sapere come è andata.

American Horror Stipa

Sempre pensato che le graminacee piantate in massa, durante l’inverno assumano un che di piacevolmente sinistro.

Stipa?

O forse capita con tutte le piante nel momento di morte apparente.

Murabilia 2011

Mi sento in dovere di scrivere questo post di riflessione anche se, a botta calda, fatico a dare un ordine a tutte le cose che mi salgono alle dita. Murabilia quest’anno è stata una fiera con qualche elemento di difficoltà: quattro baluardi occupati – cioè un percorso lunghissimo, estenuante -, una mappa piccola e poco comprensibile data ai visitatori, il baluardo delle zucche e delle associazioni relegato a una distanza improponibile, un numero insufficiente di carrelli, un unico bar, eccetera. Detto questo, è ovvio che rimane una fiera bellissima, che l’ambientazione è unica, che in tanti si sono dati da fare in maniera egregia, ma lo scossone alle fondamenta si è sentito e in tanti l’abbiamo rilevato e denunciato.

L’organizzazione di una mostra di piante insolite, rare – date il nome che preferite – presuppone l’armonizzazione di molti fattori anche distanti tra loro: ci vuole una grande forza per decidere, per sapere quando è giusto mediare o invece è meglio imporsi, per giudicare il lavoro di quanti chiedono di partecipare, per vedere, oltre alle intenzioni, il prodotto interessante o dozzinale, per stimolare i piccoli vivai a farsi un po’ più grandi o incentivare i grandi a spendersi ancora in ricerca e non adagiarsi sui risultati ottenuti, per fare abbassare la cresta a quelli che ormai si sentono importanti e fanno la voce grossa, oppure amplificare le voci sottili che arrivano dal basso e hanno bisogno di essere ascoltate. Sostanzialmente è un lavoro di grande ascolto, di scelte – anche difficili e discutibili, sempre col rischio di sbagliare – e infine di risposte estremamente concrete. Per non parlare del lavoro, immagino estenuante, di mediazione con tutti i poteri politici e corporativi che reclamano attenzione.
E’ un mestiere che presuppone sensibilità, passione, intuito, spirito di osservazione, e anche una grossa dose di “tigna”, di spirito decisionale in grado di andare oltre il singolo per la buona riuscita generale. Il rischio, a mio modo di vedere, è che questi due aspetti, ugualmente fondamentali, perdano l’equilibrio fra loro e un aspetto prenda il sopravvento.

Murabilia, da un paio di anni, si trova in questo stato di bilico: diventare più grande, offrire sempre di più, ma senza perdere le caratteristiche – di piccola fiera verace – che la rendono unica e autentica.

Vorrei citare a questo proposito ciò che dice, nel video qui sotto, Peter Zumthor del lavoro di Piet Oudolf:
Ho progettato questa struttura e chiesto al paesaggista Piet Oudolf di occuparsene e lui ha creato un lavoro meraviglioso. Non c’è stata in realtà discussione di “cosa farai” e “voglio vedere questo” o altro. Ho avuto fiducia in lui.

Così nelle fiere, è giusto che la parte politica e burocratica dia un’impronta reale e fattiva e tiri le somme, come è altrettanto fondamentale che chi si occupa di piante sia messo nella condizione fare delle scelte, e che le due parti lavorino in maniera armonica e sinergica e con una limpida fiducia reciproca per un unico fine. La Adipa, gli amatori, le zucche sono un tratto caratteristico e inconfondibile che negli anni ha permesso a Murabilia di emergere tra le fiere, stiamo attenti a non perdere le qualità per strada perché gli equilibri sono fragili e difficili da ristabilire una volta alterati.

Vorrei fosse chiaro a tutti che questo è un post da tifosa di Murabilia e si sa che i “fan” desiderano sempre il meglio per l’oggetto della loro ammirazione.

luglio 2011 – agosto 1860

Ben consapevole che questo post causerà un rinculo d’afa, mi azzardo a dire che luglio 2011 è stato fresco e piacevole. Per recuperare un po’ del caldo abituale, consiglio di ascoltare Rai radio 3 dalle 16 alle 16,30: c’è Pietro Biondi che legge l’arroventata Sicilia del Gattopardo. Qui potete ascoltare le puntate e qui trovate i podcast. In particolare, sul tema caldo, consiglio la 5° puntata, dal minuto 4 e 30.

