Quest’inverno, dopo un inizio blando e molto asciutto, ci sta dando del filo da torcere. E qui a Lucca non possiamo proprio lamentarci, è nevicato solo venerdì scorso: grandi corse al vivaio a sbarazzare il colmo della serra dalla neve che si era depositata e, nonostante non fosse moltissima, è pesante e si rischiano cedimenti e rotture. A fine gennaio, in vista delle basse temperature, avevamo già trasferito in serra fredda alcune piante: Nicotiana glauca, Anisodontea malvastroides, Euphorbia mellifera, più alcune specie di Buddleja a fioritura invernale sulle quali sto lavorando per riprodurle – per ora poche piante, hanno un carattere meno malleabile delle altre. E gli esemplari che sono fuori, piantati in terra? Chi lo sa, i libri danno delle indicazioni di massima, ma la verifica occorre sempre farla sulla propria pelle.
E i vostri giardini? Stanno soffrendo insieme a voi? Ho l’impressione che in primavera non ci mancheranno gli argomenti di conversazione…
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Ma quest’anno si sono messi tutti d’accordo per fare TUTTE le fiere il 14 e 15 aprile?!
Scusate il mini-sfogo-tweet.
Riguardo a Land grabbing, sul sito di Report trovate la puntata del 18 dicembre dove, appunto, si parla dell’accaparramento delle terre agricole; dal minuto 19 al 24 viene illustrato il caso della Lombardia. Sul sito c’è anche il PDF dell’inchiesta di Piero Riccardi, una lettura molto interessante che consiglio insieme al libro di Stefano Liberti – per quanti siano ancora in cerca di regali.
Auguri terrosi a tutti.
Ho lasciato in sospeso due argomenti, la riunione con gli organizzatori di Murabilia e VerdeMura e il libro di Liberti; cerco adesso di tirare le fila, mi preme soprattutto di essere concreta e offrire spunti di riflessione non teorici, ma ben calati nella realtà – spunti di azione, quindi, più che riflessione.
Durante la riunione – pochissimo partecipata, va detto – sono state illustrate le mostre mercato prossime venture, i cambiamenti in programma e le linee guida che si intendono seguire. Per ciò che riguarda la primavera, si mantiene inalterata la posizione: una parte di espositori sopra porta Santa Maria e l’altra sugli spalti antistanti, fino al baluardo San Martino. Dal punto di vista dei contenuti tutto rimarrà invariato, si tratterà di una fiera della vita all’aria aperta che propone non solo piante, ma arredo, oggetti, artigianato. La novità più di rilievo è nel nuovo sito già attivo da un paio di settimane: ciascun espositore avrà a disposizione una pagina da gestire in autonomia, sulla quale è possibile caricare fino a tre fotografie, in cui presentare la propria attività, le eventuali novità, i contatti e tutte le informazioni aggiuntive che si ritengono importanti e interessanti. Mi sembra una novità intelligente; in questo modo l’organizzazione delega al singolo, senza mediazioni, di presentarsi e offrire un’immagine di sé breve ma essenziale e, se ben fatta, efficace.
Murabilia, almeno nelle intenzioni, dopo un’edizione non bene a fuoco, vuole tornare ad essere un punto di riferimento per quanti si interessano di piante e di giardino. Nel 2012 verrà ridimensionata e avrà luogo sui baluardi San Regolo e La Libertà, con un piccolo ambiente espositivo sugli spalti interni delle mura lungo il tratto che unisce Porta Elisa e il sotto della Libertà (in pratica dove c’è il cancello di servizio del Giardino Botanico, oltre lo stagno), affacciandosi in questo modo anche all’esterno delle mura, attraverso la sortita pedonale verso viale Giusti – chiedo scusa per l’intricata descrizione di vie e percorsi, se guardate questa cartina risulta tutto molto chiaro.
A latere, anche fisicamente, della fiera, ci saranno eventi gratuiti sui due baluardi – San Salvatore e San Colombano – rimasti “orfani” di Murabilia. Si tratterà di eventi a ingresso libero e, a quanto ci hanno detto, a tema libero, vale a dire svincolati da Murabilia; probabilmente uno dei temi sarà la musica, ma ancora non è stato deciso come impiegare i due spazi di risulta.
