La nuova produzione è pronta per essere trapiantata in giardino; alcune piante (ad esempio Heliopsis helianthoides subsp. scabra ‘Summer Nights’, Pennisetum thumbergii ‘Red Buttons’, seminate a marzo) sono in boccio, altre addirittura in fiore (le ovvie gaura e verbena, Inula racemosa ‘Sonnenspeer’ semina 2009).
Nell’immagine si vede in primo piano l’Helichrysum italicum quasi fiorito e dietro i capolini stretti e lucenti della Santolina rosmarinifolia (S. virens, S. viridis).
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Una piccola foto che la mia amica Silvia ha fatto con il cellulare circa tre settimane fa alla parte di vivaio che stiamo sistemando in questi mesi.
Venerdì sono stata a Roma a seguire la presentazione del libro “Spirit – Garden Inspiration” di Dan Pearson, da parte dello stesso autore, invitato da Gabriella Recrosio, autrice di un bell’articolo pubblicato su Rosanova di aprile.

(immagine presa da Federal Twist)
L’avevo già letto e mi aveva colpita perché si parla di ispirazione nel senso più ampio del termine, quindi non solo giardini, ma architettura, scultura, forma; di come la sensibilità di una persona possa soffermarsi in maniera sinestetica su tutto ciò che la circonda e rendere l’esperienza uditiva, tattile, visiva e olfattiva un’unica realtà che pervade istantaneamente tutto. E di come la realtà che colpisce i sensi, tutti e ciascuno, rimanga nel nostro vissuto e torni fuori ad aiutarci quando ci troviamo a risolvere un compito, a svolgere una funzione, ad elaborare un progetto. Semplificando, non sono più capace di un altro di sviluppare un’idea creativa se ho studiato, se ho capito, se sono stato diligente, ma se sono capace di rendere le mie capacità abbastanza sottili e duttili da immagazzinare ciò che mi circonda e averne trovato le connessioni con la mia vita interiore e poi le so rielaborare in chiave pratica a fini concreti e operativi. Sostanzialmente qualcosa di innato. Certo, poi esiste il lavoro, la cosiddetta “traspirazione”, ma l’ascolto e la risonanza giusta dell’istante sono cose che già devono stare lì, il seme.
E’ interessante il libro di Dan Pearson perché assolutamente inutile, nel senso migliore del termine. Inutile ai fini della progettazione: non contiene progetti, non dà suggerimenti. Inutile come auto-promozione: non è un libro critico, non si scaglia contro nessuno, non innesca polemiche. Inutile come illustrazione: le fotografie sono piuttosto piccole e poco luminose, di qualità media – ho quasi il sospetto che siano appositamente scure per imporre uno sguardo più attento. E i luoghi di cui parla sono abbastanza alla portata di tutti – a parte alcuni posti più remoti -, non dico da turismo di massa, ma molte mete europee, Roma, l’Andalusia. Alla fine, è un libro da leggere con una certa attenzione perché non offre appigli né scorciatoie sentimentali, anzi, è piuttosto rigoroso e profondo nelle riflessioni, e in alcuni punti richiede una rilettura per cogliere tutti i concetti e le sfumature.
E’ ancor più interessante perché Pearson non è solo un teorico, un filosofo, un illustratore, ma lavora concretamente sul paesaggio, quindi forza, incanala e asseconda la natura all’interno di un progetto, dà forma visibile alle idee.
Ci sono alcune parole che ricorrono e che forse tirano il filo che ci conduce. Elusive (elusivo, sfuggente); I might be able to capture the appropriateness of things in their place if I learned to read what was around me (imparare a leggere ciò che abbiamo attorno); I knew I wanted to translate the freedom found in a natural landscape and work something of it into a garden setting (tradurre la libertà della natura).
Parla di Rousham, nell’Oxfordshire, restituendone il silenzio e la monumentale ma domestica bellezza (illustrata con piccole ma densissime foto), di Yosemite e del sentirsi piccoli dentro la foresta, dell’eclettismo disinibito dei Community Gardens in qualsiasi parte del mondo si trovino. C’è un’ampia parte dedicata alla sua esperienza in Giappone, che spazza via le vaghe idee imprecise che ciascuno di noi ha sul minimalismo come qualcosa di statico ed esangue, mentre è potente e senza tempo, di un’altra era. E proprio nell’esperienza giapponese troviamo il coinvolgimento più intenso, forse più recente, che lo accompagna, con ampie, illuminanti riflessioni.
“as the garden is fugitive and always in flux” è importante per questo punteggiare e puntellare la nostra esperienza del mondo naturale con libri come questo, o libri che ciascuno può creare da solo, mettendo insieme le esperienze, i passi, i pensieri “by simply taking the time to look”. E a volte anche guardare due volte.
Sul numero di giugno di Gardens Illustrated è stata scelta, messa in rilievo e infine premiata la lettera di un abbonato che vorrei qui tradurre perché pone una domanda che fa riflettere: have ‘overbred’ new plants lost the charm of their wild ancestors? (le nuove piante eccessivamente selezionate hanno perso il fascino delle loro progenitrici selvatiche?)
