Archive for the 'arte' Category

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Tokyo Green Space

Tokyo Green Space è un sito che si occupa di piante e di persone che portano la natura all’interno delle grandi città, nella fattispecie Tokyo, ma non solo.

DAILY STYLE #1 JARED BRAITERMAN from BELL STREET FILM on Vimeo.

GARDENISTA

Un sito che ultimamente visito spesso e che talvolta mostra ottime soluzioni per il giardino, anche solo un’atmosfera a cui ispirarsi, è GARDENISTA. Ci sono tante belle foto che illustrano in maniera chiara vari argomenti riguardanti il vivere fuori e – così mi pare perché forse è una mia mania – mostrano i luoghi intermedi dentro/fuori, con soluzioni a tratti portentose che possiamo aggiustare in base alla realtà delle nostre case e dei nostri giardini (piccoli o grandi che siano). Naturalmente si tratta di un sito in cui vengono proposti oggetti da comprare, con i limiti che ciò impone: in sostanza prezzi altissimi per cose anche banali, ma regala a piene mani idee e soluzioni ingegnose, tutto con quel gusto contemporaneo per la bella immagine.
In particolare se andate sulla photo gallery, potete inserire diversi criteri di ricerca – materiali, paesi, stili, colori, etc – e trovare proprio quel particolare carattere che desiderate dare al giardino. Oppure nella stringa di ricerca generica potete mettere il nome di una pianta e trovate gli articoli in cui viene menzionata; ho dato un’occhiata e le indicazioni sono abbastanza precise.

C’è da perdersi, ma almeno abbiamo la scusa di farlo per la nostra crescita estetico-botanica, e poi lo sanno tutti che il naufragar, eccetera.

il film su Piet Oudolf

A proposito di quel breve video su Vimeo “Fall, Winter, Spring, Summer, Fall”: in sostanza si tratta di un documentario che Thomas Piper girerà durante cinque stagioni (inizia e finisce in autunno) al seguito di Piet Oudolf nei suoi giardini.
Le informazioni più precise e chiare le trovate sul tumblr di Adam Woodruff, un “garden artisan” americano, come lui si definisce.

This feature documentary will follow Piet and a number of his most important gardens across five seasons, capturing, in beautiful high-definition cinematography, all the aspects that make his designs so unique and revolutionary: painterly compositions featuring forgotten or unheralded plants; the celebration of a plant’s full life cycle including death; and the orchestration of these elements in gardens that evoke the emotional responses of being in the wild – and are, in fact, fantastically bio-diverse – but done so by meticulous design.

Vale proprio la pena di leggerlo con attenzione. E se avete fatto caso a ciò che Oudolf dice nel video

These are the drawings for Durslade. This is a meadow of one and a half acre. It’s a complex of farmhouses that’s going to renovate and become a gallery and also a place where the artists can stay. It’s meant to get lost in, so it’s quite big. I feel very much connected with Durslade and the people that asked me to do the garden.

non potete che essere come me che guardo questa pagina e non vedo l’ora che arrivi il 14 settembre!

Oudolf Durslade

Fall, Winter, Spring, Summer, Fall

a breve un post, rimanete nei paraggi…

Planting: a new perspective

Il libro cui accennavo l’altro giorno è
Piet Oudolf and Noel Kingsbury, Planting: a new perspective, Timber Press, 2013

e se cliccate sulla foto potete leggerne qualche stralcio; anche se, secondo me, è da avere. Perché è un libro difficile, lento e laborioso nella lettura – non per l’inglese che, anzi, è piuttosto semplice – che obbliga a pause, a ricerche ulteriori. Perché è un libro profondamente moderno, di domani, quasi più che oggi. Parla di ciò che oggi è ancora in nuce e che sarà; come potrà/potrebbe essere il mondo. Ma non pensiate sia un libro fumoso, new age, teorico, per niente: è preciso, sul campo, angolato, dritto, lucido e informatissimo (con tantissime indicazioni sulle singole piante). Ho l’impressione sia la summa del lavoro che Oudolf (e altri, in realtà; vengono nominate molte personalità del giardinaggio contemporaneo, con grande generosità) sta portando avanti da anni e che da solo non sarebbe mai stato capace di esprimere a parole – nello stanarlo Noel Kingsbury è magistrale.
Non un instant book che si scrive e si legge in un attimo, ma una scrittura sedimentata che chiede tempo. Chissà, magari quando lo finisco – confesso, l’ho già finito, ma voglio capire anche la singola virgola – ne riparliamo.

