Archive for the 'considerazioni' Category

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orto austero

Domenica mattina ero a Milano per Orticola e mi sono persa. Cerco sempre percorsi alternativi per provare strade nuove e “ho trovato una scorciatoia!” è la mia frase preferita. Di fatto, questa volta volevo verificare che una data cosa fosse dove ricordavo, però a un certo punto due strade che pensavo parallele si sono rivelate perpendicolari e le certezze hanno vacillato. Ma ho trovato un angolo interessante a cui Daniele Mongera ha dato un nome: Orto della Fede nel Giardino della Chiesa Protestante. Se non vi fate spaventare dalle maiuscole e dal misticismo, vi consiglio una visita, è in via Montebello all’incrocio con via Marco De Marchi.
Di solito le iniziative legate a eventi di breve durata sono abbastanza tristi, messe insieme alla bell’e meglio per coprire un buco di creatività, di spazio, di budget. Invece l’orto in questione non è affatto male. Sarà stata la domenica, il silenzio, l’ombra degli alberi e della facciata austera, ma non è la solita aiola raffazzonata; i cassoni che contengono la terra sono realizzati con cura, c’è un impianto d’irrigazione, tutto risulta credibile e “vero”. Sarebbe bello monitorarlo nel tempo.

stanca e costernata

Ora che le mostre mercato più grandi e impegnative sono terminate, mi riprometto di leggere e interessarmi alle mail che sono arrivate. Grazie a chi ha scritto per aver sopportato la comprensibile frustrazione di non ricevere risposta; la primavera arriva a gamba tesa e stare dietro a tutto diventa pressoché impossibile.

grembiuli

Se sapessi tagliare, cucire e avessi un minimo di nozioni di sartoria base, mi metterei a produrre grembiuli da giardinaggio belli, resistenti e funzionali. Quelli che si trovano – ed è anche difficile trovarli, a dire il vero – spesso sono tagliati male (quindi scomodi), di stoffa scadente o inadatta (quindi di breve durata), troppo lunghi/corti, con tasche inutili in posti assurdi, leziosi di sbuffi e volant, fighetti e assurdamente costosi, il più delle volte con linee e materiali mutuati dai grembiuli da cucina.

Guardate che belli quelli di Urban Aprons.

Frank Ronan

Sull’ultima pagina di GARDENS ILLUSTRATED di gennaio, come sempre, Frank Ronan ci parla di sé riuscendo però a farci vedere oltre la persona, dandoci quindi indicazioni sul giardino in senso proprio; è una capacità preziosa, partire da un dato piccolo e, per onde successive, ampliarlo fino a lambire la coscienza di tutti.

In questo caso, valuta i primi giorni dell’anno e la ripresa del giardino, che si porta appresso le decisioni dell’autunno appena finito. Si pente di non avere a disposizione nuove piante con le quali lavorare subito, aveva infatti deciso di non comprare o moltiplicare niente prima della verifica di fine inverno, quella in cui si contano i mortaccini e si fa pulizia. Però il risultato non è stato quello sperato – ordine, rigore e mancanza di spreco – ma una sorta di sgradevole stagnazione che regna su tutto il giardino.
Senza il pungolo delle nuove introduzioni tutto appare fermo e poco interessante, meno urgente ogni giorno che passa. Da qui la nota che offre motivo di riflessione: la pressione a inserire nuove piante rende dinamico il giardino. Quando abbiamo materiale vegetale da mettere a dimora il nostro sguardo sul giardino cambia, guardiamo diversamente le piante e gli spazi, finalizziamo la visione e la rendiamo vivace e intuitiva. Di fatto, ci dice di non farci imbrigliare dalle nostre stesse decisioni, ma di scendere in terra e tenerci occupati. Il giardino difficilmente migliora grazie a soluzioni astratte, ma prende corpo mentre lo pratichiamo; è quando siamo indaffarati tra le piante che abbiamo le idee migliori e facciamo le scoperte più esaltanti. Potremmo per esempio scoprire che la digitale si è disseminata proprio dove volevamo, oppure che c’è una colonia di Stipa al di là dei nostri confini, o le larve di oziorrinco stanno pasteggiando a Geranium.