A mio parere sarebbe meglio sfruttare questi spazi preziosi, sia come dimensioni che per bellezza, per iniziative legate a Murabilia; ad esempio si potrebbero illustrare le alberature delle mura, mettere dei cartellini per ogni gruppo di essenze o esemplare isolato, pubblicare sul sito dell’Opera delle Mura una mappa dettagliata con i nomi comuni e scientifici degli alberi per ogni porzione di percorso e organizzare una serata per presentare questo lavoro. Si tratta di un parco molto frequentato e amato da tutti, curato nella manutenzione e credo varrebbe la pena di dargli anche un valore educativo: è sempre pieno di bambini e spesso di scolaresche. È una gioia nelle tiepide giornate primaverili e autunnali passeggiare sotto gli alberi delle mura, magari con un taccuino (cellulare, sistema operativo mobile, fotocamera, eccetera) in mano a segnare gli alberi che man mano sfilano in parata, forse a fine gita avremo innescato un interesse in più.
Oppure si potrebbero invitare dei paesaggisti a illustrare i loro lavori, con immagini e dettaglio delle piante utilizzate; iscritti all’Adipa che presentano le loro collezioni o i viaggi di interesse botanico; oppure, ancora, dare una sterzata di carattere più scientifico e giornalistico, di impegno civile in campo ambientale, con approfondimenti ad esempio sul ciclo dei rifiuti, oppure sulla composizione dei terricci comunemente usati in floricoltura, o sui concimi, sui metodi di lotta integrata in agricoltura, sulle tecniche di potatura degli arbusti più diffusi nei nostri giardini.
Queste le prime iniziative che mi vengono in mente, ma non credo manchino gli argomenti e adesso non scarseggia nemmeno il tempo: 100 giorni a VerdeMura e 250 a Murabilia, si può ancora fare tutto!
Lo scrivo piccolo, ma lo penso grande: perché, visto il periodo economico non proprio roseo, non si porta il costo d’ingresso di tutte le più importanti mostre mercato di piante a cinque euro? [sento il sibilo di spari vicini, non crediate]
Ho appena comprato il libro di Stefano Liberti, Land grabbing, ed. minimum fax (244 pagine, 15 euro) e non vedo l’ora di iniziarlo. Già la citazione all’inizio mi ha fatto sobbalzare:
Sono ottimista: un giorno la Terra servirà a concimare un pianeta lontano.
Altan
Vi farò sapere come è andata.
Sempre pensato che le graminacee piantate in massa, durante l’inverno assumano un che di piacevolmente sinistro.
O forse capita con tutte le piante nel momento di morte apparente.
Mi sento in dovere di scrivere questo post di riflessione anche se, a botta calda, fatico a dare un ordine a tutte le cose che mi salgono alle dita. Murabilia quest’anno è stata una fiera con qualche elemento di difficoltà: quattro baluardi occupati – cioè un percorso lunghissimo, estenuante -, una mappa piccola e poco comprensibile data ai visitatori, il baluardo delle zucche e delle associazioni relegato a una distanza improponibile, un numero insufficiente di carrelli, un unico bar, eccetera. Detto questo, è ovvio che rimane una fiera bellissima, che l’ambientazione è unica, che in tanti si sono dati da fare in maniera egregia, ma lo scossone alle fondamenta si è sentito e in tanti l’abbiamo rilevato e denunciato.
L’organizzazione di una mostra di piante insolite, rare – date il nome che preferite – presuppone l’armonizzazione di molti fattori anche distanti tra loro: ci vuole una grande forza per decidere, per sapere quando è giusto mediare o invece è meglio imporsi, per giudicare il lavoro di quanti chiedono di partecipare, per vedere, oltre alle intenzioni, il prodotto interessante o dozzinale, per stimolare i piccoli vivai a farsi un po’ più grandi o incentivare i grandi a spendersi ancora in ricerca e non adagiarsi sui risultati ottenuti, per fare abbassare la cresta a quelli che ormai si sentono importanti e fanno la voce grossa, oppure amplificare le voci sottili che arrivano dal basso e hanno bisogno di essere ascoltate. Sostanzialmente è un lavoro di grande ascolto, di scelte – anche difficili e discutibili, sempre col rischio di sbagliare – e infine di risposte estremamente concrete. Per non parlare del lavoro, immagino estenuante, di mediazione con tutti i poteri politici e corporativi che reclamano attenzione.
E’ un mestiere che presuppone sensibilità, passione, intuito, spirito di osservazione, e anche una grossa dose di “tigna”, di spirito decisionale in grado di andare oltre il singolo per la buona riuscita generale. Il rischio, a mio modo di vedere, è che questi due aspetti, ugualmente fondamentali, perdano l’equilibrio fra loro e un aspetto prenda il sopravvento.