Meanwhile, not in Italy…

Due notizie recenti hanno colpito la mia attenzione, per vari motivi. Essenzialmente si tratta del riutilizzo di pezzi di città, ed è una cosa sempre interessante: di permettere al XXI secolo di impadronirsi di vecchia roba che sta lì da troppo tempo, quasi un intralcio, per renderla viva di nuovo, utile e ganza. Perché le infrastrutture hanno un senso in quanto offrono un servizio, quando questa capacità viene meno – e cambiano tutti i parametri che muovevano cose e persone, presto si trasformano in un’occupazione indebita di spazio. E noi stessi siamo molto diversi, ci piace andare in bicicletta, stare all’aperto, sederci sotto agli alberi, coltivare i pomodori – o forse piace solo a me?! La pianificazione del territorio tiene le redini di un animale in continuo movimento; alcune gestioni reagiscono meglio di altre, forse sanno ascoltare con più attenzione i messaggi di cambiamento e indirizzano prima le energie dove c’è bisogno.

L’esperienza della High Line a New York ha segnato – e siamo solo all’inizio – un punto importante nella risposta alle nuove necessità urbane; e ora ci riprovano con la QueensWay. Nel 2011, un gruppo di residenti del Queens (un distretto della città di New York) che vive in prossimità della LIRR Rockaway Beach Branch – un servizio ferroviario urbano in disuso dal 1962 – ha formato un comitato per studiare e proporre la costruzione di un parco simile alla High Line. Al momento sono stati incaricati due studi di architettura, urban design e pianificazione territoriale per studiare e valutare la fattibilità del progetto; i residenti si riuniscono regolarmente per discutere le proposte, e l’idea procede cercando di acquisire forza e concretezza.

La seconda notizia riguarda Londra e probabilmente ha un livello di fattibilità superiore; i giornali italiani la danno come una cosa certa, ma il Guardian, in un articolo lungo e interessante, parla dell’intero progetto e poi lo ridimensiona riportandolo a un percorso iniziale di 6,5 km.
Il Sole 24 Ore ha tradotto a grandi linee l’articolo:

Partono a Londra i lavori per la realizzazione della prima pista ciblabile sopraelevata, una SkyCycle che dovrebbe coprire tutti i punti principali della città, collegandosi alle principali stazioni metropolitane. SkyCycle permetterà ai ciclisti di “volare” su tre livelli con numerosi accessi alla pista, senza intralciare il traffico dei mezzi urbani.
Il progetto è quello di un percorso di oltre 210 chilometri che si aggancerà alle infrastrutture ferroviarie a zero consumo di suolo. Strutture tubolari in vetro, prive di copertura, avvolgono una gabbia elicoidale la cui forma crea percorsi fluidi e dinamici che popolano tetti di edifici e vecchie linee ferroviarie. Il progetto, sarà curato dagli studi di Exterior Architecture, Foster and Partners e Space Syntax e una volta realizzato permetterà ad oltre 6 milioni di londinesi di recarsi al lavoro in bicicletta. Il pedaggio sarà a pagamento, ma il prezzo sarà inferiore alla metà del costo del biglietto metro o bus. Il sindaco Boris Johnson ha già dato il via ai lavori per la prima tratta, che collegherebbe Liverpool Street con l’East London.

Il progetto è giustamente molto ambizioso, Sam Martin di Exterior Architecture dice che il sogno è quello di potersi svegliare a Parigi, andare in bicicletta alla Gare du Nord, prendere il treno per Stratford per poi proseguire in bici verso il centro di Londra in pochi minuti – abbastanza esaltante anche solo pensarci. E tutto nasce dal progetto di quando era ancora studente di un impiegato, Oli Clark, sviluppato a pezzi successivi quasi come un passatempo all’interno di Exterior Architecture.
D’ora in poi potrò fantasticare di arrivare a Londra col mio ferrovecchio!