A questo punto rimane solo da chiudere la pagina in faccia a Frank Ronan e correre fuori.

un faldone interessante

Quest’immagine è la copertina di una pubblicazione creata dal Department of Design and Construction di New York che contiene le linee guida per la progettazione di spazi che favoriscano l’attività fisica, la salute e il benessere dei cittadini. L’approfondimento è finalizzato a creare e facilitare abitudini di vita più sane, per evitare la tendenza al sovrappeso, se non addirittura all’obesità, tipica delle “società evolute”.
E’ possibile scaricare il faldone in maniera gratuita, semplicemente inserendo la propria nazionalità e professione. Secondo me vale la pena di sfogliarlo, si compone di ricerche serie presentate brevemente e di linee guida molto pratiche ma per niente banali. Il capitolo 2 a pag. 30 si occupa di parchi e spazi aperti; da pag. 52 si analizzano alcuni esempi tra cui l’High Line; poi, naturalmente, ci si occupa di piste ciclabili. Da ultimo, si affronta il difficile tema della relazione e possibile interazione tra interno ed esterno in un edificio di grandi dimensioni, non solo nella progettazione di tetti verdi e superfici inerbite, ma nel creare un equilibrio fra spinta umana, movimento e realtà di natura. E molte foto di progetti già realizzati.

Notizia letta su PERSONAL REPORT (un sito ganzo) qualche tempo fa.

pioppi e cipressi

Ho fatto un sogno bellissimo. Chi è stato al mio vivaio lo sa, dietro c’è un boschetto incolto; la prima parte è proprio a ridosso del mio campo, sul fondo ma di lato, un prunaio di alberi da frutto dimenticati – no, non frutti dimenticati, proprio un frutteto lasciato andare, abbandonato a sé stesso o ai pruni, come preferite. In fondo, invece, c’è un bosco, piccolo e inelegante, ma ugualmente scuro e intricato. I boschi veri, secondo me, non dovrebbero mai perdere quel senso di timore che suscitano e questo ci riesce benissimo; forse perché non è proprio a ridosso della strada, non ci sono odiose cartacce a riportarci alla questione umana. Siamo separati solo da una serie di canalizzazioni per me benedette, perché mi hanno permesso di abolire le recinzioni. Sta di fatto che ho sognato che nelle vicinanze – sapete come sono fatti i sogni, abbondano di strani riferimenti non del tutto leggibili a mente lucida, quindi non saprei dire esattamente dove -, vagamente dietro, comunque molto vicino, alla distanza di un balzo per oltrepassare un fossetto, c’era un bosco piantato di alberi già grandi. Al centro c’era un pioppo cipressino (Populus nigra var. italica), sono sicura, e tutt’attorno non saprei dire, comunque piante più basse; tutto era impegnato a dare maestosità al pioppo: gigantesco, antico e anche un po’ spelacchiato.
E’ bella questa qualità dei sogni, a volte, di dare unitarietà ai nostri pensieri. Mi capita spesso di ritornare con la memoria alla fiera di Villa Borghese a Roma, dove eravamo sotto una serie di mastodontici cipressi (Cupressus sempervirens) amici – il cipresso è una pianta che non mi stanco mai di guardare e so che sarà sempre così, ma non è una pianta della mia giovinezza lombarda -, mentre in tante altre parti del parco ci sono dei lecci (Quercus ilex), che io non amo molto, e vicino al chioschetto dei panini c’era un Cercis siliquastrum vecchio, a due tronchi, superbo. Ora mi arriva, dalla sospensione della coscienza, questo pioppo cipressino, quello sì un imprinting lombardo.
La fine della storia è sconosciuta ai più, soprattutto a me.