Un passo avanti e due indietro
La recente pubblicazione di un catalogo che illustra le nuove cultivar di iris mi ha fatto riflettere sugli obiettivi dei moderni ibridatori di fiori e sono stato preso dallo sconforto. Sembra che colore e dimensione siano la prima preoccupazione, presto si arriverà ai fiori doppi. Il colore mancante è sempre irresistibile: il Delphinium rosso e la rosa blu.
Lo sviluppo degli iris è paradigmatico del processo. E’ ora possibile ibridare iris di qualsivoglia colore e sono stati creati alcuni fiori davvero meravigliosi. Il disastro comincia quando si inizia a lavorare sulla forma. In natura, i giaggioli mettono insieme eleganza, tessitura cangiante e, soprattutto, una forma simmetrica in tre parti. Gli ibridatori moderni sembrano ossessionati dall’eccessiva elaborazione della già aggraziata forma naturale del fiore. Il risultato è una serie di esemplari in cui ogni singolo petalo è arricciato sia all’estremità che sulla superficie in maniera tale da oscurarne la pacata, caratteristica bellezza. Le loro creazioni non sfigurerebbero sul palco delle Folies Bergère. Un fiore pieno di grazia è diventato un brillante pom-pom di colore che turbina in giravolte frenetiche.
Già alla fine del 1800, Gertrude Jekyll ci metteva in guardia dai selezionatori che non sanno dove fermarsi:
E tutta questa parata di distorsioni e deformità è provocata dal fatto che il coltivatore perde di vista il concetto di bellezza come considerazione prima, e dal fatto che non ha quella conoscenza che gli permetterebbe di stabilire quali sono i punti caratteristici nelle varie piante che più meritano di essere migliorati, e nel suo non sapere quando o dove fermarsi.
[...]
E per tutta la riconoscenza che provo verso coloro che si dedicano al miglioramento dei fiori da giardino, mi azzardo a ripetere la mia ferma convinzione che i loro sforzi nella selezione e in altri metodi dovrebbero esser diretti al fine di tenere sempre presente in primo luogo, e come punto di merito, il raggiungimento della bellezza; e non limitarsi a un semplice aumento di grandezza del fiore o ad una compattezza di forma – molte piante sono state rovinate da un eccesso di entrambe queste tendenze; non dunque per la varietà o la novità fini a se stesse, ma soltanto per apprezzarle e offrirle quando hanno un chiaro valore per il giardino, nel senso migliore del termine.
Gertrude Jekyll, Bosco e giardino, Franco Muzzio Editore
E qui si arriva nel campo minato del giudicare la bellezza di questo o quell’ibrido, di chi dovrebbe farlo e chi potrebbe avere la responsabilità di introdurre sul mercato le nuove cultivated variety. Il gusto del pubblico? le esigenze commerciali? la spinta economica? la concorrenza? una commissione di anime illuminate? un consiglio dei giusti? la lotteria del caso? il coraggio del singolo? Io penso che ciascuno dovrebbe/potrebbe affinare una tecnica personale e smascherare in proprio ciò che è giusto e funziona dal ciarpame che lo circonda e ottunde i sensi.
La verità è che la grandine ha provocato terrore e devastazione in vivaio e io oggi proprio non ce la faccio ad affrontare il mondo là fuori.
Segnalo il blog (davvero bello) di una signora che a volte compra le mie piante, *iris e libellule*.
Ho pensato a lungo come chiamarla: cliente? amica? conoscente? Nessuna di queste parole suonava giusta e forse nessuna parola può contenere un rapporto fra persone, soprattutto così imprevisto, fortunato e mediato da cose vive. Ma non voglio tediarvi oltre o, peggio, cavalcare l’onda e poi trovarmi fradicia e spettinata con tutto da rimettere a posto – come puntualmente accade.
Il catalogo è in aggiornamento; stiamo man mano aggiungendo la nuova produzione che sarà pronta dall’estate.
(foto di Andrea Martiradonna)
Nella foto si vedono le foglione di Macleaya microcarpa sulla sinistra in alto, le foglie spadiformi del Sisyrinchium striatum, le trine grigie dell’Artemisia ‘Powis Castle’, le foglie ad aghi tozzi della Westringia fruticosa ‘Wynyabbie Gem’ e il fiore bello aperto della Berkheya purpurea.
Sono finite le fiere, almeno per noi, ed è un grande fardello che viene posato a terra, per la felicità di schiena e giunture. Sono alla scrivania e alla mia destra vedo l’elenco con le date man mano depennate: VerdeMura – via, Pisa – via, Belfiore – via, Parma – via, Masino – via, Orticola – via; tocchiamo terra, tutti interi, casa madre. La prima considerazione: ma che cavolo di freddo ha fatto?!, non ricordavo una primavera così maledettamente fredda da anni. La pioggia sì, quella mi piace, è fresca e rigenerante e fa le piante più belle; le campagne che abbiamo attraversato erano lussureggianti, verdissime, una messe di buone intenzioni, ma il freddo non me l’aspettavo ancora così puntuto, come un dito che ci ricaccia nell’inverno. Proprio ora che scrivo è uscito un raggio di sole, ci possiamo credere?