Two-Minute Magazines

Per ora un video:

tutto ok

Dopo varie vicissitudini, oggi mi è arrivato il #5 della rivista THE PLANT. L’ho sfogliata solo un attimo, ma presto saprò farvene un resoconto dettagliato. Stay tuned!

misteri

Come già scrissi, mi sono abbonata a THE PLANTA journal about ordinary plants and other greenery. Era fine agosto e avevo chiesto mi venisse mandato il numero in corso e il successivo – esce due volte l’anno. Prima mi hanno scritto che non gli risultava il pagamento (e mi era appena arrivata la ricevuta addirittura cartacea), al che ho verificato e ho mandato il resoconto della carta che comprovava la mia regolarità. Allora mi hanno risposto che sì, avevo pagato, ma nel frattempo il numero in questione (#4 Marantha – The aesthetic appeal of a pattern, che mi interessava) era esaurito e mi avrebbero mandato il successivo.
Ora il #5 è uscito, mi arriverà mai?

Se qualcuno si fosse abbonato prima di me e avesse notizie in merito, per favore si faccia avanti.

The Plant

Mi sono abbonata a questa rivista

dovrebbero arrivarmi il numero in corso, Issue 04 – Marantha – The easthetic appeal of a pattern, e il successivo; per ora mi è arrivata solo la ricevuta di pagamento.
Mi piace molto il sottotitolo THE PLANT – A journal about ordinary plants and other greenery, perché è easy e poi apprezzo la foto di copertina con le foglie di Hosta che stanno seccando.
Appena mi arriva (speriamo presto!) vi faccio sapere.

Venezia

Ho fatto alcune foto

Oudolf Vergini 1

Oudolf e Siza

al Giardino delle Vergini

Oudolf Vergini 2

Oudolf - Giardino delle Vergini

che Piet Oudolf progettò nel 2010 per la Biennale di Architettura.
È stata una sorpresa vederlo curato e ben tenuto a tre anni dall’impianto; veniamo da un inverno e una primavera particolarmente piovosi e forse questo ha aiutato, ma l’irrigazione funziona bene, come pure il diserbo manuale, il taglio del prato tutt’intorno e la pulizia dei bordi. Si diceva, la primavera è stata fresca e protratta nel tempo, e di sicuro ha il merito di aver prolungato e diluito le fioriture; in effetti c’era pochissimo fiorito (metà giugno): qualche Geranium, la Kalimeris, qualche Echinacea, una Achillea, almeno un paio di varietà di Echinops. Gli Eupatorium sono pronti, le graminacee belle pimpanti.

Oudolf Vergini 4

Oudolf a Venezia

Dal punto di vista dell’impianto niente da dire, è tutto ben equilibrato. Il giardino è più grande di quanto pensassi e le masse sono solide e proporzionate, le graminacee danno leggerezza e le fioriture sono piccole e aggraziate. È tutto molto giusto, anche un filo monotono, ma credo che in origine ci fossero più piante verticali (i temibilissimi anemoni del Giappone sono pronti a mangiarsi tutto lo spazio, nella competizione vincono sempre loro), manca infatti un po’ di slancio in alto, qualche punto esclamativo, qualche Verbascum, qualche Inula, qualcosa che squaderni la compattezza delle masse.
C’è da dire che il contesto è meraviglioso, la consistenza liquida e rosa di Venezia

Oudolf 5

Arsenale - Venezia

che alle Corderie diventa tangibile nei passaggi tra luce forte e ombra forte e poi ombra più leggera degli alberi – appena usciti dal padiglione Italia (opere molto belle, lo consiglio), buio, si va in un giardino di ciliegi a chioma aperta, frondosi, sanissimi ed enormi e poi ci si incammina per le Vergini, che arriva dopo una piccola strozzatura. Le alberature sono preesistenti e importanti, come pure le architetture antiche, chiare, di mattoni a vista, con finestroni aperti sul cielo.