“Gli alberi! ci sono gli alberi!”
Il grido partito dalla prima delle carrozze percorse a ritroso la fila delle altre quattro pressoché invisibili nella nuvola di polvere bianca, e ad ognuno degli sportelli volti sudati espressero una soddisfazione stanca.
Gli alberi, a dir vero, erano soltanto tre ed erano degli “eucaliptus” i più sbilenchi figli di Madre Natura; ma erano anche i primi che si avvistassero da quando alle sei del mattino, la famiglia Salina aveva lasciato Bisacquino. Adesso erano le undici e per quelle cinque ore non si erano viste che pigre groppe di colline avvampanti di giallo sotto il sole. Il trotto sui percorsi piani si era brevemente alternato alle lunghe lente arrancate delle salite, al passo prudente nelle discese; passo e trotto, del resto, egualmente stemperati dal continuo fluire delle sonagliere che ormai non si percepiva più se non come manifestazione sonora dell’ambiente arroventato. Si erano attraversati paesi dipinti in azzurro tenero, stralunati; su ponti di bizzarra magnificenza si erano valicate fiumare integralmente asciutte; si erano costeggiati disperati dirupi che saggine e ginestre non riuscivano a consolare. Mai un albero, mai una goccia d’acqua: sole e polverone. All’interno delle vetture, chiuse appunto per quel sole e quel polverone, la temperatura aveva certamente raggiunto i cinquanta gradi. Quegli alberi assetati che si sbracciavano sul cielo sbiancato annunziavano parecchie cose: che si era giunti a meno di due ore dal termine del viaggio; che si entrava nelle terre di casa Salina; che si poteva far colazione e forse anche lavarsi la faccia con l’acqua verminosa di un pozzo.

Come potete notare, l’attore legge una riduzione del romanzo, che in realtà è ben più generoso di descrizioni.

architettura, Sottsass

Per come la vedo io, il disegno di giardini è un’attività che ha a che fare con l’architettura, più che con l’arte; in sostanza è architettura del paesaggio. Principalmente perché ci si occupa di luoghi, di spazi, di tre e più dimensioni, di connessioni, di percorsi, tutte cose strettamente legate all’architettura che, anzi, la qualificano come tale. L’arte ha più a che vedere con l’espressione dell’uomo, con il bisogno di contemplazione. Gli spazi aperti rispondono a logiche, propongono risposte concrete, direi quasi fisiche. O forse, è sbagliato indicare categorie rigide e sarebbe meglio dire di avere una propensione: quando entro in un giardino la prima cosa che davvero mi interessa è la qualità dello spazio. Come è stato pensato, progettato, come mi viene proposto, come il mio sguardo lo possiede o, al contrario, se sfugge, è nascosto. Vedo le masse, gli alberi, le posizioni, i pieni e i vuoti. Naturalmente questa struttura è ottenuta con materiali e colori: ben diversa è una siepe fitta di tasso, con le sue piccole foglie nere che assorbono tutta la luce, e una di alloro, foglia media, coriacea, appena lucida, massa meno compatta, oppure carpino, fresca, verde, brillante, morbida. Lo stesso discorso si applica a tutto: alberi singoli, in coppia, in sequenza, lontani e visibili solo in tralice, alti, antichi, spoglianti, sempreverdi, esausti dall’uso di un’epoca. Tutti questi dati convergono a creare un’impressione di spazio, in un attimo. Poi non a tutti interessa fare il percorso inverso di lettura puntuale delle intenzioni di progetto, di dove ci sta portando e se riesce a farlo fino in fondo. Personalmente, solo dopo mi soffermo sulla singola pianta, pur intuendone nell’immediato la scelta – magari anche sbagliando, ma non è un problema. Evito di levare la singola pianta dal contesto, quando è usata nel progetto, altrimenti mi salta tutta la geometria e l’arte mi squaderna ogni cosa. Perché la singola pianta mi confonde e nel moto empatico perdo i confini io stessa.

Ma le mie elucubrazioni poco importano; è già da un po’ che ho letto il libro di Ettore Sottsass Scritto di notte e mi torna utile riportare qui alcune parti.