l’informazione agra

Leggo sul blog di Mimma Pallavicini una notizia che riguarda Terzigno, un comune in provincia di Napoli protagonista della cronaca in quanto sede di una delle discariche scandalo. In breve, in zona è stato raccolto un limone dalla forma un po’ strana, bitorzoluto, fasciato; prontamente fotografato e battezzato Limone Frankenstein.
Premesso che la questione del trattamento dei rifiuti è un argomento complesso, sul quale ho opinioni abbastanza irrilevanti che mi faccio di volta in volta leggendo e ascoltando le notizie che arrivano sui media, trovo inaccettabile che si utilizzi questa “non-notizia” per creare ulteriore confusione.
Come dice bene Mimma e anche, nei commenti, Lorenza (di iris e libellule) e, proprio ora che scrivo, Renato (di meristemi), le anomalie sono la prassi in natura – anche se detta così sembra un ossimoro. Esiste il cedro ‘Mano di Budda’, esistono variegature causate da virosi e mille altre stupefacenti piccole e grandi variazioni dei fiori, dei frutti e di tutte le parti delle piante. Chiunque abbia un minimo di, non dico dimestichezza, ma semplice vicinanza e desiderio di guardare il verde che gli sta attorno, lo può notare: basta un semplice quadrifoglio!

Che nel napoletano si stia consumando una delle cose più gravi della nostra epoca e che l’inquinamento profondo del territorio sia tragico non c’è dubbio, ma le cose che capitano in ambiti di cui non si sa nulla, non possono essere usate e manipolate a piacimento per sostenere questa o quella tesi.
E poi, siamo così sicuri che il limone bello, lustro, prototipo e fotogenico, sia sano e saporito? Ma qui si apre un altro discorso che prima o poi occorrerà fare.

Update: ulteriori approfondimenti qui.
Un ottimo articolo qui.

“Giardini e no”

Ho letto “Giardini e no” di Umberto Pasti e mi è piaciuto a tratti.

L’inizio è bello, sono solo due paginette ma dense di contenuti e significati che mettono in moto riflessioni; molto semplice, ben scritto, con un suo ritmo e una sua chiarezza di pensiero: predispone alla lettura. Però ancora dobbiamo iniziare, e quel che viene dopo non arriva allo stesso piano dell’apertura, a mio parere è un gradino sotto. Rimane la bella scrittura, ma prende un tono più sentenzioso, velenosetto, giudicante; intendiamoci, il limite è anche mio, ognuno di noi ha preferenze e inclinazioni e io non amo l’approccio polemico sulle piccole cose o, meglio, ritengo fondamentale la critica ma solo se è rivolta a opere per la collettività, se è animata da uno spirito civico implacabile e da un senso di giustizia di ordine superiore.

Tutti noi come singoli siamo così suscettibili di critica, così minuscoli e sbagliati, pieni di errori e contraddizioni, bisognosi di creare e partecipare a qualcosa di più grande o comunque di trovare un aggancio a ciò che di grande c’è in noi. Non riesco a partecipare alla critica sul singolo, cioè, vagamente vedo che ci sono brutture e storture, ma, al grado uno del giardinaggio, credo occorra una certa benevolenza. Trovo meritevole a prescindere che ci si dedichi al mondo della natura e ho fiducia che dal contatto con vite diverse ma affini alla nostra possano scaturire e maturare persone migliori; non è detto che da un primo approccio superficiale e modaiolo non si possa arrivare alla vera gioia della creazione, al perdersi, a capire cose inesprimibili e semplicemente partecipare. Una sola richiesta, credo: che si lavori davvero e anche, spesso, in solitudine in giardino, forse è questo l’unico consiglio che mi sento di dare, di spendere tempo e fisico all’aria aperta. Si possono delegare molti lavori, avere aiuto sia progettuale che operativo, condividere una visione d’insieme con chi ha la giusta professionalità ed esperienza, ma è possibile conoscere la gioia e la ferocia pulita della natura solo nel corpo a corpo.

Quindi, per me, i capitoli sul collezionista, la signora eccentrica, il miliardario, il garden designer, l’orientalista, potrebbero anche non esserci, pur contenendo a tratti espressioni condivisibili e sintesi illuminanti.
Ad esempio quando riflette sul buon gusto:

Il buon gusto fa danni ovunque. Ma in giardino si rivela un autentico Gengis Khan. Probabilmente perché nulla, in natura, è bello di per sé come le piante e i fiori. Osserva la foglia di un Leccio o i petali di un Narciso: ti succede sovente di ammirare un corpo vivo così delicato e complesso, di carezzare quello che potresti scambiare per un oggetto, e palpita invece di un’esistenza misteriosa? Osservare un fiore è come osservare una vita completamente arresa (il fiore non se ne scappa come farebbero la rana o la farfalla) eppure completamente impenetrabile. E’ impossibile immaginare un accostamento più stridente di quello tra bellezza e buon gusto.