Murabilia, da un paio di anni, si trova in questo stato di bilico: diventare più grande, offrire sempre di più, ma senza perdere le caratteristiche – di piccola fiera verace – che la rendono unica e autentica.
Vorrei citare a questo proposito ciò che dice, nel video qui sotto, Peter Zumthor del lavoro di Piet Oudolf:
Ho progettato questa struttura e chiesto al paesaggista Piet Oudolf di occuparsene e lui ha creato un lavoro meraviglioso. Non c’è stata in realtà discussione di “cosa farai” e “voglio vedere questo” o altro. Ho avuto fiducia in lui.
Così nelle fiere, è giusto che la parte politica e burocratica dia un’impronta reale e fattiva e tiri le somme, come è altrettanto fondamentale che chi si occupa di piante sia messo nella condizione fare delle scelte, e che le due parti lavorino in maniera armonica e sinergica e con una limpida fiducia reciproca per un unico fine. La Adipa, gli amatori, le zucche sono un tratto caratteristico e inconfondibile che negli anni ha permesso a Murabilia di emergere tra le fiere, stiamo attenti a non perdere le qualità per strada perché gli equilibri sono fragili e difficili da ristabilire una volta alterati.
Vorrei fosse chiaro a tutti che questo è un post da tifosa di Murabilia e si sa che i “fan” desiderano sempre il meglio per l’oggetto della loro ammirazione.
Per come la vedo io, il disegno di giardini è un’attività che ha a che fare con l’architettura, più che con l’arte; in sostanza è architettura del paesaggio. Principalmente perché ci si occupa di luoghi, di spazi, di tre e più dimensioni, di connessioni, di percorsi, tutte cose strettamente legate all’architettura che, anzi, la qualificano come tale. L’arte ha più a che vedere con l’espressione dell’uomo, con il bisogno di contemplazione. Gli spazi aperti rispondono a logiche, propongono risposte concrete, direi quasi fisiche. O forse, è sbagliato indicare categorie rigide e sarebbe meglio dire di avere una propensione: quando entro in un giardino la prima cosa che davvero mi interessa è la qualità dello spazio. Come è stato pensato, progettato, come mi viene proposto, come il mio sguardo lo possiede o, al contrario, se sfugge, è nascosto. Vedo le masse, gli alberi, le posizioni, i pieni e i vuoti. Naturalmente questa struttura è ottenuta con materiali e colori: ben diversa è una siepe fitta di tasso, con le sue piccole foglie nere che assorbono tutta la luce, e una di alloro, foglia media, coriacea, appena lucida, massa meno compatta, oppure carpino, fresca, verde, brillante, morbida. Lo stesso discorso si applica a tutto: alberi singoli, in coppia, in sequenza, lontani e visibili solo in tralice, alti, antichi, spoglianti, sempreverdi, esausti dall’uso di un’epoca. Tutti questi dati convergono a creare un’impressione di spazio, in un attimo. Poi non a tutti interessa fare il percorso inverso di lettura puntuale delle intenzioni di progetto, di dove ci sta portando e se riesce a farlo fino in fondo. Personalmente, solo dopo mi soffermo sulla singola pianta, pur intuendone nell’immediato la scelta – magari anche sbagliando, ma non è un problema. Evito di levare la singola pianta dal contesto, quando è usata nel progetto, altrimenti mi salta tutta la geometria e l’arte mi squaderna ogni cosa. Perché la singola pianta mi confonde e nel moto empatico perdo i confini io stessa.
Ma le mie elucubrazioni poco importano; è già da un po’ che ho letto il libro di Ettore Sottsass Scritto di notte e mi torna utile riportare qui alcune parti.
A dire la verità la parola arte, usata e strausata, non mi piace per niente. Sa troppo di Ottocento, e ormai serve soltanto per spiegarsi in fretta, per dire che c’è l’arte dovunque, come la creatività che c’è dovunque. Anche nel disegno della mutande, dell’intimo c’è la creatività, cioè l’arte. Io penso che la parola arte, cioè l’arte, bella parola come lo zucchero da mettere su tutto quello che è amaro, riguardi soltanto la pittura e la scultura, oggetti che si vendono nelle gallerie o nelle aste, mentre esclude l’architettura e le cosiddette arti decorative o arti minori che sarebbero i tappeti, i mobili, le ceramiche, i gioielli e tutte queste cose, appunto, minori.