A dire la verità la parola arte, usata e strausata, non mi piace per niente. Sa troppo di Ottocento, e ormai serve soltanto per spiegarsi in fretta, per dire che c’è l’arte dovunque, come la creatività che c’è dovunque. Anche nel disegno della mutande, dell’intimo c’è la creatività, cioè l’arte. Io penso che la parola arte, cioè l’arte, bella parola come lo zucchero da mettere su tutto quello che è amaro, riguardi soltanto la pittura e la scultura, oggetti che si vendono nelle gallerie o nelle aste, mentre esclude l’architettura e le cosiddette arti decorative o arti minori che sarebbero i tappeti, i mobili, le ceramiche, i gioielli e tutte queste cose, appunto, minori.
Ad ogni modo ho sempre pensato che l’architettura non è altro che il disegno di un posto artificiale che “si abita”. Un posto che si abita con il proprio corpo e con la propria anima, sudati o raffreddati, sanguinanti o con la pelle bella lucida, impauriti o speranzosi, contenti o piangenti.
Invece ho sempre pensato che la pittura e la scultura “si guardano” e il nostro fragile corpo e la nostra fragile anima possono essere toccati ma stanno più o meno lontani, prendono le distanze. Io finisco lontano da me stesso, mi fermo, quasi sto un po’ male. Quando trovo l’arte sono trascinato lontano da me, mi polverizzo in molecole sconosciute, finisco in uno spazio misterioso al di là di tutto.
Ho sempre pensato che l’architettura sia meglio chiamarla con il suo nome: architettura e non arte, come la musica si chiama musica e la poesia si chiama poesia. Mi piacerebbe che anche l’ingegneria si chiamasse ingegneria e non, come si usa spesso, architettura. Ho sempre pensato che a vivere nell’architettura “io” sono sempre presente, mi porto sempre dietro, non mi dimentico mai di me stesso, non svengo, la mia vita continua; anche se piango, piango con l’acqua delle mie lacrime. Mi piacerebbe che anche il disegno delle mutande si chiamasse disegno delle mutande e non arte.
Ho sempre pensato che sia meglio usare le parole giuste, così si sa meglio che cosa si sta facendo; anche parlando e anche scrivendo.

Scritto di notte è un libro particolare perché nasce quasi alla fine – è uscito nel 2001 – di una vita lunga (1917-2007) e densa di avventure sia personali che collettive, di un uomo che non si è negato, che è stato generoso. In un’altra parte del libro – in molte parti, per la verità, essendo una narrazione con una cronologia inconsueta – parla del linguaggio dell’architettura e della necessità di liberarlo, di combattere gli automatismi. Credo sia utile anche per chi si occupa di giardini cercare una nuova via espressiva, al di là della solita aneddotica trita.

Continuavo a essere un architetto e la ragione di tutte quelle mie agitazioni finiva sempre per nutrire il mio disegno di un possibile nuovo modo di essere dell’architettura. Vivevo nelle frange residue di un pensiero vasto che già c’era stato: il pensiero con il quale si tentava di liberare l’architettura, e anche la pittura, dalle croste che chiamavo letterarie; si tentava di cancellare l’architettura e la pittura dai simboli di casta, da rappresentazioni cartolina, da supporti narrativi, da giustificazioni più o meno nascoste nel destino dei vari poteri. Si trattava di provare fin dove poteva arrivare una poetica solitaria, se poteva possedere linfa in se stessa. Provare fin dove aveva spazi intorno per muoversi; fin dove poteva rispondere alla continua domanda, alle continue instabili domande in perenne nomadismo.
Quelli che ci stavano provando, quelli che ci hanno provato, quelli che hanno capito che stavano cambiando le domande e che stavano arrivando nuovi pensieri, nuove necessità e che era il momento di prendere le distanze dalle vecchie “scale di valori”, come si chiamano oggi, erano personaggi strani.
Anch’io, mio malgrado, ero in continuo movimento, anch’io, mio malgrado, volevo sapere tutto, conoscere tutto, provare tutto.

orto austero

Domenica mattina ero a Milano per Orticola e mi sono persa. Cerco sempre percorsi alternativi per provare strade nuove e “ho trovato una scorciatoia!” è la mia frase preferita. Di fatto, questa volta volevo verificare che una data cosa fosse dove ricordavo, però a un certo punto due strade che pensavo parallele si sono rivelate perpendicolari e le certezze hanno vacillato. Ma ho trovato un angolo interessante a cui Daniele Mongera ha dato un nome: Orto della Fede nel Giardino della Chiesa Protestante. Se non vi fate spaventare dalle maiuscole e dal misticismo, vi consiglio una visita, è in via Montebello all’incrocio con via Marco De Marchi.
Di solito le iniziative legate a eventi di breve durata sono abbastanza tristi, messe insieme alla bell’e meglio per coprire un buco di creatività, di spazio, di budget. Invece l’orto in questione non è affatto male. Sarà stata la domenica, il silenzio, l’ombra degli alberi e della facciata austera, ma non è la solita aiola raffazzonata; i cassoni che contengono la terra sono realizzati con cura, c’è un impianto d’irrigazione, tutto risulta credibile e “vero”. Sarebbe bello monitorarlo nel tempo.