Illustra poi un rapporto armonioso con la natura e parla del cosiddetto “giardino del benzinaio”, di quei luoghi ostili in cui a volte si annida la bellezza, il bisogno di riscatto, la ricerca di decoro in un contesto difficile e violento (visivamente aggressivo e volgare, quindi pericoloso). Un capitolo riuscito che mette in luce la necessità primaria di bellezza, da creare, di cui circondarsi, nella quale specchiarci; non lo stereotipo legato alle mode passeggere che con la sua fissità cieca e sorda ci inchioda al cliché, ma il vitale, mutevole, ricco ignoto che ci orienta verso la nostra reale posizione sul pianeta.

Funziona davvero quando è affettuoso e partecipe, nella seconda parte del libro. Il capitolo sulla Baitìa – la casa vicina a quella in cui abita l’autore, nel nord del Marocco -, luogo mitico ma reale dove vive la famiglia Bando, posto in cui le barriere fra specie sono state eliminate, e dove in una danza convivono giovani, vecchi, polvere, piante e animali mescolati, irriconoscibili e interscambiabili tra loro. Il libro è infatti dedicato a due bambini Bando, Mohammed e Lotfi, che mangiano le farfalle.
Ci sono due capitoli finali che possono risultare utili: consigli, riflessioni, letture, personaggi e parallelismi d’arte.

Ricopio qui un paio di spunti di pensiero che servono a tenerci allerta nelle lunghe sere d’inverno o in queste giornate piovose:

Prova a immaginare un capo di stato contemporaneo in giro per i campi a contare le verietà della sua specie botanica favorita. Poi rifletti sul progresso compiuto dall’uomo.

Intuire la possibilità di una relazione diversa da quella attuale tra noi e il mondo è all’origine dal giardinaggio.

il paesaggio e le persone

Sto leggendo “Canale Mussolini” di Antonio Pennacchi e vorrei consigliarlo perché è proprio un bel libro.
Non mi dilungo nella descrizione dei contenuti – li trovate un po’ ovunque, dal momento che ha vinto il premio Strega – ma mi riallaccio ad un articolo di Guido Giubbini sull’ultimo numero (il 22) di ROSANOVA, “Il paesaggio come opera d’arte, luogo sacro, sedimento di storia e di memoria”; non è tra i migliori articoli di Guido il quale, a mio parere, dà il meglio di sé quando può metterci qualcosa di personale, arguto e irriverente, ma dice cose molto sensate e condivisibili. E’ da tempo, infatti, che mi interessa, più che l’intervento puntuale e pregevole del privato, l’opera per la collettività, pubblica, la città, il paesaggio, lo snodo delle strade; la capacità di leggere le intenzioni e le necessità di tutti piuttosto che di uno. In soldoni: mi appassionano moltissimo le opere pubbliche, grandi, e meno il giardino privato. Intendiamoci, mi perdo nel singolo fiore, ma tendo a essere più disincantata, avendo visto che negli anni arrivano e ripartono mode, si hanno passioni, pallini, manie, ci si straccia le vesti e poi ci si ricompone; ora la vera intenzione con ruga verticale in fronte la metto nel pubblico.

Per questo forse mi piace così tanto la storia della famiglia Peruzzi che dal Veneto parte alla bonifica delle Paludi Pontine, in una storia d’Italia attraverso il territorio. E per lo stesso motivo non vedo l’ora di andare alla Biennale di Architettura a Venezia, che ha un titolo così evocativo People meet in architecture e una direttrice piccina ma forte come un bambù.