Oudolf Vergini 6

Piet Oudolf + Alvaro Siza

C’è il padiglione che nel 2012 progettò Alvaro Siza (lo vedete anche nella prima foto in alto) e che spero non venga mai rimosso – di solito le installazioni sono temporanee, è abbastanza curioso (e fortunato!) che questa sia rimasta – perché dialoga alla perfezione con il giardino di Oudolf, tanto da chiedermi se fosse altrettanto riuscito prima dell’inserimento dei grossi muri scialbati opachi e poi tinti di bordeaux scuro che racchiudono un vecchio platano enorme e chiarissimo, come la piccola ghiaia tutta intorno.

No, decisamente non saprei dire se il giardino di Oudolf mi convince del tutto. La sensazione è che sia Oudolf che fa Oudolf, e nella scelta di mettere in scena le sue piante preferite, dimentichi (volutamente?) che il teatro è piuttosto ingombrante e insidioso, che a duecento metri c’è il mare. Non c’è niente di neutro nel paesaggio architettonico e lagunare di Venezia, c’è sempre un po’ di Mediterraneo e un po’ di oriente, un po’ di contemplazione bizantina che forse vibra corde difficili da trovare. Le parti più riuscite sono le strisce di graminacee che restituiscono un diaframma che ci avvicina alla luce e al riverbero del nostro sole e mare.

Oudolf Vergini 3

graminacee al Giardino delle Vergini

colore per terra

So che non dovrei dire certe cose, ma per me questo è un giardino:

(immagine di John Lehr)

Rousham

Ancora Rousham, era già venuta fuori questa mia fissazione quando lessi Spirit – Garden Inspiration di Dan Pearson, anzi, addirittura andai a Roma a vederne la presentazione. È che quando piace una cosa, il pensiero casca sempre lì e si rinnova il piacere anche con chi ci sta attorno.
Un’amica mi ha mandato il link a questo video:

che è bello e abbastanza corto da essere visto per intero, ve lo consiglio.
Monty Don è uno dei presentatori di Gardeners’ World, un programma di giardinaggio che va in onda ogni venerdì sera su BBC2, ovviamente in Gran Bretagna. E il giardino di Rousham si presta moltissimo ad essere visto in movimento perché modella i suoi passaggi costantemente in contatto con ciò che lo circonda, sia il paesaggio che il percorso stesso, con i punti di luce, di ombra, di forte mistero o di fermo riposo. Si passeggia in modulazione con il suono – acqua, respiro, uccelli, vento -, la vista che via via si apre e si chiude con gli occhi che si abituano alla luce e al buio, il passo che incontra il suolo morbido, duro, scricchiolante, scivoloso, sicuro o incerto; a volte nella progettazione si lasciano indietro dei sensi, ma a Rousham li contiamo tutti e dialogano vivacemente fra loro. Spero ci siano molti progettisti che sacrificano un po’ delle suggestioni solo visive e bidimensionali, a favore di una spazialità complessa, meno digeribile nell’immediato e meno fotografabile, ma più appagante e misteriosa.

in giro

Come si può disegnare liberamente quando si sta fuori – talvolta anche dentro.

Abstract Gardening

Per un caso fortuito e davvero fortunato mi sono virtualmente imbattuta in Marjolijn De Wit, un’artista che mi piace. È olandese e l’anno scorso ha esposto alla Otto Zoo, una galleria d’arte contemporanea aperta a Milano nel gennaio 2008 da Francesca Guerrizio e Maurizio Azzali.
La personale si chiamava Abstract Gardening

ne copio qui il comunicato stampa – ben fatto, leggibile e chiaro:

La mostra si focalizza su un tema centrale nel lavoro di De Wit: l’intervento dell’uomo sulla natura che è divenuto ormai così globale da influenzare la nostra percezione, fino a far quasi scomparire il confine tra il naturale e l’artificiale.