stanca e costernata

Ora che le mostre mercato più grandi e impegnative sono terminate, mi riprometto di leggere e interessarmi alle mail che sono arrivate. Grazie a chi ha scritto per aver sopportato la comprensibile frustrazione di non ricevere risposta; la primavera arriva a gamba tesa e stare dietro a tutto diventa pressoché impossibile.

grembiuli

Se sapessi tagliare, cucire e avessi un minimo di nozioni di sartoria base, mi metterei a produrre grembiuli da giardinaggio belli, resistenti e funzionali. Quelli che si trovano – ed è anche difficile trovarli, a dire il vero – spesso sono tagliati male (quindi scomodi), di stoffa scadente o inadatta (quindi di breve durata), troppo lunghi/corti, con tasche inutili in posti assurdi, leziosi di sbuffi e volant, fighetti e assurdamente costosi, il più delle volte con linee e materiali mutuati dai grembiuli da cucina.

Guardate che belli quelli di Urban Aprons.

Frank Ronan

Sull’ultima pagina di GARDENS ILLUSTRATED di gennaio, come sempre, Frank Ronan ci parla di sé riuscendo però a farci vedere oltre la persona, dandoci quindi indicazioni sul giardino in senso proprio; è una capacità preziosa, partire da un dato piccolo e, per onde successive, ampliarlo fino a lambire la coscienza di tutti.

In questo caso, valuta i primi giorni dell’anno e la ripresa del giardino, che si porta appresso le decisioni dell’autunno appena finito. Si pente di non avere a disposizione nuove piante con le quali lavorare subito, aveva infatti deciso di non comprare o moltiplicare niente prima della verifica di fine inverno, quella in cui si contano i mortaccini e si fa pulizia. Però il risultato non è stato quello sperato – ordine, rigore e mancanza di spreco – ma una sorta di sgradevole stagnazione che regna su tutto il giardino.
Senza il pungolo delle nuove introduzioni tutto appare fermo e poco interessante, meno urgente ogni giorno che passa. Da qui la nota che offre motivo di riflessione: la pressione a inserire nuove piante rende dinamico il giardino. Quando abbiamo materiale vegetale da mettere a dimora il nostro sguardo sul giardino cambia, guardiamo diversamente le piante e gli spazi, finalizziamo la visione e la rendiamo vivace e intuitiva. Di fatto, ci dice di non farci imbrigliare dalle nostre stesse decisioni, ma di scendere in terra e tenerci occupati. Il giardino difficilmente migliora grazie a soluzioni astratte, ma prende corpo mentre lo pratichiamo; è quando siamo indaffarati tra le piante che abbiamo le idee migliori e facciamo le scoperte più esaltanti. Potremmo per esempio scoprire che la digitale si è disseminata proprio dove volevamo, oppure che c’è una colonia di Stipa al di là dei nostri confini, o le larve di oziorrinco stanno pasteggiando a Geranium.

A questo punto rimane solo da chiudere la pagina in faccia a Frank Ronan e correre fuori.

un faldone interessante

Quest’immagine è la copertina di una pubblicazione creata dal Department of Design and Construction di New York che contiene le linee guida per la progettazione di spazi che favoriscano l’attività fisica, la salute e il benessere dei cittadini. L’approfondimento è finalizzato a creare e facilitare abitudini di vita più sane, per evitare la tendenza al sovrappeso, se non addirittura all’obesità, tipica delle “società evolute”.
E’ possibile scaricare il faldone in maniera gratuita, semplicemente inserendo la propria nazionalità e professione. Secondo me vale la pena di sfogliarlo, si compone di ricerche serie presentate brevemente e di linee guida molto pratiche ma per niente banali. Il capitolo 2 a pag. 30 si occupa di parchi e spazi aperti; da pag. 52 si analizzano alcuni esempi tra cui l’High Line; poi, naturalmente, ci si occupa di piste ciclabili. Da ultimo, si affronta il difficile tema della relazione e possibile interazione tra interno ed esterno in un edificio di grandi dimensioni, non solo nella progettazione di tetti verdi e superfici inerbite, ma nel creare un equilibrio fra spinta umana, movimento e realtà di natura. E molte foto di progetti già realizzati.