Nota: lascio i commenti aperti su cortese insistenza di Paolo Tasini di attraverso giardini, spero di resistere e che sia utile.

piccoli giardini / 3 (fine)

  • 13. Il perimetro esterno dovrebbe essere progettato con la massima attenzione, come fosse una scultura, una pianta particolarmente significativa o qualche arredo di design. Nonostante sia limitato come spazio orizzontale, può avere una superficie verticale importante e contribuire in maniera fondamentale al disegno del giardino. Spesso è un elemento sottovalutato e risolto in modo sbrigativo, con una siepe uniforme, ma vale la pena considerarlo alla stregua di tutto lo spazio a nostra disposizione, per creare un equilibrio esterno/interno.
  • 14. Schermarsi dall’esterno non significa solo creare un recinto lungo il perimetro, ma cercare di progettare anche all’interno dei punti più raccolti, ad esempio con un piccolo albero che protegge la zona relax o rende più intimo il luogo dove si mangia.
  • 15. Se dalle finestre di casa vedo il giardino, le regole abituali di progettazione possono essere sovvertite per comporre degli scenari, simili a fotografie o ad allestimenti teatrali, da osservare dall’interno.
  • 16. Evitate le piante che tendono a svilupparsi molto in larghezza, inevitabilmente e in poco tempo si prenderanno più spazio del dovuto. Sono da privilegiare cespugli eretti piuttosto che allargati – il suolo, in un piccolo giardino, è un bene prezioso! -, siate molto attenti alle dimensioni ultime delle piante. Se state scegliendo un albero, cercatene un esemplare maturo da vedere in natura per farvi un’idea quanto più esatta possibile delle dimensioni finali: trovarsi nella condizione di potare ripetutamente una pianta può essere frustrante per noi oltre che per “lei”.
  • 17. I giardini scuri spesso sembrano più piccoli di quanto non siano in realtà. Le piante con variegature gialle o bianche danno un tocco di luce ad angoli altrimenti bui; l’edera variegata illumina il muro che la sostiene, sebbene possa risultare un po’ invasiva.
  • 18. I rampicanti occupano una porzione di suolo molto limitata e riescono a rendere bello un muro che non lo è. Allo stesso scopo, offrire una impalcatura a spalliera alle piante adatte (vite, agrumi, meli, peri, etc.), riveste una superficie di colore, chioma e profondità verde, con un disegno ordinato e insieme allegro.
  • 19. Le piante a fusto libero, con i rami impalcati verso l’alto, sono una buona scelta nei giardini di piccole dimensioni. La chioma protegge da sguardi indiscreti, mentre il tronco occupa poco spazio alla base; inoltre, se è previsto un impiantito, potrà essere posato vicino al tronco senza danni.
  • 20. Sia che siano piante o materiali, limitate il numero di colori ad uno schema semplice: l’ordine e la coerenza contribuiranno a dare una sensazione di spazio armonioso e rilassante.
  • 21. Riporre gli attrezzi è fondamentale anche nei piccoli giardini, il più delle volte però, un capanno risulta essere un pugno in un occhio. Le comodità di servizio vanno concepite e progettate con la massima attenzione o rischiano di compromettere del tutto la bellezza di un luogo.
  • 22. Siate audaci e provate soluzioni coraggiose. Le piante ben strutturate, di solida impalcatura, con fogliame grande, risultano sorprendentemente adatte ai piccoli spazi, spesso meglio di piante più anonime, con foglie piccole, fitte e disordinate.
  • 23. Troppi materiali diversi possono rendere caotico un piccolo spazio, ma troppo pochi lo rendono sciatto e privo di carattere. Di solito tre materiali – ad esempio pietra, legno e muratura dipinta – funzionano bene; un quarto – metallo – può essere usato per i dettagli e le rifiniture.
  • 24. I piccoli prati all’ombra, soggetti ad un continuo calpestio, magari frequentati da cani e bambini, sono da dimenticare. Meglio cercare soluzioni alternative, ad esempio la ghiaia naturale tonda a pezzatura fine.
  • 25. Non siate tentati dall’avvicinare troppo alla casa le zone pavimentate, di sosta, in cui sedersi a mangiare o a chiacchierare; se le allontanate verso il giardino, magari sotto ad un albero, creerete dei percorsi per raggiungerle e tutto lo spazio verrà sfruttato a pieno, aiutando l’integrazione fra casa e giardino – interno ed esterno.
  • 26. La chiave per una buona progettazione di piccoli giardini è la scelta accurata di cosa eliminare. L’armonia fra spazi pieni e spazi vuoti è l’ingrediente principale di un disegno equilibrato; resistete alla tentazione di riempire ogni angolo. Nei piccoli giardini più che altrove il meno diventa più – less is more.