La natura attraversata dall’uomo è una metafora edulcorata nei parchi e nelle riserve naturali, commercializzata negli eco-shop e nei resort, servita in piccole dosi sulle terrazze e negli appartamenti cittadini, resa mediatica dalle finte scenografie televisive. Questi sono gli scenari da cui l’artista è attratta e attraverso i quali – estrapolando gli elementi organici e artificiali dal loro contesto originario – esplora il rapporto tra la pittura figurativa e astratta.

De Wit realizza infatti grandi tele, gouache, serigrafie, collage e lavori tridimensionali, interessata principalmente ad una natura deformata, eccessiva, stremata al limite del grottesco, dove l’elemento astratto rende più vitali e ironiche le sue immagini.

L’installazione Abstract Gardening raggruppa una serie di lavori che prendono spunto dall’arte del giardinaggio, dagli strumenti e dalle tecniche impiegate. In mostra grandi tele ad olio, piccole gouache, serigrafie, collage e sculture di ceramica spesso usata insieme ad altri materiali come plastica e alghe essicate. I soggetti sono boschi metafisici, nature morte formate da strutture molecolari, barriere coralline artificiali. De Wit è attratta da tutto ciò che è in between, dalle fasi di transizione di questi processi che diventano nelle sue opere paesaggi indefiniti nei quali l’artista può inoltrarsi liberamente. Nel suo lavoro è assente un atteggiamento moralistico nei confronti delle ripercussioni ambientali di questa continua prevaricazione umana sulla natura, ma è latente l’assunto che non esiste più un’idea di natura pura e incontaminata, con tutte le conseguenze che questo comporta.

Qui c’è il testo di uno scrittore e critico d’arte olandese; apprezzo il desiderio vero di spiegare, con un linguaggio che cerca di rendere piano e comprensibile il lavoro artistico, senza cadere nell’inutile, insopportabile e spesso ridicola retorica narcisistica di settore. Ma più che leggere, è importante vedere le opere, anche nel limite obbligato di una fotografia.
Purtroppo la mostra è conclusa, ma non dispero di riuscire a vedere le opere dal vivo chissà dove chissà quando.

e manca poco a Natale, se voleste regalarmi un Marjolijn De Wit ;)

nomina nuda tenemus

A fine giugno sono stata in gita a Roma con mio figlio; non abbiamo visto giardini, se non incidentalmente, abbiamo piuttosto assorbito un po’ di metropoli, di scavi sotto il sole, di vedute sopraelevate, di bocche della verità. Il giro classico, insomma, che deve essere fatto a una certa età – la sua, come io feci a suo tempo, adolescente.

Siamo stati anche alla Fondazione MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo (Centro per la documentazione e la valorizzazione delle arti contemporanee) per riequilibrare la sovraesposizione all’arte antica inevitabile a Roma. Non voglio entrare nel merito delle collezioni, ma restare in tema vegetale; in particolare, nella Galleria 1, erano illustrati i cinque progetti finalisti (fra cui il vincitore) del concorso YAP (Young Architects Program) – il programma prevede che ogni anno uno studio di architettura emergente progetti un’installazione capace di offrire ai visitatori uno spazio per gli eventi estivi del museo e un luogo con “ombra, acqua e spazi per il relax” (dal sito). Tra questi Amazing Sun: Exploring the Sun di YellowOffice, uno studio di landscape design di Milano (informazioni che leggo sul loro sito). Niente da dire sul progetto, non è questo il punto, ma date un’occhiata all’elenco delle piante (che era esibito in forma di slide anche all’interno dell’esposizione) da utilizzare: la tassonomia è sballata. Ora, io non ho nessun titolo per insegnare niente a nessuno, tengo care le cose che so – semplici nozioni imparate negli anni di pratica più che di studio specifico – ma il MAXXI dispone di un comitato scientifico, di numerosi assistenti, di un organico numericamente consistente e senza dubbio preparato; perché questo svarione macroscopico? Se si utilizza una classificazione scientifica, soprattutto se si è uno studio di landscape design o una fondazione come il MAXXI, la precisione è d’obbligo, non si tratta di essere dei nerd della botanica.