Ad ogni modo ho sempre pensato che l’architettura non è altro che il disegno di un posto artificiale che “si abita”. Un posto che si abita con il proprio corpo e con la propria anima, sudati o raffreddati, sanguinanti o con la pelle bella lucida, impauriti o speranzosi, contenti o piangenti.
Invece ho sempre pensato che la pittura e la scultura “si guardano” e il nostro fragile corpo e la nostra fragile anima possono essere toccati ma stanno più o meno lontani, prendono le distanze. Io finisco lontano da me stesso, mi fermo, quasi sto un po’ male. Quando trovo l’arte sono trascinato lontano da me, mi polverizzo in molecole sconosciute, finisco in uno spazio misterioso al di là di tutto.
Ho sempre pensato che l’architettura sia meglio chiamarla con il suo nome: architettura e non arte, come la musica si chiama musica e la poesia si chiama poesia. Mi piacerebbe che anche l’ingegneria si chiamasse ingegneria e non, come si usa spesso, architettura. Ho sempre pensato che a vivere nell’architettura “io” sono sempre presente, mi porto sempre dietro, non mi dimentico mai di me stesso, non svengo, la mia vita continua; anche se piango, piango con l’acqua delle mie lacrime. Mi piacerebbe che anche il disegno delle mutande si chiamasse disegno delle mutande e non arte.
Ho sempre pensato che sia meglio usare le parole giuste, così si sa meglio che cosa si sta facendo; anche parlando e anche scrivendo.
Scritto di notte è un libro particolare perché nasce quasi alla fine – è uscito nel 2001 – di una vita lunga (1917-2007) e densa di avventure sia personali che collettive, di un uomo che non si è negato, che è stato generoso. In un’altra parte del libro – in molte parti, per la verità, essendo una narrazione con una cronologia inconsueta – parla del linguaggio dell’architettura e della necessità di liberarlo, di combattere gli automatismi. Credo sia utile anche per chi si occupa di giardini cercare una nuova via espressiva, al di là della solita aneddotica trita.
Continuavo a essere un architetto e la ragione di tutte quelle mie agitazioni finiva sempre per nutrire il mio disegno di un possibile nuovo modo di essere dell’architettura. Vivevo nelle frange residue di un pensiero vasto che già c’era stato: il pensiero con il quale si tentava di liberare l’architettura, e anche la pittura, dalle croste che chiamavo letterarie; si tentava di cancellare l’architettura e la pittura dai simboli di casta, da rappresentazioni cartolina, da supporti narrativi, da giustificazioni più o meno nascoste nel destino dei vari poteri. Si trattava di provare fin dove poteva arrivare una poetica solitaria, se poteva possedere linfa in se stessa. Provare fin dove aveva spazi intorno per muoversi; fin dove poteva rispondere alla continua domanda, alle continue instabili domande in perenne nomadismo.
Quelli che ci stavano provando, quelli che ci hanno provato, quelli che hanno capito che stavano cambiando le domande e che stavano arrivando nuovi pensieri, nuove necessità e che era il momento di prendere le distanze dalle vecchie “scale di valori”, come si chiamano oggi, erano personaggi strani.
Anch’io, mio malgrado, ero in continuo movimento, anch’io, mio malgrado, volevo sapere tutto, conoscere tutto, provare tutto.
Domenica mattina ero a Milano per Orticola e mi sono persa. Cerco sempre percorsi alternativi per provare strade nuove e “ho trovato una scorciatoia!” è la mia frase preferita. Di fatto, questa volta volevo verificare che una data cosa fosse dove ricordavo, però a un certo punto due strade che pensavo parallele si sono rivelate perpendicolari e le certezze hanno vacillato. Ma ho trovato un angolo interessante a cui Daniele Mongera ha dato un nome: Orto della Fede nel Giardino della Chiesa Protestante. Se non vi fate spaventare dalle maiuscole e dal misticismo, vi consiglio una visita, è in via Montebello all’incrocio con via Marco De Marchi.
Di solito le iniziative legate a eventi di breve durata sono abbastanza tristi, messe insieme alla bell’e meglio per coprire un buco di creatività, di spazio, di budget. Invece l’orto in questione non è affatto male. Sarà stata la domenica, il silenzio, l’ombra degli alberi e della facciata austera, ma non è la solita aiola raffazzonata; i cassoni che contengono la terra sono realizzati con cura, c’è un impianto d’irrigazione, tutto risulta credibile e “vero”. Sarebbe bello monitorarlo nel tempo.