Tanta voglia di tornare al vivaio, che visto da lontano sembra il posto più bello del mondo. Perché secondo me il vero attaccamento si misura dall’odio che è in grado di suscitare. Perché a volte sento solo la poetica dell’entusiasmo a cottimo e non riesco a crederci fino in fondo, stento a credere che una persona il ventidue di luglio ami stare immersa nel caldo appiccicoso che fa solo sudare e venire brutti pensieri, piuttosto che tuffarsi nel mare blu o passeggiare tra gli alpeggi. Perché il vivaio è anche quello. Ma anche arrivare la mattina presto e vedere le nuove piantine spuntate, un fiore che era sfuggito al controllo quotidiano, un cliente per scambiare due chiacchiere, il gatto bianco (che a volte penso sia solo un’illusione, nessuno oltre me l’ha mai visto), le schiarite improvvise, il temporale forte sulla serra, un filo d’aria quando proprio ce n’è di bisogno, i Thalictrum spontanei del rio, etc etc. E il raggio di sole rimane dietro una coltre di nuvole e mi telefonano per una fiera a settembre, ma i mercati autunnali sono molto meno tesi delle corse primaverili. In autunno non c’è l’assillo del vivaio, c’è tutta la produzione nuova di zecca, le graminacee sono grandi e si spiegano da sole, le mie americane preferite sparano in alto i fiori, c’è Murabilia, ricomincia la scuola, si intuisce l’inverno in lontananza, nella guazza che bagna i piedi. L’autunno è dolce e conciliante tanto quanto la primavera è aspra e repentina.
Ma si parlava di fiere e io penso una cosa forse sgradevole, ma credo abbastanza vera: se le fiere vivono una crisi creativa è colpa del mancato rapporto di mutuo stimolo fra tutti gli attori in gioco – vivaisti, organizzatori, pubblico (sia privato che di addetti ai lavori), stampa specializzata. Non so se questo rapporto ci sia mai stato, ma sarebbe ora che ci fosse e fosse vitale e prepotente come un inclemente acquazzone che colpisca indistintamente tutti. E parlo di me per prima, non si pensi che la mia critica arrivi dall’alto di una posizione inattaccabile. Un esempio delle mie (ahimè) numerose negligenze, l’altro giorno ad Orticola ho venduto una (molte?) Phlomis russeliana senza cartellino e la spiegazione è facile quanto imbarazzante: io la conosco e distinguo molto bene, quindi, con la scusa della fretta, preparo un paio di cartellini e alcuni esemplari rimangono “innominati”, spesso me ne accorgo e lo aggiungo dopo, a volte invece le lascio andare libere e sconosciute. E’ giusto? Beh, è comprensibile, ma senza dubbio non è giusto e un’organizzazione serrata me lo farebbe notare. Oppure, mi sembra che l’elenco degli espositori che viene dato all’ingresso a Murabilia sia scarno, mi piacerebbe fosse spartano, ma informativo. Mi piacerebbe che ad Orticola ci fossero granate (scope) e rastrelli a disposizione per sistemare il proprio stand e appianare le buche. Vorrei più carrelli a Masino. E sono le prime stupidaggini che mi vengono in mente.
Ma la cosa che vorrei davvero è un po’ di curiosità e il coraggio – mi fa ridere tirare in ballo una parola così esagerata e sovradimensionata rispetto al tema – di scegliere qualcosa di diverso: una pianta sconosciuta, un accostamento ardito ma personale, un testacoda estetico, una frenata improvvisa davanti a tre foglie. Perché sono belle le aquilegie fiorite in primavera e i Miscanthus spigati in autunno, ma le barbe appena spuntate portano con sé il fascino della natura segreta. Ed è questo che si è un po’ perso alle mostre mercato, la quieta ricerca del segreto della natura, la bellezza che ci commuove, il tutto insieme al giusto e sacrosanto guadagno – perché, va detto, senza un margine di guadagno è difficile fare sperimentazione, si fa solo mercimonio di buoni sentimenti.
Forse si potrebbe iniziare chiedendo a ciascuno di porre in evidenza – in un apposito spazio dello stand, magari sotto alla dicitura dell’attività, sopra ad un piedistallo appositamente studiato, magari offrendo dello spazio in più gratuito (!) – da una a tre piante non fiorite ma ugualmente meritorie di attenzione.
Ok, ora potete iniziare a tirare le pietre.
Nella foto:
i pennacchi colti in vivaio della graminacea Miscanthus sinensis, il fiore secco della perenne Carlina acaulis che mi fu regalata a Masino lo scorso ottobre, le capsule di Sterculia diversifolia dell’Orto Botanico di Cagliari e il peperoncino rosso dell’Esselunga, Capsicum annuus.
Chiedo scusa per la qualità scarsa delle mie foto, ma non riesco a fare di meglio.