Cortaderia selloana
Molinia caerulea subsp. arundinacea ‘Transparent’
Molinia caerulea ‘Moorhexe’
Cimicifuga (manca la specie)
Festuca mairei
Deschampsia cespitosa ‘Goldtau’
Persicaria amplexicaulis ‘Orangefield’
Eupatorium maculatum ‘Riesenschirm’
Anemone robustissima
Eupatorium rugosum ‘Chocolate’
Aster ‘Oktoberlicht’
Aster ?
Tricyrtis formosana ‘Purple Beauty’
Allium (manca la specie)
Salvia officinalis
Lavandula stoechas

American Horror Stipa

Sempre pensato che le graminacee piantate in massa, durante l’inverno assumano un che di piacevolmente sinistro.

Stipa?

O forse capita con tutte le piante nel momento di morte apparente.

Lucca Comics

Arriva il momento dell’anno in cui tutti gli impegni si allentano e finalmente si possono fare le cose. Sono stata a vedere Lucca Comics e ho conosciuto Roberta Colombo dell’Associazione Culturale Hamelin di Bologna che collabora con l’invito alla selvatichezza di Paolo Tasini ed Emanuela Bussolati (attraversogiardini). Poi sono stata a Palazzo Ducale dove, come ogni anno, c’è una mostra gratuita in cui vengono presentati in maniera più approfondita alcuni autori o alcuni temi portanti della fiera. Vale sempre la pena di visitare queste mostre, organizzate con una cura e un impegno notevoli, divulgative ma per niente banali; trovo siano un regalo per la città e sarebbe forse possibile pensare a qualcosa di simile anche in occasione delle mostre mercato di piante che alla fine rimangono relegate ai giorni di fiera, mentre invece potrebbero offrire qualcosa/molto anche alle persone il cui interesse è vago e non finalizzato all’acquisto, ma che di fronte a un evento gratuito e gestito con intelligenza – una sorta di “prequel” – potrebbero dimostrare partecipazione. E la mostra a Palazzo Ducale è davvero notevole, tre artisti in particolare: Davide Reviati, Manuele Fior e Jiro Taniguchi, se non li conoscete (e io non sono certo un’esperta) consiglio approfondita ricerca. Ho anche trovato il libro che fa per me

il cui protagonista è un amabile flâneur, cara immagine di uomo normale, con una larga faccia quadrata, che bighellona nei dintorni di Tokyo e di volta in volta incontra e si confonde con gli animali, le cose, il tempo atmosferico e quello dell’orologio, il traffico, gli alberi, le persone. In questo rapporto fluido con la natura, pronti a cogliere ciò che ci somiglia ed è capace di sciogliere i nodi, troviamo svelato il mistero del piccolo e del grande nel concreto di una passeggiata.

Peccato che la mostra a Palazzo Ducale finisca oggi, insieme a Lucca Comics. Dal momento che lo sforzo organizzativo è stato fatto, non varrebbe la pena di prolungarla ancora un paio di settimane?

Serpentine Gallery 2011

Mi spiace di non avere il tempo di tradurre e approfondire questa notizia, per me strabiliante, ma ora ho vagamente il tempo di fare niente a parte il dovere.
Si tratta del padiglione temporaneo che ogni anno la Serpentine Gallery di Londra fa allestire a un architetto, quest’anno il mio idolo Peter Zumthor in collaborazione con l’altro (mio idolo) Piet Oudolf. Non uso mezzi termini perché non ho tempo di trovarli e anche perché quando si intravede la materia vera occorre celebrarla come si deve.
Si tratta, a vederlo bene, di una serie di luoghi uno dentro l’altro: la grande città, Londra, con dentro il grande parco, Hyde Park, con una porzione, i Kensington Gardens, e un’architettura scura e muta che fa da scrigno a una striscia fiorita preziosa sotto un’unica fetta di cielo. Qui trovate notizie e immagini; qui c’è un articolo più incentrato su Oudolf. Su quest’altro sito c’è un bel video

Interview: Serpentine Gallery Pavilion 2011 by Peter Zumthor from Dezeen on Vimeo.

con il testo interamente trascritto qui:

My name is Peter Zumthor, Zumthor meaning “by the gate,” a nice name for an architect I think. I started out in my father’s shop as a cabinetmaker, and slowly slowly … now I’m an architect. I’m a passionate architect, and I think it’s a beautiful profession. I do not work for money. I don’t go for commercial projects, I go for projects where I can put my heart into it, and which I think are worthwhile doing.