Notizia letta su PERSONAL REPORT (un sito ganzo) qualche tempo fa.

pioppi e cipressi

Ho fatto un sogno bellissimo. Chi è stato al mio vivaio lo sa, dietro c’è un boschetto incolto; la prima parte è proprio a ridosso del mio campo, sul fondo ma di lato, un prunaio di alberi da frutto dimenticati – no, non frutti dimenticati, proprio un frutteto lasciato andare, abbandonato a sé stesso o ai pruni, come preferite. In fondo, invece, c’è un bosco, piccolo e inelegante, ma ugualmente scuro e intricato. I boschi veri, secondo me, non dovrebbero mai perdere quel senso di timore che suscitano e questo ci riesce benissimo; forse perché non è proprio a ridosso della strada, non ci sono odiose cartacce a riportarci alla questione umana. Siamo separati solo da una serie di canalizzazioni per me benedette, perché mi hanno permesso di abolire le recinzioni. Sta di fatto che ho sognato che nelle vicinanze – sapete come sono fatti i sogni, abbondano di strani riferimenti non del tutto leggibili a mente lucida, quindi non saprei dire esattamente dove -, vagamente dietro, comunque molto vicino, alla distanza di un balzo per oltrepassare un fossetto, c’era un bosco piantato di alberi già grandi. Al centro c’era un pioppo cipressino (Populus nigra var. italica), sono sicura, e tutt’attorno non saprei dire, comunque piante più basse; tutto era impegnato a dare maestosità al pioppo: gigantesco, antico e anche un po’ spelacchiato.
E’ bella questa qualità dei sogni, a volte, di dare unitarietà ai nostri pensieri. Mi capita spesso di ritornare con la memoria alla fiera di Villa Borghese a Roma, dove eravamo sotto una serie di mastodontici cipressi (Cupressus sempervirens) amici – il cipresso è una pianta che non mi stanco mai di guardare e so che sarà sempre così, ma non è una pianta della mia giovinezza lombarda -, mentre in tante altre parti del parco ci sono dei lecci (Quercus ilex), che io non amo molto, e vicino al chioschetto dei panini c’era un Cercis siliquastrum vecchio, a due tronchi, superbo. Ora mi arriva, dalla sospensione della coscienza, questo pioppo cipressino, quello sì un imprinting lombardo.
La fine della storia è sconosciuta ai più, soprattutto a me.

l’informazione agra

Leggo sul blog di Mimma Pallavicini una notizia che riguarda Terzigno, un comune in provincia di Napoli protagonista della cronaca in quanto sede di una delle discariche scandalo. In breve, in zona è stato raccolto un limone dalla forma un po’ strana, bitorzoluto, fasciato; prontamente fotografato e battezzato Limone Frankenstein.
Premesso che la questione del trattamento dei rifiuti è un argomento complesso, sul quale ho opinioni abbastanza irrilevanti che mi faccio di volta in volta leggendo e ascoltando le notizie che arrivano sui media, trovo inaccettabile che si utilizzi questa “non-notizia” per creare ulteriore confusione.
Come dice bene Mimma e anche, nei commenti, Lorenza (di iris e libellule) e, proprio ora che scrivo, Renato (di meristemi), le anomalie sono la prassi in natura – anche se detta così sembra un ossimoro. Esiste il cedro ‘Mano di Budda’, esistono variegature causate da virosi e mille altre stupefacenti piccole e grandi variazioni dei fiori, dei frutti e di tutte le parti delle piante. Chiunque abbia un minimo di, non dico dimestichezza, ma semplice vicinanza e desiderio di guardare il verde che gli sta attorno, lo può notare: basta un semplice quadrifoglio!

Che nel napoletano si stia consumando una delle cose più gravi della nostra epoca e che l’inquinamento profondo del territorio sia tragico non c’è dubbio, ma le cose che capitano in ambiti di cui non si sa nulla, non possono essere usate e manipolate a piacimento per sostenere questa o quella tesi.
E poi, siamo così sicuri che il limone bello, lustro, prototipo e fotogenico, sia sano e saporito? Ma qui si apre un altro discorso che prima o poi occorrerà fare.

Update: ulteriori approfondimenti qui.
Un ottimo articolo qui.

“Giardini e no”

Ho letto “Giardini e no” di Umberto Pasti e mi è piaciuto a tratti.