Gardens have become more and more important for me, working as an architect. When I was young I enjoyed them but not really consciously. The older I get, the interest becomes more keen and I want to be close to gardens, and I want to be into the gardens, so my work reflects this kind of desire to know more about it, and to integrate the garden or maybe even make the garden as a centrepiece and the architecture just a frame.

I make a building which acts as a stage. The garden is in the centre, and not you, not me, and not anybody else, we are around the garden, not in the garden. I think everybody understands right away what this would mean, and many of know, have some vague knowledge that an enclosed garden — there is something beautiful about it.

I made this frame and asked the landscape architect Piet Oudolf to do this, and he did a marvellous job. So there was no concept discussion of “what are you going to do” and “I want to see this” and so on. I trusted him. He surprised me with this wonderful wild garden with a lot of beautiful flowers you would find on the edge of a field or the edge of woods and so on. So there’s a statement I think, or maybe there’s no statement. It depends.

This garden is a typological piece; it’s a type. It’s not a context piece. So in a way this kind of garden, this kind of viewing, this device, can be anywhere. Somebody buys this and puts it up somewhere else, so it cannot be a piece of the place. So this piece is sort of a more eternal piece, it comes from afar. And if you put it up somewhere else, it would have other plans, other sky, and another climate. So let’s see what happens. I think chances are good it will be put up again, and I will see then what’s in it.

Per finire, volevo solo far notare quella cosa sublime delle due rampe di accesso al blocco nero: inizialmente sono a livello del terreno, poi man mano avvicinandosi alle porte, le stradine si alzano e arrivano all’edificio con una quota appena superiore. Brividi!

architettura, Sottsass

Per come la vedo io, il disegno di giardini è un’attività che ha a che fare con l’architettura, più che con l’arte; in sostanza è architettura del paesaggio. Principalmente perché ci si occupa di luoghi, di spazi, di tre e più dimensioni, di connessioni, di percorsi, tutte cose strettamente legate all’architettura che, anzi, la qualificano come tale. L’arte ha più a che vedere con l’espressione dell’uomo, con il bisogno di contemplazione. Gli spazi aperti rispondono a logiche, propongono risposte concrete, direi quasi fisiche. O forse, è sbagliato indicare categorie rigide e sarebbe meglio dire di avere una propensione: quando entro in un giardino la prima cosa che davvero mi interessa è la qualità dello spazio. Come è stato pensato, progettato, come mi viene proposto, come il mio sguardo lo possiede o, al contrario, se sfugge, è nascosto. Vedo le masse, gli alberi, le posizioni, i pieni e i vuoti. Naturalmente questa struttura è ottenuta con materiali e colori: ben diversa è una siepe fitta di tasso, con le sue piccole foglie nere che assorbono tutta la luce, e una di alloro, foglia media, coriacea, appena lucida, massa meno compatta, oppure carpino, fresca, verde, brillante, morbida. Lo stesso discorso si applica a tutto: alberi singoli, in coppia, in sequenza, lontani e visibili solo in tralice, alti, antichi, spoglianti, sempreverdi, esausti dall’uso di un’epoca. Tutti questi dati convergono a creare un’impressione di spazio, in un attimo. Poi non a tutti interessa fare il percorso inverso di lettura puntuale delle intenzioni di progetto, di dove ci sta portando e se riesce a farlo fino in fondo. Personalmente, solo dopo mi soffermo sulla singola pianta, pur intuendone nell’immediato la scelta – magari anche sbagliando, ma non è un problema. Evito di levare la singola pianta dal contesto, quando è usata nel progetto, altrimenti mi salta tutta la geometria e l’arte mi squaderna ogni cosa. Perché la singola pianta mi confonde e nel moto empatico perdo i confini io stessa.

Ma le mie elucubrazioni poco importano; è già da un po’ che ho letto il libro di Ettore Sottsass Scritto di notte e mi torna utile riportare qui alcune parti.

A dire la verità la parola arte, usata e strausata, non mi piace per niente. Sa troppo di Ottocento, e ormai serve soltanto per spiegarsi in fretta, per dire che c’è l’arte dovunque, come la creatività che c’è dovunque. Anche nel disegno della mutande, dell’intimo c’è la creatività, cioè l’arte. Io penso che la parola arte, cioè l’arte, bella parola come lo zucchero da mettere su tutto quello che è amaro, riguardi soltanto la pittura e la scultura, oggetti che si vendono nelle gallerie o nelle aste, mentre esclude l’architettura e le cosiddette arti decorative o arti minori che sarebbero i tappeti, i mobili, le ceramiche, i gioielli e tutte queste cose, appunto, minori.
Ad ogni modo ho sempre pensato che l’architettura non è altro che il disegno di un posto artificiale che “si abita”. Un posto che si abita con il proprio corpo e con la propria anima, sudati o raffreddati, sanguinanti o con la pelle bella lucida, impauriti o speranzosi, contenti o piangenti.
Invece ho sempre pensato che la pittura e la scultura “si guardano” e il nostro fragile corpo e la nostra fragile anima possono essere toccati ma stanno più o meno lontani, prendono le distanze. Io finisco lontano da me stesso, mi fermo, quasi sto un po’ male. Quando trovo l’arte sono trascinato lontano da me, mi polverizzo in molecole sconosciute, finisco in uno spazio misterioso al di là di tutto.
Ho sempre pensato che l’architettura sia meglio chiamarla con il suo nome: architettura e non arte, come la musica si chiama musica e la poesia si chiama poesia. Mi piacerebbe che anche l’ingegneria si chiamasse ingegneria e non, come si usa spesso, architettura. Ho sempre pensato che a vivere nell’architettura “io” sono sempre presente, mi porto sempre dietro, non mi dimentico mai di me stesso, non svengo, la mia vita continua; anche se piango, piango con l’acqua delle mie lacrime. Mi piacerebbe che anche il disegno delle mutande si chiamasse disegno delle mutande e non arte.
Ho sempre pensato che sia meglio usare le parole giuste, così si sa meglio che cosa si sta facendo; anche parlando e anche scrivendo.

Scritto di notte è un libro particolare perché nasce quasi alla fine – è uscito nel 2001 – di una vita lunga (1917-2007) e densa di avventure sia personali che collettive, di un uomo che non si è negato, che è stato generoso. In un’altra parte del libro – in molte parti, per la verità, essendo una narrazione con una cronologia inconsueta – parla del linguaggio dell’architettura e della necessità di liberarlo, di combattere gli automatismi. Credo sia utile anche per chi si occupa di giardini cercare una nuova via espressiva, al di là della solita aneddotica trita.

Continuavo a essere un architetto e la ragione di tutte quelle mie agitazioni finiva sempre per nutrire il mio disegno di un possibile nuovo modo di essere dell’architettura. Vivevo nelle frange residue di un pensiero vasto che già c’era stato: il pensiero con il quale si tentava di liberare l’architettura, e anche la pittura, dalle croste che chiamavo letterarie; si tentava di cancellare l’architettura e la pittura dai simboli di casta, da rappresentazioni cartolina, da supporti narrativi, da giustificazioni più o meno nascoste nel destino dei vari poteri. Si trattava di provare fin dove poteva arrivare una poetica solitaria, se poteva possedere linfa in se stessa. Provare fin dove aveva spazi intorno per muoversi; fin dove poteva rispondere alla continua domanda, alle continue instabili domande in perenne nomadismo.
Quelli che ci stavano provando, quelli che ci hanno provato, quelli che hanno capito che stavano cambiando le domande e che stavano arrivando nuovi pensieri, nuove necessità e che era il momento di prendere le distanze dalle vecchie “scale di valori”, come si chiamano oggi, erano personaggi strani.
Anch’io, mio malgrado, ero in continuo movimento, anch’io, mio malgrado, volevo sapere tutto, conoscere tutto, provare tutto.