L’inizio è bello, sono solo due paginette ma dense di contenuti e significati che mettono in moto riflessioni; molto semplice, ben scritto, con un suo ritmo e una sua chiarezza di pensiero: predispone alla lettura. Però ancora dobbiamo iniziare, e quel che viene dopo non arriva allo stesso piano dell’apertura, a mio parere è un gradino sotto. Rimane la bella scrittura, ma prende un tono più sentenzioso, velenosetto, giudicante; intendiamoci, il limite è anche mio, ognuno di noi ha preferenze e inclinazioni e io non amo l’approccio polemico sulle piccole cose o, meglio, ritengo fondamentale la critica ma solo se è rivolta a opere per la collettività, se è animata da uno spirito civico implacabile e da un senso di giustizia di ordine superiore.

Tutti noi come singoli siamo così suscettibili di critica, così minuscoli e sbagliati, pieni di errori e contraddizioni, bisognosi di creare e partecipare a qualcosa di più grande o comunque di trovare un aggancio a ciò che di grande c’è in noi. Non riesco a partecipare alla critica sul singolo, cioè, vagamente vedo che ci sono brutture e storture, ma, al grado uno del giardinaggio, credo occorra una certa benevolenza. Trovo meritevole a prescindere che ci si dedichi al mondo della natura e ho fiducia che dal contatto con vite diverse ma affini alla nostra possano scaturire e maturare persone migliori; non è detto che da un primo approccio superficiale e modaiolo non si possa arrivare alla vera gioia della creazione, al perdersi, a capire cose inesprimibili e semplicemente partecipare. Una sola richiesta, credo: che si lavori davvero e anche, spesso, in solitudine in giardino, forse è questo l’unico consiglio che mi sento di dare, di spendere tempo e fisico all’aria aperta. Si possono delegare molti lavori, avere aiuto sia progettuale che operativo, condividere una visione d’insieme con chi ha la giusta professionalità ed esperienza, ma è possibile conoscere la gioia e la ferocia pulita della natura solo nel corpo a corpo.

Quindi, per me, i capitoli sul collezionista, la signora eccentrica, il miliardario, il garden designer, l’orientalista, potrebbero anche non esserci, pur contenendo a tratti espressioni condivisibili e sintesi illuminanti.
Ad esempio quando riflette sul buon gusto:

Il buon gusto fa danni ovunque. Ma in giardino si rivela un autentico Gengis Khan. Probabilmente perché nulla, in natura, è bello di per sé come le piante e i fiori. Osserva la foglia di un Leccio o i petali di un Narciso: ti succede sovente di ammirare un corpo vivo così delicato e complesso, di carezzare quello che potresti scambiare per un oggetto, e palpita invece di un’esistenza misteriosa? Osservare un fiore è come osservare una vita completamente arresa (il fiore non se ne scappa come farebbero la rana o la farfalla) eppure completamente impenetrabile. E’ impossibile immaginare un accostamento più stridente di quello tra bellezza e buon gusto.

Illustra poi un rapporto armonioso con la natura e parla del cosiddetto “giardino del benzinaio”, di quei luoghi ostili in cui a volte si annida la bellezza, il bisogno di riscatto, la ricerca di decoro in un contesto difficile e violento (visivamente aggressivo e volgare, quindi pericoloso). Un capitolo riuscito che mette in luce la necessità primaria di bellezza, da creare, di cui circondarsi, nella quale specchiarci; non lo stereotipo legato alle mode passeggere che con la sua fissità cieca e sorda ci inchioda al cliché, ma il vitale, mutevole, ricco ignoto che ci orienta verso la nostra reale posizione sul pianeta.

Funziona davvero quando è affettuoso e partecipe, nella seconda parte del libro. Il capitolo sulla Baitìa – la casa vicina a quella in cui abita l’autore, nel nord del Marocco -, luogo mitico ma reale dove vive la famiglia Bando, posto in cui le barriere fra specie sono state eliminate, e dove in una danza convivono giovani, vecchi, polvere, piante e animali mescolati, irriconoscibili e interscambiabili tra loro. Il libro è infatti dedicato a due bambini Bando, Mohammed e Lotfi, che mangiano le farfalle.
Ci sono due capitoli finali che possono risultare utili: consigli, riflessioni, letture, personaggi e parallelismi d’arte.

Ricopio qui un paio di spunti di pensiero che servono a tenerci allerta nelle lunghe sere d’inverno o in queste giornate piovose:

Prova a immaginare un capo di stato contemporaneo in giro per i campi a contare le verietà della sua specie botanica favorita. Poi rifletti sul progresso compiuto dall’uomo.

Intuire la possibilità di una relazione diversa da quella attuale tra noi e il mondo è all’origine dal giardinaggio.